Album
Fase Montuno
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Tony D'Onghia
- 31 Maggio 2023
Nel suo preziosissimo Techno, Storia, Dischi, Protagonisti Christian Zingales lo ha definito “un genio, per il modo in cui è riuscito a modellare il corpo techno, imponendogli leggi personalissime”. Poche parole ma del tutto calzanti per descrivere il talento fuori dal comune di Cristian Vogel.
Il produttore cileno di origine e britannico di adozione ha sempre rappresentato un esempio di autore atipico, fuori dagli schemi ma proprio per questo particolarmente interessante e sempre degno di considerazione. Una carriera iniziata nella seconda metà di anni Ottanta la sua, uno stile eclettico ed un approccio colto ma mai dogmatico che lo ha portato a collaborare con i musicisti di aree più disparate; da Dave Clarke a Jamie Lidell – nel progetto Super_Collider – passando per Russ Gabriel, mettendo in fila release su label quali Tresor, novamute, Force Inc, Shitkatapult e Mille Plateaux – per la quale questo nuovo album arriva sul mercato. Oltre a questi, una serie di remix per i nomi più disparati, dai Radiohead a Four Tet, dai Maxïmo Park alle Chicks On Speed.
In questo suo Fase Montuno – il ventisettesimo stando a Discogs – il produttore convoglia lo spirito della sua terra d’origine, l’America Latina, per fornirne una versione futuribile ed utopica. È un viaggio sonoro affascinante e per certi versi imprevedibile quello che Vogel ci invita a fare, partendo dall’esuberanza melodica dell’iniziale title track che si muove agilmente su un groove di 808 impreziosito da percussioni organiche sample vocali che evocano, solo apparentemente in modalità random, la tradizione musicale sudamericana; mentre le seguenti Temple in the Sky e Labyrinth and Warrior fanno riferimento alla sua ricca mitologia. Il percorso sonoro che Vogel traccia si fa sempre più profondo con il succedersi dei brani, arrivando alla rarefatta commistione di elementi sintetici ed organici delle conclusive Monkey Puzzle Rainbow e Tangential Tango.
La riproposizione della versione estesa della title track in chiusura corona il tutto. La brutale, frontale ferocia delle produzioni di Vogel dei 90s non è paragonabile alla raffinata e multi-sfaccettata produzione di questi ultimi anni, ovviamente, ma questo non lo rende non meno rilevante e ancora degno di grande considerazione e rispetto.
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