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We Are Demo #20

di Stefano Solventi, Fabrizio Zampighi e Davide Brace

Side A

di Davide Brace

Giovani virgulti dell’entroterra soglianese tutti umiltà, disagio e panzette da birra. Power trio d’assalto, i Chester Polio. Grande desiderio di venire allo scoperto. Grande urgenza di spaccare tutto. Hardcore noise strumentale (tuttavia una voce sarebbe un gran bel passo avanti) strutturato come da scuola math rock ma suonato con inevitabile attitudine punk. Le figure geometriche ci sono, semplici se vogliamo, ma ci sono. Il problema (se problema lo si vuol chiamare) e che sono su piani cartesiani differenti: impressiona come spesso chitarra e basso siano completamente dissonanti e paralleli. Viene quasi il dubbio che non si siano accordati gli strumenti prima di registrare. Oppure che ognuno suoni quel che gli va buttando appena l’orecchio al putiferio che lo circonda. Mi piace comunque pensare che sia tutto voluto e studiato al centimetro. La batteria sferraglia e mattona a dovere. Pesante e precisa. La registrazione è molto buona ed adeguata al genere. Come prima prova insomma c’è da divertirsi e da godere forte, magari con qualche dubbio e riserva. Sono giovani e si sente, in senso del tutto positivo comunque. Una maggiore esperienza, coesione e qualche struttura più complessa gioveranno in futuro al disastroso combo. Per ora la cosa migliore è andarseli a vedere dal vivo. Candidi quanto brutali. (6.5/10)

Gioacchino Turù da Ivrea ora Firenze è un ragazzo pigro, molesto, un tipo poco raccomandabile, amante delle provocazioni (anche gratuite) e dell’osceno. E’ il solito gioco a cercare di capire quanto ci è e quanto ci fa. Lasciamo ad altri. Ci concentreremo piuttosto su questo C’è chi è morto sul Tagadà, concentrato di canzoncine svogliate e sboccate fino all’eccesso, minimalismi elettronici, puntilli di tastierine vintage, micromusic 8 bit, electro cafona ed autoreferenzialità hip hop. Su tutto questo ambaradàn svetta la voce di Gioacchino che perlopiù canta-parla-delira estemporaneo come fosse un karaoke con il solo scopo di divertire una stretta cerchia di amici ubriachi nel suo appartamento. Eppure nonostante l’atmosfera completamente disimpegnata e cazzona sembra di intuire che il ragazzo sappia il fatto suo ed abbia le idee abbastanza chiare in fatto di stile e attitudine. Viene il dubbio che se smettesse di giocare e si impegnasse un po’ di più potrebbe essere in grado di sfornare vere e irriverenti hit bomba. Anzi, mi arrischio ad affermare che su questo dubbi non ce ne siano poiché L’uomo + bello del mondo e soprattutto la splendida Forza Marco Prandi delle hit bomba lo sono già. Le ascolti, le vuoi riascoltare e non te le scolli più dalle cervella. E allora, Gioacchino! (6.7/10)

cover

Di Mark Zonda si era già parlato nel We Are Demo di aprile. Sembra che ora il talentuoso cesenate abbia voluto dividere la sua produzione in due diversi progetti: M’Ar(o per quel che concerne la produzione solista in italiano e per l’appunto Tiny Tide che invece vedrà il Nostro affiancato da valenti compagni di squadra. Le coordinate di questo Zonda Feb Demos sono sempre le stesse: ultrapop deviato molto Eighties, melodie appiccicosissime e riuscite ma sfasate e dall’effetto straniante e psichedelico. Strati di tastiere fluttuanti, cori angelici, basi elettroniche, voce lontana, sommersa e spesso imprecisa, come se stessimo assistendo ad un karaoke casalingo nell’iperspazio. La novità è che i progressi ci sono. Eccome. Le canzoni sono sempre più compiute e sembra che finalmente ci sia anche la voglia di comunicare e piacere, che ricordiamo, non è male alle volte. In più c’è da segnalare che la canzone Girls from Ronta è veramente e finalmente una meraviglia, singolo riuscito e maturo. Bello che pronto per i vostri I-pod. Inevitabile il consiglio di continuare su questa strada. Molto bella anche Paul Rock che richiede a gran voce una linea vocale adeguata. Inutile aggiungere che fa piacere constatare i progressi di un’artista sul quale si era già scommesso. Forza Mark! (7.0/10)

 

Side B

di Stefano Solventi

I My Morning Needle sono un trio bresciano coagulato nel 2002 attorno a quest'idea psych eterea e pastosa, tipo un blues (mal)digerito a post e dark di cui resta una vena pietosa e scura, un battito che batte flebile ma incessante, chitarre che indagano il silenzio tra esplosioni differite e distorsioni pittoriche. Le tracce di While A Beautiful Autumn Fell sono quattro ma bastano a raggiungere i tre quarti d'ora canonici, grazie soprattutto a quella Venus Blue che sfiora i venti minuti al modo d'una suite tutta assorti ciondolamenti, sussurri, sospensioni sigurrossiane, una tromba che scomoda il Miles di Solea, palpiti Kozelek nella penombra For Carnation, finché non deflagra al modo di un accorato folk-rock gilmouriano (l'assolo però tende al noise) e s'acquieta di soul triphoppato. Capito che roba? Quanto ad Halogen 1200, il pezzo più breve coi suoi "soli" sei minuti e mezzo, è una marcia tra schiva apprensione e livide inquietudini, una carica sotterranea che promette minacce sul punto di accadere e invece si limita a piantarti una falce di luna giusto nella giugulare. Ok, basta così. I restanti due pezzi più che altro ribadiscono per altri venti minuti - più morbidamente jazzy Cable Swing, in liquido crescendo psych-post Coal Day. I ragazzi hanno fatto le cose per bene, registrando live (chapeau) a Milano con Lorenzo "Milaus" Monti per poi affidare il mastering alle cure dell'inglese Alan Ward in quel di Bruxelles. Direi che ne valeva la pena. (6.9/10)

Tocca poi a questo duetto da Aprilia, Cristiano (voce, chitarre e tastiere) e Fabrizio (batteria, basso, cori), coadiuvati nelle esibizioni live da Massimo e Roberto, rispettivamente bassista e chitarrista. D'altronde, c'è o non c'è da suonare qualcosa che suoni caldo e pieno? Un sound covato negli anni in cui i due fondatori si sono trovati a collaborare in progetti vari, finché la brama folk rock impregnata di Seventies si è concretizzata nei Desert Motel, al debutto con questo Out For The Week End ep. Già il titolo dice molto. Sette tracce in cui puoi vedere neanche tanto in filigrana la sagoma della Band (What About You), di Petty, dei Calexico, qualcosa di Young e dell'imprescindibile Gram Parsons (Paths). Il suono è pasturato ad organo, slide, armonica, c'è persino una tromba tex-mex. Sfilano ballate acidule col cuore che si spalma on the road (A Song For When You're Blue, Resurrection), la vibrazione analogica incombe su tutto, la voce rammenta vagamente Willie Nelson, una certa rabbia moderna manteca la devozione (This Town, In Your Time Of Need), soprattutto c'è un voler stare con tutti e due i piedi in questo sogno alla frontiera di tutti i sogni disillusi ma evidentemente ancora vivi. Tutto ciò me li fa amare subito e senza condizioni. Sarà che sono sensibile a certe cose. (7.0/10)

cover

Come già segnalato in un vecchio WAD, i torinesi Farmer Sea suonano come una fantomatica "next big thing" già accaduta, solo che non se n'è accorto nessuno. Almeno, per me che ho amato il precedente Where People Get Lost And Stars Collide questo quartetto è "accaduto" eccome. Tornano con Helsinki Under The Great Snow, un mini cd - due brani appena – bastevole ad assodare le buone sensazioni. Prima ciondolando trepido sulla grazia slo-fi della title track, sorta di fusione tra lo sciropposo languore dei Pavement più quieti, il "tepore algido" della miglior folktronica, il dipanarsi orizzontale delle inquietudini Yo La Tengo e nel cuore forse - chissà - un po' dello spazio dilatato Red House Painters. Eppoi con l’incedere dinoccolato di Neil Young Is Watching Me, gentilezza remmiana dedita a turgori Malkmus cantata a mezza voce intanto che monta l'emulsione di chitarre Teenage Funclub nel giaciglio elettronico, ma considerate che con un titolo così mi piacerebbe anche un rutto di topo. Recuperando la serietà, vorrei sottolineare come la loro forza non stia - lo avrete capito - nell'originalità della proposta, quanto nella padronanza, nella disarmante disinvoltura con cui mettono assieme la loro cosa, senza clamori gratuiti, una lucidità estetica che va al sodo senza mai perdere la tenerezza. Non potrebbero che migliorare, se qualcuno investisse su di loro. Casomai quel qualcuno si decidesse ad accorgersene. (7.2/10)

 

Bonus Track

di Fabrizio Zampighi

Contrariamente a quello che potrebbe sembrare dalla copertina piuttosto spartana, Does It Make You Smile? degli Shine è un EP che poco ha del demo e molto del disco finito. Merito di una proposta musicale matura basata su una sfida a colpi di riff tra basso, chitarra (due) e batteria, un po' Television, decisamente Cure – soprattutto nel cantato -, non troppo distante dagli Smiths. Nei tredici minuti del disco, tra grooves uncinanti (la title track) e parabole venate di acid jazz e funk (Close To The Ground), i Nostri trovano anche il tempo per una dedica “speciale” riservata alla stampa di settore (Music Press) (voto: 6.7/10, web: www.shineplace.it). Dialetto siciliano e rock si uniscono nell'omonimo demo dei Tramuntana, per nove episodi in bilico tra toni riflessivi (In cattività) e mid-tempo energici (A Prisenza), dissonanze (8/10) e intermezzi cantati in italiano (Dal profondo), chitarre acustiche (Sonata triste) e vapori noise (Dumani). Se il cuore suggerisce di chiamare in causa i 24 Grana come illustri predecessori, la testa ci fa invece notare come la band possegga una personalità musicale peculiare, veicolata da buone doti di scrittura e capacità tecniche nella media. Per un suono che ha ancora bisogno di crescere, pur mostrando di avere agevolmente superato i turbamenti ormonali dell'adolescenza (voto: 6.5/10, web: www.myspace.com/tramuntana) Zerovolume è invece sinonimo di elettronica nell'accezione più generica del termine, ovvero musica in cui programmazione industrial e cornici sintetiche di basso vanno di pari passo con chitarre elettriche e batteria. A dar vita ad una formula che più che i Bluvertigo sembra ricordare i meno noti Dorian Gray, tre musicisti innamorati della techno applicata agli overdrive (Silenzi Radio), dei Subsonica (Effetti collaterali), delle narcosi in forma di beat (Fotografia), dei paesaggi cosmici (lo strumentale Echoes Of Emotive Interferences). Cinquanta minuti che da un lato non lasciano trasparire cadute di stile e dall'altro non soddisfano appieno causa soluzioni musicali talvolta troppo asettiche (voto: 6.4/10, web: www.zerovolume.it).

Note

Chester Polio

  1. Chester
  2. Coniglio coniglio
  3. To fire barracuda
  4. Frana
  5. I was a palombo
  6. Tremors vs Marco Polo
  7. Guarda come sto bene

 

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Gioacchino Turù – C’è chi è morto sul tagadà

  1. Non puoi chiamarla vita l’inizio
  2. Galline
  3. Tagliate i seni
  4. Pluffare
  5. Lo spazio
  6. Mutande
  7. Cose per guidatori

  8. Sposa sposata
  9. C’è chi è morto sul tagadà
  10. L’uomo + bello del mondo
  11. Kobra Pitta Killer
  12. Cel cul blu
  13. Da questa via
  14. Vuoi ballare
  15. L’aria d’autunno
  16. Oggi festa mondiale
  17. Forza Marco Prandi

 

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Tiny Tide – Zonda Feb Demos

  1. Paul Rock
  2. February demo 01
  3. February demo 02
  4. Needful things
  5. The psychopath at the club
  6. Girls from Ronta
  7. A song for emi
  8. Kitty Jesus

 

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My Morning Needle - While A Beautiful Autumn Fell

  1. Halogen 1200
  2. Venus Blue
  3. Coal Day
  4. Cable Swing

 

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Desert Motel - Out For The Week End ep

  1. Intro
  2. Paths
  3. A Song For When You're Blue
  4. This Town
  5. Resurrection
  6. In Your Time Of Need
  7. What About You

 

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Farmer Sea – Helsinki Under The Great Snow

  1. Neil Young Is Watching Me
  2. Helsinki Under The Great Snow

 

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