Album
Piss in the Wind
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Riccardo Zagaglia
- 6 Febbraio 2026
Come già scritto ai tempi di SMITHEREENS (sono già passati quasi quattro anni, ma sembra ieri), fino ad oggi Joji ha avuto tendenza di inserire grandi singoli in album generalmente mediocri. Ballads 1 (2018) conteneva Slow Dancing in the Dark del 2018, uno dei brani alt-r&b più ascoltati degli ultimi dieci anni, Nectar (2020) Sanctuary e Run (il brano più epico della sua discografia, una sorta di The Weeknd meets James Blake in formato psych-rock decisamente cinematico) e SMITHEREENS, appunto, Glimpse of Us, ottima ballad atmosferica che ha portato il giapponese trapiantato a New York in cima alle charts.
Piss in the Wind, il quarto album, rischia di essere invece semplicemente mediocre: difficile trovare all’interno delle ventuno tracce che compongono il disco una standout track come quelle appena citate. Non lo è Love You Less (simpatico tentativo dream-gaze un po’ fine a se stesso) né tantomeno Pixelated Kisses, singolo pubblicato lo scorso anno non malvagio ma fin troppo incasellato in una formula ormai prevedibile (bassoni quasi witch-h e melodia vellutata).
Il resto dell’album va a corrente alternata in un caos di influenze stilistiche mai sviluppate appieno (le battute outsider house di Last of a Dying Breed, le fugaci situazioni alla Bon Iver di If It Only Gets Better) tanto che in alcuni momenti sembra di ascoltare tracce ancora da completare (Cigarettem, Tarmac…) tendenzialmente disgiunte tra loro. Emergono Sojourn (unico possibile banger dell’album) e Past Won’t Leave My Bed, piano ballad con un chorus d’altri tempi.
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