Album

This Is Brian Jackson

27 Maggio 2022 soul funk black jazz
BBE

Durante buona parte della carriera artistica di Gil Scott-Heron, Brian Jackson gli è stato vicino in veste di braccio destro musicale nonchè coautore di alcuni dei suoi brani più famosi. In seguito il polistrumentista ha continuato ad affiancare altre leggende della musica black come Roy Ayers, Kool & The Gang, Gwen Guthrie, Will Downing, e più di recente Adrian Younge e molti altri ancora. Un ruolo, quello del gregario, che evidentemente ben si addice alla natura di Jackson, ma che non significa necessariamente che di suo non senta il bisogno di esprimere nulla, anzi. Nonostante questo, This Is Brian Jackson è il suo primo vero album da titolare, ed arriva solo ora, alla soglia dei suoi settanta anni.

La maggior parte del materiale incluso in questo disco risale, dal punto di vista della scrittura, alla metà degli anni 70, cioè in pieno periodo di fruttuosa collaborazione con il già citato Scott-Heron, e sebbene ai tempi fosse stato pensato per una possibile carriera solistica, proprio per questo motivo finì per venire accantonato. Il più recente e fortuito incontro con Daniel Collás della Phenomenal Handclap Band ed il suo invito ad occuparsi nel ruolo di produttore alla rielaborazione di quelle stesse composizioni d’epoca ha fatto ripartire il progetto.

Ad affiancare i due, troviamo membri della stessa Phenomenal Handclap Band (Juliet Swango, Monika Heidemann e Morgan Phalen) così come altri quotati veterani: Moussa Fadera, Caito Sanchez, Binky Brice, Domenica Fossati. Come è facile immaginare, il sound rimanda – come una piacevole patina vintage – a certe atmosfere soul jazzy dei classici anni 70 firmati da Jackson, che in questo caso si produce anche in veste di vocalist, flautista e tastierista. Molto coerentemente i testi seguono la tradizione del soul socialmente impegnato e consapevole. Le melodie di canzoni quali All Talk, Force of Will e Nomad splendono per una elegante, ariosa classicità. I groove robusti ed agili al tempo stesso sostengono dall’inizio alla fine i brani, scaldano il cuore ed invitano al ballo, mentre accenti africaneggianti impreziosiscono brani quali Mami Wata e Path to Macondo. Un bellissimo e riuscito “quasi esordio” per uno splendido (quasi) settantenne.

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