Album
Bränn min jord
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Elena Raugei
- 21 Febbraio 2026
Per Fågelle, abituata a disorientare muovendosi tra sperimentazione e poesia nella propria lingua-madre, così come tra generi differenti, dall’art pop al dark folk, sino al noise, Bränn min jord rischia di essere affascinante innanzitutto per la mappatura che mette in atto, nonché per la volontà di scendere in campo più che mai personale. L’album, il suo terzo, è stato registrato tra il 2023 e il 2025 nel Sud della Svezia, ad Halmstad, tra i boschi. Dopo aver fatto base a Berlino e Göteborg, l’artista nordica ricomincia dalle radici, dal paesaggio. Il titolo si riferisce non a caso alla pratica di bruciare la terra per consentire una nuova crescita. Allo stesso modo, il lavoro ripercorre «cicli di partenza e ritorno, attaccamento e rottura».
Alla base, il concetto che i luoghi plasmino l’identità nel tempo, per coinvolgere poi vari locals – la ballerina Nathalie Ruiz, orchestre – e avvalersi di field recordings, guardando tanto alla tradizione quanto all’arte contemporanea, facendo ricorso tanto all’elettronica e a chitarre distorte quanto a una ghironda autocostruita da Stefan Isebring e agli ottoni. Tra le varie iniziative, leggiamo che Fågelle ha anche creato una “capsula del tempo sonora” aperta 24 ore su 24 nella sala comune della sua piccola cittadina, invitando la gente del posto a entrare e lasciare tracce sonore. L’artwork è di Julia Kabell.
Si inizia con il piano e le trame ambient-industrial di Riv mig, quasi in linea Soap&Skin, per passare a urla nella foresta che preludono al blues scurissimo, sciamanico di Innan malen hittat e agli echi björkiani di Det blev våra liv. Tra vere e proprie canzoni, sette, covate e adornate con raziocinio e gusto, e intermezzi sempre funzionali alla full immersion, Bränn min jord pianta un bel seme.
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