Album
The World Is to Dig
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Riccardo Zagaglia
- 16 Aprile 2026
I They Might Be Giants continuano a mappare l’assurdo quotidiano con il loro piccolo universo fatto di sarcasmo, giochi di parole, piglio eclettico e energia. O meglio, principalmente per motivi anagrafici (ma anche per una produzione un po’ scarna), l’energia pura in questo nuovo album The World Is to Dig non emerge in modo netto, ma tutti gli altri elementi che hanno reso la band di John Linnell e John Flansburgh un punto fermo dell’indie americano sono ancora presenti.
Tra i primi a rendere popolare la corrente geek-rock (che pochi anni dopo in formato power pop ha fatto la fortuna di The Presidents of the USA e Weezer) soprattutto con gli album Lincoln del 1988 e Flood del 1990 (contenente Istanbul (Not Constantinople), brano che all’epoca si canticchiava pure alle scuole elementari), gli americani tornano a cinque anni di distanza dal precedente BOOK con un lavoro corposo e particolarmente ambizioso: la palette si arricchisce di forti sentori retrò 60s e soprattutto 70s, in particolare inflessioni baroque alla Bacharach (la bella Back in Los Angeles), un mix di Beach Boys e Beatles vagamente Lemon Twigs (Wu-Tang), soft-rock, momenti glam (Je n’en ai pas, Garbage In, What the Cat Dragged In…) e persino una cover dei Raspberries (Overnight Sensation (Hit Record)).
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