Album

Snake Chain

18 Novembre 2022 rock punk

Se citavamo prima la capacità di adattamento ed evoluzione di generi come l’ambient, non potremmo dire lo stesso di un contesto stagnante e auto-citazionista come il punk, con il suo ginepraio di versioni alternative, multiversi e sottogeneri che imitano se stessi all’infinito. Il punk è passato da essere una subcultura estendibile a stile di vita a essere sostanzialmente un comodo outlet per sfogare qualsivoglia urgenza, a uso e consumo di molti. Ma ciò che rincuora è un rinnovato spirito di sperimentazione, una volontà di giocare con le possibilità sonore, tutte le combinazioni possibili e farle esplodere per vedere cosa accade. Spesso, ciò che ringiovanisce il punk non è tanto il sound o il modo in cui viene proposto, ma quanto più ciò che si comunica attraverso il punk, che sia esso un malessere e/o disagio personale o un male sociale da denunciare.

I più punk di tutti decidono di parlare del niente: la futilità della vita comune messa alla berlina dalla voce monocorde e annoiata di Florence Shaw dei Dry Cleaning, è un ottimo esempio. Il suo carniere di frasi estrapolate da luoghi comuni, conversazioni metropolitane, small talk, bizzarre osservazioni senza fondamento logico o patetici bisogni borghesi sono quanto di più dissacrante e pungente si possa trovare nella produzione lirica del genere, ma è soprattutto la delivery, il modo in cui dice quelle cose, a colpire nel segno.

Se vogliamo trovare un doppelganger, il doppio malefico, il negativo di Florence Shaw, non dobbiamo far altro che restare a Londra, e addentrarci nel claustrofobico mondo degli Snake Chain, usciti nel 2022 appena terminato con il proprio debutto su Upset the Rhythm. “Don’t put that on the internet, it’s out of context!”, grida la cantante Kate Mahoney in “Internet”, rievocando un senso di orrore e malessere dato da una sottigliezza, o dal fatto che qualcosa non possa tornare nella vita ordinata, pallosa e monotona delle persone.

In una gragnuola di schiaffoni così possenti e ben assestati (con abbondante uso di d-beat, feedback assordanti e synth deputati al solo scopo di fare rumore), i testi di Mahoney paiono nonsense e dissacranti a senso unico per il solo gusto di esserlo, ma celano appunto un senso di inadeguatezza, di panico costante. Ovviamente anche qua la delivery è (quasi) tutto, ma al contrario di Florence Shaw qua non si sussurra, ma si grida sguaiatamente: un atto liberatorio e rinfrescante.

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