
Questo è un demo lievemente stagionato. L’avevo ascoltato e accantonato per motivi di tempistiche non propizie. Poi ultimamente ho rincontrato il Sig.Solo a Milano che accompagnava in concerto Dente (per chi non lo conoscesse valido cantautore che si sta facendo meritatamente notare in questi ultimi tempi) e mi è venuta voglia di ripescare e riascoltare il suo demo. Feci bene. Cantautorato electro-pop a bassa fedeltà. Sarabanda di tastiere da poco per brevi canzoni equilibrate e lineari, balneari. Ritmi elementari tanto ridicoli da diventare cifra stilistica, quasi fosse un Casiotone For The Painfully Alone cresciuto a Battisti, Bluvertigo e Baustelle. Arrangiamenti vintage a rischio d’autismo creano un’insolita e gradevole cornice a testi lievi e pieni di simpatiche ed ironiche trovate, cantati con fare svogliato e lascivo, a tratti snob. Pop frizzante ma sempre educato, piacevolissimo e perfettamente in linea con le recenti evoluzioni dell’indiepop italico. Una produzione più furbetta avrebbe forse giovato ma l’aura da outsider come spesso capita rende il tutto più feticisticamente affascinante. Assolutamente da riscoprire. (6.9/10)

Lapingra da Roma - Isernia. Angela e Paolo. Microcomposizioni pop fatte di tutti quei suonini caldi che siamo abituati ad ascoltare dagli artisti che vengono dai paesi freddi. Voglia di intimità e di lasciarsi avvolgere da infinite lenzuola bianche odorose del sapone della nonna. Compiaciuta regressione all’idea di infanzia assoluta, giochi solitari, fantasie fiabesche, affetto e senso di protezione. Abbozzi abbozzoli malinconici, miagolii di maliziosa e seducente voce femminile, tutta sussurri ed ansimi, filastrocche ninna-nanne CocoRosie. Sotto giusto il minimo indispensabile: synth, ritmiche scrause, organetti, claviette e xilofoni tra Islanda e Giappone, eleganza e preziosità, semplicità e bellezza, nitore. Intorno il silenzio. Quattro canzoni che lasciano un buon sapore in bocca e quando finiscono è un amaro dispiacere. Un assaggio più che incoraggiante. E’ giusto attendere un lavoro più lungo e compiuto, magari con brani dalla struttura appena più complessa e definita, ma anche no, magari solo con un po’ più di personalità. Comunque decisamente incantevoli. (6.9/10)

Enrico Berto da Pordenone ora Milano è una persona simpatica, educata e piacevole in tutto. Sembra giovanissimo, ma andando a spulciare il suo curriculum qua e là su Internet sorge qualche dubbio: musicista istruito, valido fonico e tecnico di studio, già collaboratore di artisti più o meno importanti. Rough Mixes è un’anticipazione di quello che sarà il suo prossimo lavoro. Contiene quattro canzoni pop registrate e prodotte con certosina maestria artigianale. Gli arrangiamenti raggiungono spesso lo splendore, ricchi come sono di soluzioni carezzevolmente azzeccate: cori, violoncelli, ammiccanti, riff chitarristici ad incastrarsi con quel po’ di elettronica che non guasta, filo di voce e calda chitarra acustica. Le melodie, quando non frizzanti e appiccicose, sono comunque avvolgenti e malinconiche. La leggerezza e la cantabilità di questi piccoli gioielli tradiscono il lavoro e l’esperienza che ci stanno dietro e questo è uno dei maggiori pregi che può avere chi fa musica Pop. A me ricorda Sodastream e Perturbazione. Ne sentiremo parlare, è solo questione di tempo. Nel frattempo correte ad ascoltarlo. (7.2/10)

Sarà forse per il cantautorato graffiante alla Rino Gaetano, per il binomio strumentale chitarra acustica-elettrica che sorregge il tutto, per i testi-fiume che sgorgano inarrestabili dai microfoni, ma la musica de Le luci della centrale elettrica ci ha conquistati. Un amore veicolato soprattutto da una parte lirica ad effetto – urla e melodia – estremamente curata nei significati, prolifica, profonda, che qualcuno potrebbe arrivare a chiamare poesia. Avete capito bene, poesia, con buona pace dei fan di De Andrè e di tutta l'intellighenzia major troppo impegnata ad autocelebrarsi con i Cristicchi di turno per perdere tempo con le copertine sbiadite dei demo, resa tangibile da una scrittura che sputa storie di provincia, narra di bassifondi dell'anima, fotografa lo squallore nascosto nei giorni che passano. Il disco d'esordio di Vlad – chi si cela dietro alla ragione sociale – merita attenzione, non fosse altro per l'onestà intellettuale che lascia trasparire. Pur trattandosi comunque di un'autoproduzione e come tale, non scevra da qualche difetto di forma. (7.2/10)

Ottima produzione anche A Merry Christmas dei L'uomo di vetro. La band arriva da Foligno sulle ali di un post-rock malinconico e ben suonato. Decantarne pregi e difetti è, come al solito quando si parla di post-rock, questione estremamente soggettiva e legata al gusto personale, anche se l'impressione generale è che ci si trovi di fronte a soggetti che sanno come trattare la materia. A dimostrazione, il crescendo di Ausgang Berlin e i rumorismi di Dictators, gli inquietanti scampanellii di Manipur e i cambi di registro di On Off, episodi in cui perizia e creatività, strumentazione ricercata – violino, FX, campionamenti, xilofono – e trasporto vengono a patti con un concettualismo che non e' mai ridondanza. Razionalismo e pulizia invece, come quella che emerge dal packaging curatissimo e dalla qualità della registrazione. (7.0/10)

Ciarlatani di Brasiliana Memoria dei La Muga Lena è un capolavoro. Non vi nascondo che la formazione messinese si era già conquistata l'attenzione del sottoscritto ancor prima di suonare una singola nota. Merito di una copertina un po' manifesto pubblicitario à la Dudovich e un po' fumetto del Signor Bonaventura, di una serie di citazioni presenti sulla stessa – qualcuno ha idea di che cosa sia il “Movimento per I Diritti Psichedelici”? -, di testi a dir poco insensati - “Can I Have My Neurons Back? / I Don't Need Them Maybe.../ But I'm Desperately Trying To Collect Them” - ma nel loro piccolo, geniali. Poi la musica. Post-rock che non è postrock, psichedelia che non è psichedelia, progressive che non è progressive, ma tutto di tutto. Come se i Tortoise fossero stati generati da un trip dei Grateful Dead, come se i Mogwai avessero registrato In The Court Of The Crimson King, come se l'eredità di Arthur Brown fosse nelle mani degli Slint: un rock totale che affascina, cattura, accelera al primo minuto e non mostra nemmeno una sbavatura per i rimanenti trentasette. Davvero un peccato vedere il disco relegato ad una rubrica di demo, visto e considerato che di demo non si tratta. (8.0/10)
Christian Carano da Pescara ci presenta il progetto solista !Golemmingsgo!, fautore in questo The Invisibile March di una folktronica maculata post a base di: chitarre malinconiche, tastiere pastello, luccicosi imbronciamenti senza parole, retrogusti modern-psych GDM e ciondolamenti Mùm/Notwist. Abbastanza derivativo ma ben fatto e con sprazzi di peculiarità (voto: 6.1/10 web: www.myspace.com/golemmingsgo). Altro solista celato dietro ad un moniker astruso, anzi di più: Koolmorf Widesen è in realtà Leonardo Barbadoro, col non piccolo aiuto del violinista Andrea L. Cito in quattro tracce di questo omonimo lavoro. Tra drum’n’bass spilliforme e folktronica, fosca malinconia e dolciastro tepore, tastierine ed evanescenze, buone variazioni sul tema di un genere che però mostra la corda (voto: 6.2/10 web: www.koolmorfwidesen.com). Finalmente un trio, i Rossetto Adamantino Liquido da Pistoia. Nel loro Forbidden Placet snocciolano rock-psych tra il garrulo ed il bizzarro con deviazioni brumose, Who e Doors via Sabbath e primi Purple con pure un pezzo in italiano che reca impronte Fiumani in fregola Delirium. Per ora solo un interessante ribollire di passato (voto: 6.4/10 web: www.myspace.com/rossettoadamantinoliquido).