Tiganà Santana

«Nel piacere dei libri non neglesse il piacere della vita, né nello studio degli autori quello degli uomini. Trovò tempo a sufficienza per la lettura, le ricerche, l’allegria, la gioia e l’amore, fonti tutte del suo sapere. Fu Pedro Archanjo e Ojuobà [occhi del semidio Xango, N.D.R.] allo stesso tempo». Recuperare La bottega dei miracoli del 1969 di Jorge Amado viene utile per iniziare il nostro discorso su Tiganà Santana. Famiglia di fede Condomblè, nato e cresciuto a Bahia, inizia a studiare chitarra a 14 anni, uno strumento che negli anni lui modellerà a sua immagine e somiglianza. Si laurea poi in filosofia all’UFBA, l’università federale della sua città.

Lo scenario lo rende subito permeabile ai crediti universali africani che ancora oggi il continente vanta nei confronti del mondo occidentale. Quindi ecco Amado: effettivamente Santana sembra preso per la giacchetta da una delle pagine di quel libro, sia da Archanjo, il personaggio principale, o ciò che se ne ricava col fianco in parallelo al sodale Lidio Corrò, pittore e titolare della bottega, sia dalla stessa Bahia, città ancora oggi visionaria e mistica nel declinare linguaggi e interazioni meticce. Il rapporto col mare, ad esempio, è un binomio imprescindibile. Lo stesso Santana ne sottolinea l’importanza nella sua esperienza: «sono nato in una casa da cui si osserva nitidamente il mare, le sue variazioni, il suo movimento percettibile o impercettibile». La storia di Tiganà sa soprattutto di animismo, di spiriti. È densa di lasciti, deportazioni, come quella degli angolani chokwe ed altre etnie, pedine di uno scacchiere altrui fino al XIX secolo e oltre. Questa spiritualità lo trae agli occhi di tutti in implicazioni universali. Ma il culto degli Orixas, per l’appunto spiriti della manifestazione di Dio, è tutto intimo.

Dopo la laurea in filosofia gli si aprono le porte del ministero degli esteri e della carriera diplomatica, un’opportunità da cogliere al volo. Tiganà ci pensa, vaglia le infinite possibilità, chiede aiuto a Olorun, divinità suprema, che a rigor di logica dovrebbe avergli illuminato la via. Opta per la musica. Il suo primo album, Maçale, esce nel 2010 per Tratore/Fonomatic, registrato l’anno prima con la partecipazione straordinaria di Virginia Rodrigues e Roberto Mendes. La band di supporto vede Joatan Nascimento (fiati), André Becker (flauto) e Gabi Guedes (percussioni). Per questa sua opera prima riceve l’elogio di Naná Vasconcelos che non si risparmia: «la sua musica è essenza ritmica e fragranza pura in dono alle divinità». È così soddisfacente questa frase che Tiganà pensa bene di inserirla sul retro del disco. In più Maçale apre al canto/poesia interlinguistico: francese, spagnolo, portoghese, inglese e due lingue africane, il kikongo e il kimbundu. Ed ecco che Bahia riemerge in tutti i suoi finimenti cromatici, fratellanze e collisioni. Il suo non è un canto di protesta, privilegia la ponderazione, l’insistenza dei pattern acustici, i chiaroscuri strumentali, le modulazioni soavi e profuse del canto e della chitarra a cinque corde. Ciò nonostante la sua è una battaglia contro le discriminazioni razziali, contro chi vuole rendere senz’anima, corpo e mente una delle svariate parti della popolazione mondiale. Numi tutelari, Caymmi il baiano e Ali Farka Toure, il John Lee Hooker del Mali.

Nel 2011 il Nostro si trasferisce a San Paolo, passaggio obbligato in Brasile per chi cerca un minimo di risonanza. Nel 2013 esce il suo secondo album, The Invention Of Colour, edito per la svedese Ajabu!. Alle sollecitazioni di Vasconcelos seguono le lodi di Gil, che lo definisce maravilha. Sbarca in Europa, dove viene accostato a Nick Drake. Stando ai fatti, l’album segue la scia di Maçale scavando in registri che rivelano un debole per il folk ma con reciproci richiami di stampo africano e non europeo, comunque fedele di base alla bossa nova di Gilberto e Jobim, al lirismo di Nascimento e all’africanismo dello stesso Vasconcelos. Ospiti scelti, non a caso, la cantante capoverdiana Mayra Andrade e l’esperto di kora maliano Maher Cissoko, compagno di scuderia.

Nel 2014 Santana intraprende un viaggio in Senegal – «un paese che di notte dialoga musicalmente» – della durata di quasi cinque mesi sotto egida UNESCO. È un viaggio esplorativo, da mancato diplomatico verrebbe da dire, quando sarà invece l’habitat naturale in cui registrare il suo ultimo album edito sempre per Ajabu!, Tempo & Magma. Registrato a Dakar, il disco esce sul mercato internazionale il 3 aprile 2015. Album doppio, uno definito “interiore”, l’altro “anteriore”, Tempo & Magma colleziona canzoni che sono il solito dispiegarsi linguistico e vedono la partecipazione della cantante Cèu, della sacerdotessa Mae Stella de Oxossi, di Ladson Galter al contrabbasso, oltre ad Andreas Unge e Sebastian Notini, entrambi patron di Ajabu! È un album che scopre tutte le potenzialità musicali e poetiche di Tiganà Santana.

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