Album

Hickey

22 Agosto 2025 pop rock indie

Lo scorso anno dicevamo che era forte il rischio che i Royel Otis venissero ricordati più per la cover di Murder on the Dancefloor di Sophie Ellis-Bextor che per il materiale contenuto in Pratts & Pain. Non ci siamo andati troppo distanti perché a conti fatti l’album d’esordio non è riuscito a sfondare come sarebbe stato lecito aspettarsi dopo il piccolo exploit di Oysters In My Pocket (contenuto nel precedente EP Bar N Grill e ancora oggi il loro cavallo di battaglia).

Diciamo piuttosto che Pratts & Pain ha permesso al duo australiano composto da Royel Maddell e Otis Pavlovic di portare la propria musica in giro per il mondo, importanti festival internazionali compresi (dal Primavera Sound all’Ypsigrock). Il secondo album Hickey soffre un po’ dello stesso problema: se la formula della band sembra costruita su misura per imprimere le giuste good vibes nei festival (magari al tramonto), su disco a volte sembra mancare l’energia (giovanile, scanzonata, frizzante) che riescono a portare sul palco.

Le melodie sono (quasi sempre) assolutamente catchy, la capacità di scrivere ritornelli fa invidia a praticamente a chiunque e la quantità di canzoncine canticchiabili è piuttosto alta lungo questi quasi 40 minuti di musica, ma spesso rimangono – appunto – canzoncine carine. Il loro trademark sound (un trascinante indie pop-rock con piccoli elementi jangle, surf, dream pop con una spruzzata di alt ’90s) continua a sfornare i momenti migliori (Car, I Hate This Tune, Who’s Your Boyfriend), ancora da affinare invece i tentativi di allontanamento: il Beck versione baggy di Moody – discutibile testo a parte – è riuscito, così come i Fleetwood Mac crepuscolari di Come on Home ma quando partono dai MGMT/Empire Of The Sun per infilarci dosi di groove e pop-psichedelia – melodie a parte – qualcosa non gira (Good Times, Torn Jeans).

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