Album

Ghost Power

29 Aprile 2022 kraut elettronica spacey

Per chi se la ricorda, la teoria dell’”hauntology” messa in campo dal filosofo Mark Fisher nei suoi scritti sui “futuri perduti” (poi raggruppati in una raccolta dal titolo “Ghosts of my Life”) ha avuto un impatto decisivo sull’ultimo ventennio almeno di musica “altra”, sia a livello di immaginario (testi, copertine, grafiche, etc.) che a livello musicale, applicando un film gelatinoso e un po’ rovinato al sound che in un certo senso ha ringiovanito la musica alternativa invecchiandola – una membrana lo-fi, opaca e piena di riverberi, come echi di un motivetto antico intrappolato in una camera anecoica e loopato all’infinito.

Sul tema della “memoria non vissuta” si sono espressi con maggior incisività compositori che flirtano con uno spettro che va quasi dalla neoclassica alla musica industriale (Caretaker, il “tecnico del suono” dell’Overlook Hotel, e i suoi lavori più recenti sull’Alzheimer, o i piani spettrali “in caduta libera” di Tim Hecker), mentre addirittura un’etichetta, Ghost Box, si è dedicata interamente ad esplorare le varie intersezioni tra questo mondo analogico e “cassettoso” alla Boards of Canada e il folklore orrorifico dell’antica Albione (The Wicker Man), avventurandosi anche nella vastità degli spazi liminali (riecheggiati anche dalla storica copertina “razionalista” di R Plus Seven di Oneohtrix Point Never), propaggini oscure dell’inconscio, spazi potenzialmente infiniti in cui perdersi.

Ciò che Ghost Power, nuovo progetto collaborativo tra il sempre oberato Tim Gane (Stereolab, Cavern of Anti-Matter, e altri) e il polistrumentista Jeremy Novak (che ha conosciuto il fondatore degli Stereolab durante gli anni ’90) ha in comune con l’universo appena descritto non è solo un’evidente assonanza con Ghost Box, ma condivide anche quell’impianto narrativo giocoso e apparentemente innocuo tipico del sound di Belbury Poly (progetto solista di Jim Jupp, co-fondatore di Ghost Box): “blip-blops” da serie tv di fantascienza anni ’60 e altri suoni che sembrano presi in prestito da una library puntellano un sound che omaggia e replica (con fare postmoderno alla Beak) tutte le possibili sfaccettature dello psych.

Dal motorik beat sempre presente e vegliardo alle divagazioni proto-sintetiche dei vari Bruce Haack, Delia Derbyshire o Mort Garson, questo album appare più come un esperimento in fuga dai laboratori sonori della BBC negli anni ‘60/’70 che un vero e proprio tentativo di riammodernare quelle suggestioni.

Tuttavia, il suo scorrere frenetico e ipnotico e la totale assenza di appigli testuali e vocali rende quest’opera un curioso trip da provare, con un maestoso finale che omaggia la kosmische più profonda e siderale (soprattutto nell’anno della scomparsa di due giganti del genere come Klaus Schulze e Manuel Gottsching).

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