Album
Superheaven
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Riccardo Zagaglia
- 18 Aprile 2025
A dieci anni da Ours Is Chrome, i Superheaven tornano con un omonimo terzo album che suona come un enorme “o ora o mai più”: nessuna nostalgia programmata, solo un’identità sonora ormai pienamente riconoscibile di chi ha – per certi versi – anticipato a suo discapito un certo revival 90s e che oggi ha la necessità di riaffermare il proprio ruolo in un contesto più favorevole.
Cresciuti nel giro Run For Cover, originari della Pennsylvania e nati inizialmente come Daylight, i Superheaven si erano affermati a livello di culto (con qualche fortuna anche nella top200 americana) nella prima metà degli anni ’10 come una delle realtà più solide del rinascimento grunge, portando in dote un songwriting viscerale e una sensibilità melodica a metà strada tra l’alt-rock dei ’90 e una vena emo post-moderna. Con Ours Is Chrome (2015) e soprattutto, sulla lunga distanza, con Jar (2013) avevano trovato un pubblico affezionato (Youngest Daughter è oggi un piccolo inno da 150 milioni di ascolti), salvo poi dissolversi in una pausa indefinita (intarsiata di side-projects) che sembrava preludere al silenzio definitivo.
Superheaven è invece l’album del ritorno, e convince per come riesce a non suonare né nostalgico né forzatamente aggiornato. Le chitarre sono ancora sature e rugginose e i ritmi tendenzialmente lenti e plumbei, solo l’attitudine è – per forza di cose – più matura e meno istintiva. Produzione ruvida ma curata che non ammicca al pubblico TikTok e scelte stilistiche che si muovono dallo shoegaze ribassato dei Nothing (Humans for Toys), all’alternative con i ritornelli aperti e cuore in mano (Sounds of Goodbyes), passando per episodi fondamentalmente post-grunge (Long Gone potrebbe essere dei Bush) con alcuni momenti più luminosamente pop (Numb to What Is Real). Il brano più d’impatto è probabilmente Stare at The Void, accompagnato da un videoclip acido e old-school e sorretto da sonorità ad altezza Narrow Head.
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