Album
Sanacore 1.9.9.5. 2020: 25° Anniversario
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Marco Braggion
- 6 Novembre 2020
La proposta degli Almamegretta, nati in un ambiente vicino a quello delle posse campane (sono presenti insieme ai 99 Posse e ai Bisca nel singolo Sott’attacco dell’idiozia uscito nel 1993), prende da subito una piega personale e si spinge oltre le atmosfere ragga che avevano ispirato Figli di Annibale (EP d’esordio) e di Animamigrante (primo album), per mescolare alla perfezione tradizioni musicali lontanissime e contemporaneità, forgiando un suono unico. Sanacore 1.9.9.5. prende la tradizione napoletana, araba e mediterranea incarnata nella voce di Raiz e le porta a contatto con sonorità che hanno marchiato a fuoco gli anni Novanta. Questo fil rouge con l’estero non nasce da una semplice fascinazione: prima di effettuare le sedute di registrazione, il gruppo napoletano collabora infatti con i Massive Attack per un remix del brano Karmacoma (Napoli Trip verrà pubblicato nel Karmacoma EP del 1995 insieme a remix di U.N.K.L.E. e Portishead). Il link con il gruppo di Bristol avviene tramite Ben Young, produttore dell’esordio Animamigrante. Nasce così un legame forte, che si inserisce alla perfezione nel modus operandi degli Alma fatto di soul e di dub.
Sanacore viene registrato a Procida e a Napoli, e mixato da Adrian Sherwood e Andy Montgomery all’On-U Sound Studio di Londra. La battuta lenta del dub cantato interamente in dialetto napoletano si insinua nell’apertura di ‘O sciore cchiù felice, l’elettronica e il trip-hop si mescolano con la tradizione partenopea in Maje, come pure nella tammuriata esplosa dub Sanacore, dove intervengono la cantante Giulietta Sacco, nota interprete della canzone classica napoletana, e Daniele Sepe al flauto. Le connessioni con la tradizione e le musiche folk del Mediterraneo si amplificano in Ammore nemico, nei loop meditativi di Scioscie vento, come nelle atmosfere tribali di Ruanda. Nun te scurdà è uno dei più bei pezzi scritti dalla band, triste, pieno di quella malinconia blues napoletana che pochissimi hanno saputo tradurre in musica con accenti tanto vividi. Se stuta ‘o ffuoco imposta un percorso elettronico che sarebbe stato approfondito nei successivi album (Lingo sul versante drum’n’bass, Quattro quarti su quello più dritto da dancefloor), ma qui conserva ancora una purezza vocale non troppo alterata dalle macchine, restando in linea con le istanze bristoliane. La conclusiva Tempo esplora un dub fatto di campionamenti, bassi profondi, tagli cacofonici in un mix esplosivo, che chiude degnamente il disco.
La ristampa per il venticinquesimo anniversario propone due vinili colorati rimasterizzati e aggiunge due brani (Tamms Dub, ripescato dagli archivi del compianto D. RaD. e Heartical Dub, interessante mix strumentale di Sherwood), un libretto con le foto delle registrazioni e i testi. Una rivisitazione che porta il suono dell’originale a una nuova freschezza.
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