L’House è un diario. Intervista a Aaron Maine / Porches
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Riccardo Zagaglia
- 24 Gennaio 2018
Aaron Maine non è più – solamente – uno dei nomi cardine di quella scena Bandcamp-pop che nell’ultimo lustro ha, nel suo piccolo, ridefinito alcune estetiche dell’indie americano (in particolare quello East-Coast). Oggi, con i suoi Porches, sta portando avanti un percorso di ricerca stilistica ormai (quasi) completamente slegata dagli esordi lo-fi: dopo avere concretizzato una personalissima commistione tra melodie apatiche in autotune e beat talvolta in cassa dritta con l’ottimo Pool (2016), l’americano si è spinto oltre, estremizzandone da un lato la componente dancey e dall’altro la vena malinconica all’interno di un album, The House, di più difficile decifrazione e, di converso, più stimolante. Rimandandovi alla recensione, per l’inquadramento critico dell’opera, abbiamo colto l’occasione per fargli qualche veloce domanda a proposito della genesi del nuovo album. E’ un tipo di non molte parole, come noterete dalle risposte, ma qualcosa di interessante è emerso. Non ultimo, ad aprile lo attendiamo per un mini tour nel nostro Paese che toccherà le città di Bologna e Milano.
Hai affermato che “The House is a diary”. I diari sono solitamente materia personale e intima, cose da mantenere segrete. Perché hai deciso di pubblicare il tuo? Ha rappresentato una sorta di sollievo per te?
È un’esperienza molto strana condividere le mie canzoni con persone che non conosco. Trovo molto bello però che ogni singola canzone possa assumere un significato diverso a seconda di chi la ascolta. I brani che scrivo sono concepiti per avere un significato autonomo, per parlare di se stessi “da soli”, il contenuto delle canzoni comunica ciò che sentivo di condividere con il pubblico, e questo è il motivo per cui a volte faccio molta fatica a raccontarli e spiegarli. I brani, molto spesso, per me hanno un significato molto diverso rispetto a quello che invece assumono per chi li ascolta, e credo proprio che questo sia esattamente ciò che voglio ottenere.
La traccia d’apertura si chiama Leave The House: il titolo è connesso con il titolo dell’album?
Sì, esatto, hai colto nel segno: ogni singola canzone è connessa ad esso.
Rispetto ai precedenti, in quest’album è cambiato il tuo approccio alla scrittura?
Sì, ho cercato di rivelare e comunicare di più.
Ci sono diverse collaborazioni nell’album: come è stato lavorare con così tante persone?
Tutte le collaborazioni sono avvenute abbastanza “organicamente”; amo tantissimo ascoltare il contributo di ognuna di loro nel mio album, credo che il suono di queste voci familiari renda più realistica la descrizione di ciò che è la mia vita.
Quali sono gli artisti che hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro, dagli inizi della tua carriera a oggi?
Arthur Russell, Neil Young, Frank Ocean, Weezer, Blood Orange, The Strokes, Al Green, Television, solo per citarne solo alcuni.
Cosa ci dovremmo aspettare dai tuoi prossimi live?
“We are going to fuck it up”, :^) Ci saranno tante cose belle.

