Andrea Murgia, Autore presso SENTIREASCOLTARE https://www.sentireascoltare.com/author/andreamurgia/ Magazine musicale, recensioni, interviste, reportage, concerti Sun, 05 Jul 2020 15:14:18 +0000 it-IT hourly 1 https://www.sentireascoltare.com/wp-content/uploads/2020/08/cropped-sa-32x32.png Andrea Murgia, Autore presso SENTIREASCOLTARE https://www.sentireascoltare.com/author/andreamurgia/ 32 32 Pioneer DDJ-200: il controller veramente Smart di Pioneer https://www.sentireascoltare.com/articoli/pioneer-ddj-200-il-controller-veramente-smart-di-pioneer/ Thu, 02 Jul 2020 13:50:26 +0000 https://sentireascoltare.com/?p=430890 Leader nell’ambito del djing con strumenti che sono diventati veri e propri standard come le serie CDJ e DDJ, Pioneer è stata tra le prime case produttrici a considerare gli ambienti smartphone e tablet come comode alternative ai laptop. Chi per hobby o per lavoro si cimenti con il djing sa benissimo cosa significhi portare a spasso per i locali strumentazione (controller, giradischi e cdj) molto spesso pesantissima, con flightcase enormi che ovviamente obbligano a fare i conti con il nemico per eccellenza di musicisti e dj: il bagagliaio dell’auto.

I più recenti e prestigiosi controller di casa Pioneer come il DDJ-1000 e DDJ-800 permettono di avere funzionalità da professionisti in poco spazio, garantendo comunque con la loro versatilità la possibilità di interfacciarsi anche con giradischi e cdj ma funzionando in maniera impeccabile in modalità stand alone. Da sempre attenta anche al mercato amateur ed entry level (pensiamo alla serie WeGo), Pioneer ha deciso di spingere sull’acceleratore sull’integrazione tra controller e dispositivi portatili come smartphone e tablet, andando a battagliare per la conquista di una fetta di mercato fino a qualche tempo fa appannaggio di competitor storici della casa di Tokyo, Numark su tutte.

Il DDJ-200 è il grimaldello per entrare in quell’ambito.

Controller Entry Level dal minimo peso (1,2 kg scarsi) e dal minimo ingombro (37 cm per 20, quindi sta tranquillamente in una borsa), il DDJ-200 è un oggetto ottimale per muovere i primi passi nel mondo del djing. Questo ovviamente non significa che chi è abituato a ben altri standard non possa cimentarsi, anzi: la buona qualità dei materiali – i potenziometri e i fader sono veramente ben fatti –, gli otto pad a disposizione per gestire hot cue ed effetti e i jog a pressione per lo scratch (ma anche per il bending) permettono di riproporre in ambiente casalingo tutte le features dei fratelli maggiori. Caratteristica interessante, è quella di poter utilizzare il DDJ-200 con ben quattro app, come WeDj, Djay e edjing Mix (quest’ultimo disponibile anche per dispositivi android) e il software principale di Pioneer Rekordbox, quest’ultimo per Mac e Pc.

La connessione Bluetooth a bassa latenza (la stessa, per intenderci, che permette alla chiacchieratissima APP Immuni di lavorare e raccogliere i dati) permette di agganciarsi ai dispositivi mobili e di riprodurre l’audio direttamente dagli speakers rendendo l’esperienza veramente portatile. Il touch dei mobile permette inoltre di accedere a funzioni aggiuntive al controller, garantendo una buona quantità di effetti e di campioni. Il cavo split in dotazione garantisce, collegando un paio di cuffie e un paio di speaker e quindi usufruendo del pre-ascolto, di aggiungere un po’ più di gas all’esperienza, ampliando il range di possibilità di utilizzo del DDJ-200 anche al di fuori dell’ambito casalingo.

Menzione particolare meritano le cuffie HDJ-X5BT, molto spesso consigliate in accoppiata con il DDJ-200: versione Bluetooth delle cuffie sovraurali immesse sul mercato da Pioneer qualche anno fa, le HDJ-X5BT lavorano benissimo con il cavo in dotazione ma ancora meglio sotto bt. In molte cuffie di marchi ben più blasonati (in ambito Hi-FI) e che permettono l’utilizzo wired e wireless si riscontra un netto calo delle prestazioni nel passaggio tra cavo e bt: nelle HDJ-X5BT questo non accade quasi mai, garantendo una spinta adeguata sui bassi e alti e medi equilibrati.

In conclusione: per chi è in cerca di un controller per muovere i primi passi nel mondo dei mix senza spendere un occhio della testa, il DDJ-200 è un buonissimo punto di partenza: il prezzo concorrenziale, l’ingombro minimo e la possibilità di integrazione con tutte le più diffuse piattaforme mobili sul mercato garantiscono buoni risultati col minimo sforzo.

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Jazz is (Not) dead: Intervista ai Mop Mop https://www.sentireascoltare.com/articoli/jazz-is-not-dead-intervista-ai-mop-mop/ Mon, 07 May 2018 12:37:42 +0000 https://sentireascoltare.com/?p=378400 Nato nel 2000, il progetto Mop Mop nel corso di quasi vent’anni di attività è riuscito a ritagliarsi uno spazio di tutto rispetto all’interno del panorama jazz sperimentale europeo, andando a collaborare con mostri sacri come il trombonista Fred Wesley e il cantante Antony Joseph. Nel 2012, la definitiva consacrazione con l’inserimento di Three Times Bossa nella colonna sonora di To Rome With Love di Woody Allen, e nel 2013 arriva pure quella della Red Bull Academy Germany che premia Run Around come miglior traccia dancefloor jazz del 2013. Nel 2016 esce Lunar Love, il loro ultimo lavoro in studio in ordine di tempo, un bel mix di funk, dub e jazz con in testa e nel cuore il club, da sempre uno dei posti preferiti di Andrea Benini, leader e fondatore del progetto. In occasione della sua partecipazione all’edizione 2018 del Festival torinese Jazz is Dead!, abbiamo scambiato due veloci chiacchiere con lui.

In questo preciso momento storico, pare che l’asse del jazz mondiale si sia spostato dagli epicentri convenzionali di Chicago e New York in Europa, in Inghilterra. Voi, con la vostra commistione di generi e le collaborazioni con i dj e producer a cui avete affidato i remix di interi album (Isle of Magic e l’ultimo Lunar Love), vi siete guadagnati il plauso della critica e l’attenzione dei media. Vi considerate la risposta mediterranea a questa ondata proveniente da Nord-Est?

Il progetto Mop Mop (che nasce nel lontano 2000 quando risiedevo a Bologna e frequentavo Musicologia) già iniziava ad assorbire le tendenze della cultura underground miscelandole alla matrice jazz da cui tutti noi, anche se in modalità diversa, provenivamo. Oggi pare che l’epicentro si diventato l’Inghilterra, ma tutto scorre sempre in maniera circolare, va e viene. L’importante è essere parte del flusso e non farsi inghiottire. In maniera delicata noi cerchiamo di essere sempre presenti. A modo nostro.

Mescolate funk, afro, jazz e bossanova, passando con disinvoltura dagli organici a tre a quelli a sei, e dai club ai grandi palchi. Quando siete partiti con questo progetto qual era la vostra idea di musica?

L’idea era quella di contaminarsi con tutto ciò che ci attirava e piaceva, miscelando appunto lo stilema del jazz con le varie culture e nel contempo cercando di costruire uno stile personale, riconoscibile. Tutto ciò richiede molto tempo, devozione e in realtà la ricerca non si conclude mai.

Il programma di quest’anno di Jazz is Dead! fa un po’ il punto sulla situazione jazz/sperimentale italiana. La presenza di band come la vostra, degli Zeus! e degli Zu (accompagnati da Mats Gustafsson nella riproposizione live di How to Raise an Ox), attirerà l’attenzione anche dei più giovani, che potranno avvicinarsi al jazz e alle avanguardie. Voi che siete spesso in giro per l’Europa, come vedete il pubblico italiano rispetto a quello di altri paesi?

Io vivo a Berlino dal 2008. Qui la situazione è un po’ diversa. E sono tanti ormai gli italiani che si sono trasferiti qui. Credo però che lo sviluppo della rete stia aiutando molto anche chi vive in Italia a respirare un andamento maggiormente internazionale e maturo. Mi riferisco alla cultura underground e di ricerca. Il pubblico italiano quando è competente, è molto competente.

Siete stati lanciati da speaker d’eccezione come Iggy Pop e Gilles Peterson nelle loro trasmissioni radio, e da qui nasce questa domanda un po’ banalotta: come è stato essere trasmessi da questi mostri sacri?

Fa sempre piacere ovviamente, e da soddisfazione. In generale, quando ti accorgi che la tua musica viene apprezzata in tutto il mondo senza barriere o limiti di età, linguaggio, colore, vuol dire che il messaggio arriva e questo è il compito di chi fa musica. Essere chiaro.

Il jazz è considerato in Italia un affare per vecchi, e lo dimostrano molto spesso le line-up di tanti festival. Pochi (se non pochissimi) hanno una visione proiettata verso il futuro e verso quelli che saranno gli ascoltatori di domani, e molti utilizzano la parola jazz a sproposito. Penso a cartelloni come quello di Sant’Anna Arresi, Novara, la programmazione di Area Sismica e, naturalmente, quella di Jazz is Dead!. Secondo voi, cosa si potrebbe fare concretamente per sdoganare il jazz tra i più giovani?

Appunto miscelarlo alle nuove culture. Il jazz come linguaggio musicale è la base di tutto. Non esisterebbe hip-hop, house, techno senza jazz. Se lo si usa in questa modalità, non risulterà complesso o vecchio per le nuove generazioni.

Progetti per il futuro?

Molte cose. Sicuramente la produzione del sesto album da studio Mop Mop. Poi un progetto che uscirà a giugno a mio nome che darà anche vita ad una nuova label che gestirò, Cristalline, come costola di Agogo Records. E diversi altri progetti che verranno annunciati a breve.

Secondo voi, il jazz è veramente morto o ha semplicemente un odore curioso?

Il jazz come linguaggio non morirà mai. È dentro l’essenza della musica e del suono. Prende solo forme mutevoli che si adattano al contesto storico.

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Electromagnetic Tempest – Intervista a SOHN https://www.sentireascoltare.com/articoli/electromagnetic-tempest-intervista-a-sohn/ Wed, 02 Jul 2014 23:58:02 +0000 https://sentireascoltare.com/?p=234659 i

Autore di uno dei dischi più attesi e controversi di questo 2014, Christopher Taylor in arte SOHN ha accettato di scambiare qualche parola con noi. Una bella chiacchierata, in cui ci ha raccontato le motivazioni del suo trasferimento in Austria, come è nato Tremors e come si evolvono le tracce in sala di registrazione. SOHN, che ricordiamo suonerà ad agosto all’Ypsigrock Festival e a ottobre a Roma e a Milano, ha risposto garbatamente a tutte le nostre domande, sbottonandosi su progetti futuri e ascolti personali.

Sei andato via da Londra in un momento molto particolare, quando cioè la scena elettronica e nu-soul inglese stava definitivamente esplodendo, per andare a cercare rifugio tra le Alpi e gli eleganti edifici di Vienna. Una scelta coraggiosa. Cosa hai trovato in Austria e cosa stavi realmente cercando?

Penso di aver trovato quello di cui avevo bisogno, ovvero pace. Vienna è una città tranquilla, qualche volta anche in maniera spaventosa, e credo che lo stato d’animo di questa città si sia sposato perfettamente con la parte di me che ha dato vita a SOHN.

Dopo il tuo EP di esordio (The Wheel EP) c’erano molte aspettative per il tuo primo album sulla lunga distanza. Come sei riuscito a gestire la pressione creata da questa situazione?

Principalmente credo di non aver sentito tanto la pressione. Almeno, non ero consapevole come tutti gli altri. La mia unica pressione era che avrei voluto finire il disco entro la fine dello scorso anno. Sapevo che se non ci fossi riuscito, avrei perso un importante finestra per pubblicare il mio disco.

Tremors è raffinato e allo stesso tempo irregolare, e nonostante un cantato lineare e non proprio tecnico, dimostra che il tuo stile canoro si sposa perfettamente con i beats che produci. Sei a tuo agio con una vasta gamma di ritmi e ti muovi agilmente tra poliritmie e breakbeats: come funziona il tuo processo creativo? Puoi raccontarci qualcosa delle recording sessions?

Beh, comincio con dei motivetti musicali. Molto spesso mi vengono in testa così all’improvviso e li canto e registro sul mio telefono. Credo che il 70% delle volte la linea vocale registrata si trasformi in una melodia complementare, registrata anche questa sul telefono. Questo significa che anche nelle fasi iniziali del processo compositivo ho un’idea chiara delle melodie e delle strutture ritmiche che poi costruirò attorno alla linea vocale. Se dopo una settimana trovo ancora l’idea e la registrazione valide e interessanti, vado in studio e ci suono sopra.

SOHN

Sembra proprio che Tremors sia influenzato dalle atmosfere del Paese che ti sta ospitando, e solo Artefice, con il suo sound metropolitano, sembra condizionato dal tuo Paese natale. C’è un passaggio in cui dici: :Is it over? Did it end while I was gone? ‘Cause my shoulders They couldn’t hold that weight for long and it all just feels the same. Sembra quasi che tu stia ammettendo di essere una sorta di guida per le nuove generzioni di musicisti inglesi. Come la vivi?

Interessante… Non sono proprio sicuro di quello che significhi – molte volte i testi e le parole escono di getto e il loro significato acquista consistenza a volte dopo giorni, a volte dopo mesi. Credo che spesso i miei testi siano già “settati” nel futuro, nel mio future, intendo. Acquistano significato solo sei mesi dopo, quando mi guardo indietro.

Quest’anno suonerai anche in Italia. Se non ricordo male è una delle tue prime volte nel nostro Paese. Come approcci il set live?

In realtà sarà la mia seconda volta nel vostro Paese; infatti ho suonato a Torino qualche mese fa… Il live show ora è ben delineato; con la band abbiamo suonato circa 50 concerti e ne ho confermati circa 65 fino al 2015. È un live set con sintetizzatori, belle luci e tanta emozione.

Recentemente Giorgio Moroder è tornado alla ribalta con i Daft Punk in Random Access Memories e ha ripreso con ospitate in dj-set e live show. Segui un po’ la nostra scena elettronica e conosci musicisti o produttori del nostro Paese?

Giorgio! Non sono al corrente di quello che sta succedendo dalle vostre parti sinceramente, ma sto per rientrare nel mondo della esplorazione musicale. La voglia di ascoltare nuova musica va e viene…

Cosa stai ascoltando in questo momento e in che modo quello che ascolti ti influenza nella scrittura?

Ascolto molto Wild Beasts, Dream Koala, The Knife e East India Youth. Credo che vedremo molto presto quanto mi hanno influenzato!

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La lunga scalata verso il successo https://www.sentireascoltare.com/articoli/band-of-skulls-intervista-2014/ Thu, 10 Apr 2014 09:41:20 +0000 https://sentireascoltare.com/?p=225877 Freschi di pubblicazione del nuovo Himalayan, i Band Of Skulls, tra una data e l’altra del tour promozionale che toccherà anche l’Italia il 10 e 11 aprile 2014 a Milano e Roma, hanno trovato il tempo per scambiare due chiacchiere con SENTIREASCOLTARE. Sintetico ma esaustivo, Russell Marsden ha risposto a tutte le nostre domande, raccontandoci del nuovo disco e delle sue ispirazioni in fase di registrazione.

Sono trascorsi cinque anni dal vostro debutto, Baby Darling Doll Face Honey. In questi anni avete suonato un numero esagerato di live e molte delle vostre canzoni sono state utilizzate per videogiochi, serie TV e film. Come vivete la pressione della popolarità?

Beh, noi non la sentiamo tanto la pressione. È molto più difficile non riuscire a raggiungere il pubblico, ma conosciamo bene il problema. La cosa importante è che ci piace quello produciamo. Sono sicuro che faremmo questo lavoro anche se nessuno ci conoscesse.

Cosa c’è dietro il nuovo album Himalayan?

Ci abbiamo lavorato per l’ultimo anno, registrando tutto il materiale a Londra in due mesi con Nick Launay. Siamo sempre noi, solo che Nick ha aggiunto montagne al nostro suono.

Penso che il cambio dietro il bancone del mixer, vi abbia dato più muscoli, potenza e un suono ancor più definito. Come è stato lavorare con Nick Launay?

Ogni produttore porta in studio il suo stile in fase di registrazione. Nick ci ha messo a nostro agio e ci ha aperto a nuove idee e direzioni. Il fatto che fossimo fan degli stessi suoni e dischi, ci ha sicuramente aiutato.

band of skulls 2

Uno dei brani più riusciti del disco è, a mio avviso, Hoochie Coochie, che mi ricorda certe sonorità di Marc Bolan e dei suoi T.Rex. Quanto è stata importante la sua musica per voi?

Hai indovinato! Bolan è uno dei musicisti preferiti di mio padre!

Come nasce un vostro pezzo? Seguite un metodo?

Nessuna metodo. Nessuna regola. Nessuna Pietà.

Come è stato passare da suonare nei piccoli club alle grandi arene in compagnia di band come Muse e Queens Of The Stone Age?

È una crescita personale sicuramente, ma è allo stesso tempo come suonare il tuo primo concerto nella tua città. C’è solo molta più gente e pressione.

Cosa state ascoltando ultimamente?

Pan del Diablo (Il Pan del Diavolo?, NdSA).

L’album che ha cambiato la tua vita?

Electric Ladyland della Jimi Hendrix Experience.

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Motorpsycho: viaggio verso la faccia oscura del Sole https://www.sentireascoltare.com/articoli/motorpsycho-intervista-2014/ Sun, 23 Mar 2014 04:57:56 +0000 https://sentireascoltare.com/?p=221607 Approfittando della recente uscita di Behind The Sun, ventiseiesimo lavoro in studio (!), abbiamo raggiunto telefonicamente Hans Magnus Ryan, padre fondatore e colonna dei Motorpsycho. Una chiacchierata in cui abbiamo affrontato di tutto, dalle collaborazioni con Ståle Storløkken e Reine Fiske, alla cover di Theme de Yo-Yo realizzata con i Jaga Jazzist (apparsa su In The Fishtank) – che gli ha garantito la stima di uno dei suoi autori, Roscoe Mitchell – passando per la spinosa faccenda della qualità audio e di quella che viene definita Loudness War. Un’intervista diversa dal solito, insomma, che ci ha permesso di conoscere l’uomo oltre al musicista che tutti abbiamo modo di apprezzare. Affabile e dalla risata contagiosa, Snah ha risposto cordialmente a tutte le nostre domande dimostrandosi, oltre che un grande musicista, anche un buon conoscitore del mondo vintage hi-fi.

Venticinque anni di carriera e un numero incredibile di pubblicazioni e di concerti: una lampante dimostrazione di prolificità e passione per il vostro lavoro. Qual è il vostro segreto?

Molto semplicemente: la musica. La musica è energia, forza motrice di tutte le nostre azioni quotidiane, una potenza senza limiti. Siamo dipendenti da questa sostanza chimica che è la musica. Per noi fare musica è come espletare funzioni fisiologiche: è come mangiare, respirare e fare all’amore. È diventata per noi la cosa più naturale da fare. Ci siamo dedicati totalmente a quella cosa che consideriamo alla stregua di una divinità, e se ti metti a sua piena disposizione, l’ispirazione e la prolificità possono davvero essere senza limiti.

Solo un anno separa Behind The Sun da Still Life With Eggplant, e anche nel vostro ultimo lavoro si possono facilmente individuare sonorità e citazioni del progressive rock, soprattutto inglese, anni Settanta. Quanto è stato importante per voi questo genere musicale che non sempre ha riscosso il favore della critica di settore?

Non ci siamo prefissati nessun genere o stile musicale, ma abbiamo cercato di suonare sempre al meglio delle nostre capacità. Siamo partiti come una band ispirata tantissimo dai lavori degli Hawkwind e, nonostante il progressive rock sia una delle nostre influenze maggiori, non abbiamo forzato la mano per suonare questo tipo di musica. È semplicemente arrivata, senza pressioni e in maniera naturale, come se fosse scontato per noi suonare prog. Behind the Sun è semplicemente stato uno step successivo nel nostro percorso, iniziato anni fa con Little Lucid Moments. È un peccato che questo genere musicale che noi tanto apprezziamo, abbia subito uno stop evolutivo a fine anni Settanta; naturalmente l’esplosione del punk ha avuto grande responsabilità, ma quando l’attenzione del pubblico e dei media di settore venne a mancare, purtroppo, si spense la fiamma che teneva in vita il prog-rock.

Free-jazz, post-rock, math-rock e country: la vostra è una musica totale, capace di muoversi liberamente e senza steccati, sfuggendo alle sopracitate etichette. Come nasce? 

Il nostro processo compositivo è in realtà molto volubile, non ha schemi e ci basiamo molto sulle emozioni che un riff o un testo ci comunica. Bent porta in studio la maggior parte dei riff e dei testi e a volte può capitare che queste bozze siano talmente accurate e definite da venire registrate al primo colpo, quasi senza modificarle. Altre volte il processo è più elaborato, e ci possono volere addirittura anni prima di chiudere un pezzo. Penso a Gullible’s Travails, che ha mutato innumerevoli forme prima di essere registrato e pubblicato su Heavy Metal Fruit. È un processo lunghissimo, a volte totalmente pazzo, ma ti permette anche di vedere come lavoravamo anni fa e come ci siamo evoluti. Sono due processi creativi molto diversi.

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I Motorpsycho hanno sempre dimostrato di essere una grande famiglia, come anche documentato dal video su The Tussler Society. Com’è stato suonare con uno “straniero” come Reine Fiske?

Reine Fiske, nonostante non sia un nostro collaboratore di lunghissima data (collabora con i Motorpsycho solo da Still Life With Eggplant), per me come un fratello. Non abbiamo bisogno di parlare, né di spiegare, quando suoniamo assieme, non un consiglio tecnico, basta solo uno sguardo. Si è creata tra noi una sintonia incredibile, tanto che sembra che lui faccia parte dei Motorpsycho da sempre. Ci siamo conosciuti anni fa, fine anni Novanta credo, ad un nostro concerto a Stoccolma. Non ci disse di essere un chitarrista, né di un essere un musicista: in realtà era il chitarrista dei Dungen (prog-rock band svedese) e me ne accorsi solo tempo dopo guardando alcune foto della band. Non ci disse nulla perché non voleva tirarsela oppure vantarsi di essere un chitarrista famoso in Svezia. È stato incredibile il suo apporto durante le sessioni di registrazione di Behind The Sun e, nonostante il suo stile chitarristico sia così lontano dal mio, Reine completa il nostro sound dandoci più profondità e spessore. Spero proprio che la liason artistica con lui duri molto a lungo.

Ho apprezzato il vostro atteggiamento nei confronti dello spinoso argomento della Loudness War. Quali possono essere le soluzioni per cercare di superare questa situazione?

Noi ci stiamo confrontanto con questo problema da anni ormai e credo che i più grandi responsabili di questa situazione siano le etichette discografiche e le stazioni radio che comprimono il suono per renderlo più alto possibile, a discapito naturalmente della qualità sonora del prodotto finale. Si è persa la pluridimensionalità e la dinamicità del suono e credo che i danni maggiori siano quelli che si compiono in sede di mixaggio e di mastering, in cui i produttori utilizzano plug-in per stravolgere il suono e per rendere, naturalmente secondo il loro punto di vista, il prodotto più professionale. È un grande problema questo, la gente comune per comodità ascolta gli mp3 con una qualità tremenda, super compressa, e ha perso il contatto con la vera qualità del suono. Spero che in futuro si possa arrivare a un livello di compressione il più possibile fedele al formato originale. C’è tanto da lavorare ancora e noi metteremo sempre il massimo impegno per cercare di dare il nostro contributo…

In Italia i ragazzi ascoltano la musica dalle casse dei propri smartphone…

Ah sì? Non è il caso del nostro Paese, per fortuna. In Norvegia c’è più attenzione verso la qualità e ultimamente moltissimi giovani stanno acquistando giradischi e vinili. Sono cose che fanno ben sperare per il futuro.

Cosa hai ascoltato ultimamente e quanto questi ascolti hanno influenzato Behind The Sun

Behind the Sun raccoglie tracce scritte negli ultimi cinque anni e accantonate momentaneamente durante le registrazioni di The Death Defiyng Unicorn, sessioni che hanno occupato ben due anni delle nostre vite. The Death Defying Unicorn era diventato il nostro dogma, la nostra più grande ambizione. Nonostante tutto, dalle sue sessions uscirono altre venticinque tracce, alcune finite su Still Life e altre sul nostro ultimo disco. Naturalmente in un lasso di tempo così lungo gli ascolti personali sono cambiati. Ho ascoltato un po’ di tutto, sinceramente, dagli impressionisti francesi come Debussy e Ravel, Satie, a tantissima ambient music. Parallelamente ho scoperto, soprattutto negli ultimi sei mesi, i Grateful Dead, di cui ho letteralmente divorato Sunshine Daydream. Lo mettevo nell’autoradio e lo ascoltavo per ore mentre guidavo: meraviglioso. Devo dire che le sessioni di The Death Defiyng Unicorn sono state molto stimolanti e fruttuose, lavorare con Ståle Storløkken, un vero maestro della musica contemporanea, è stato molto importante per noi e credo che ci abbia aiutato a crescere. Credo e spero che questa crescita musicale e personale si senta in Behind The Sun.

I dischi che ti hanno cambiato la vita?

Una domanda da un milione di dollari. Sicuramente Universal Consciousness di Alice Coltrane , Third dei Soft Machine, Yessongs degli Yes, On Stage dei Rainbow – che credo sia il disco che ho ascoltato di più nella mia vita – e una raccolta di Elvis Presley che avevo registrato su cassetta e di cui non ricordo più il titolo…

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