Album
Cafe Mor
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sentireascoltare
- 16 Dicembre 2019
Dopo l’EP Feather di giugno 2019 che ne ha segnato il ritorno a otto anni di distanza rispetto all’ultimo lavoro (l’EP Yozza), Mick Harris torna a nome Scorn con il seguito di quel disco propriamente detto, quel Refuse; Start Fires pubblicato nel 2010 che era poi il suo secondo lavoro sulla lunga distanza a segnarne l’allora ritorno attorno a un isolazionismo instustrial & doom ambient aggiornato alle estetiche e ai drop del lato più marcio di EDM, wobble, grime, darkcore, dubstep ecc. In quel lavoro a far bella mostra di sé c’era pure un batterista in carne ed ossa, la chiave di volta per tocchi e rintocchi dub che riportavano l’arcigna creatura alle origini.
Nel nuovo Cafe Mor, pubblicato a metà novembre 2019, Harris punta invece su un tutto elettronico in cui la pressione sonora è quella che in questi anni è diventata sinonimo di Kevin Martin e dei suoi portentosi sound system. Si parte in sordina con le lente zampate di Elephant, tra isolazionismo, loschi groove e rintocchi di hi-hat che bruciano per quanto son freddi. Sei minuti che danno l’abbrivio a un affondo ancor più cupo e bradicardico: la throbbingristleiana The Lower The Middle Our Bit è un bad trip caricato di mortifere pacche dub in cui non accade praticamente nulla. Copione che si ripete identico più avanti, quando l’isolazionismo di marca Lull resta l’unguento lovecraftiano di lenti, inesorabili, beat (Mugwump Tea Room) dal sicuro fascino eppure mancanti di una vera ragione d’essere. Lull non aveva beat, Scorn sì, la differenza è sempre stata questa, così come il climax per Harris è una questione di pochi azzeccati elementi che si avvicinano senza toccarsi mai, in successione orizzontale.
La differenza tra una buona traccia di Scorn e una cattiva va di conseguenza: nei primi 30 secondi sai già se ti piacerà oppure no. In Dulse, con il suo bleep a stagliarsi tra un rintocco doom e delle sabbie mobili instustrial-dub tutto quadra ottimamente, nella finale SA70 (con echi jazz e dub più prominente) ancora meglio, l’intera scaletta di 48 minuti un po’ meno. Beninteso, nessuna caduta di stile particolare, ma neppure nulla che desti l’ascolto una volta che il nostro appetito per queste musiche e per i volumi estremi si è placato. Così quando attacca Jason Williamson in versione spoken, che racconta una deragliata storiaccia a mo di road movie, sembra arrivato il Leper Messiah che queste musiche idealmente invocavano come il loro grande Cthulhu.
In Cafe Mor lo Sleaford Mods ricopre un ruolo paragonabile a quello esercitato da Moor Mother nel disco degli Zonal, con la differenza che la sua è una fugace comparsata e neppure carica di tutti i significati/significanti di quella dell’artista statunitense, e in combutta con i due ex Techno Animal e da sola con l’ottimo Analog Fluids of Sonic Black Holes.
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