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We Are Demo #14

di Stefano Solventi, Fabrizio Zampighi e Davide Brace

Side A

di Davide Brace

Splendido packaging seppiato con foto d’epoca per i Jewels for a Caribou. All’interno un francobollo di Hong Kong e si entra subito nel mood. Voce scura e alcolica, banjo pizzicato, spazzole sulle pelli, organetto. E’ ancora Tom Waits, sono ancora Appalachi, il suono della sega come fantasma o sirena ci fa accomodare dietro la Processione del  Cuore Nero. Sono lente ballate di ottima fattura (è sempre e solo questo, affatto scontato, dettaglio a fare la differenza, soprattutto per materiali di questo genere), morbide e calde di rassegnazione. Non deve essere facile vivere a Savignano sul Rubicone quando nel cuore si hanno pub malfamati, mosche da bar, l’epica quotidiana di Bukowski e Jarmusch. Non si può restare giovani per sempre e a che scopo poi? In questo Grandmother tutto è al posto giusto, i suoni sono ben registrati, i riferimenti sono chiari e ben digeriti, fatti propri, incarnati. Sono il primo ad obbiettare sulla necessità o meno di continuare lungo questo cammino, ma mi rendo conto che per musicisti (e persone) come queste, della modernità, dei suoi tempi, delle sue fisse e mode, non importa nulla (e ne sono in un qualche modo confortato). Sono anche convinto che per dischi come questo ci sia (e ci sarà sempre) ancora spazio ed un discreto numero di cuori disponibili.(6.6/10)

All’inizio ti si staglia sulla faccia un sorriso sottile come una lama ed è subito clima di scazzo, relax: quella simpatica cialtroneria da cui farsi fregare, a conti fatti, risulta un piacere. L’Insolito Clan ha sede in quel di Rimini ma ribolle inevitabilmente, caldo e indisponente delle origini (e dell’accento) crotonesi del cantante Fofò. Non se ne esce. Per conoscenza è un pigro teatrino per busker scalcinati ma con stile (e padronanza tecnica): chitarre acustiche jingle jangle, jazzettini che sfociano quasi senza accorgersi in ragamuffin acustico, basso caldo e pulsante, sullo sfondo giocattoleria da strada: raganelle, kazoo, fischietti, mantra asmatico(?). Sembra di tornare a quei pomeriggi al bar passati a discutere dei grandi sistemi davanti a una birra, del vino o un caffè (a seconda delle disponibilità economiche) più per non tornare a studiare che altro, che a finir l’università si fa poi sempre in tempo. Ciò nonostante resta innegabile l’acume di certe intuizioni e il pensiero torna nostalgico a Gaber, Gaetano, Pazienza… niente di nuovo quindi, come al solito del resto, ma scalda il cuore e strappa sorrisi. A giorni l’uscita del primo disco per quelli di Ribèss Records. (7.0/10)

 

Side B

di Stefano Solventi

Emiliani, attivi dal 2003, i Phono Emergency Tool sono un trio dedito a certo pop-rock con evidenti complicazioni Pavement e Radiohead prima versione, le chitarre che distorcono tra l'emo e una sanguigna psych seventies, argute tastiere allenate alla post-modernità. Senza contare una certa verve in cortocircuito tra vaudeville e country che scomoda spesso e volentieri l'afflizione trasognata dei Grant Lee Buffalo e malmostosi fantasmi Eels. Naturalmente, in questo omonimo EP – sedici tracce per una cinquantina di minuti - c'è dell'altro: per completare il carosello di suggestioni/soggezioni non si può non citare la pervadente nostalgia Beatles (Brand New Friend è in pratica una Drive My Car lo-fi), un pizzico di poltiglia Nirvana e un non so che di sbrigliatezza Gomez. Ora, so bene che cotanto pout pourri spiazzerà il lettore, ma l'aroma complessivo è ben miscelato, una ferma personalità unifica le tracce, sta sul pezzo col piglio e la padronanza di chi ne ha masticata tanta e può permettersi di zompare a piacimento, spacciando con disinvoltura sbruffoneria col fuoco al culo (You're Gonna Cry) e languori aciduli (Breaking My Shell), accenni robotici (Safe) e arguzie funky (Digger Doo). Naturalmente, c'è dell'altro. Però mi fermo qui. (7.1/10)

Lo dicevo io. Macché idioti: i varesini Simone Caronno e Andrea Casalicchio – aka Two Genial Idiots, per gli amici 2GI – sono talmente geniali da sembrare pazzi. Mi mandano un cd che manco esiste, un patchwork di quattro loro opre. Le prime tracce sono l’ep Coelophysis tutto intero, o almeno credo.  Roba electro-dance-ambient warpiana, brumosa e vetrosa, estatica e mefitica che neanche la condensa del fiato di Alien Manero. Se facesse ancora figo, a questo punto citerei gli Autechre, ma soprassediamo. Quanto al resto, ecco il kraut-funk-wave di Fresh People (dall’EP Fuwa Fuwa), che più o meno fa piombare l’Hancock robotico in un pentolone di dexedrina. Quindi il break beat strinito di Un àmleto di meno, che se non altro torna buono per citare il titolo dell’EP di provenienza: Su Càrmelo Bene (occhio all’accento). Non contenti, ‘sti mattacchioni chiosano il tutto con le quattro tracce di Babarzum, EP di remix di pezzi altrui: la psyco-glitch stralunata e tenerella di Biscotti (dei Babalot), il funk-soul sderenato di Time (dei Beta Project), l’hard dadaista di Insanity (dei Ground Control) e la fosca processione techno di An Echo (dei My Own Parasite). Dieci pezzi in tutto. Neanche uno banale. Del resto, l’abbiamo detto, questi sono geni. O, al limite, idioti. Macché. (7.2/10)

 

Bonus Track

di Fabrizio Zampighi

Chreòn Ep dei Floss è frattura, rimozione, di nuovo frattura. Materiale infiammabile che accarezza in ugual misura i Sonic Youth e le ombre lunghe della new wave, le cavalcate soniche dei Verdena e la psichedelia più urticante, i raffinati rumorismi  e  i feedback controllati, le distonie ricercate e i paesaggi fumosi. Muri di chitarre impassibili (Jesus Was Not A Violent Cop) si sostituiscono a verdi prati devastati dal cemento  (Drive/in), luccicanze in bianco e nero partoriscono wah wah acidi come succhi gastrici (Pete Martell And His Revenge To The Wood) riff granitici rubati ai Mudhoney gareggiano in ruvidezza col figliol prodigo stoner (Das Intermezzo) e l'integralismo estetico dei Mogwai (I've A Liquid Woman In My Hat).  A chi ascolta non rimane che godersi questi trenta minuti di “puro” rock & roll  (7.0/10 web: http://profile.myspace.com/flossart ).
Vero e proprio zapping radiofonico invece, quello dei KJW2137 alias Davide Carrozza, trasformato a suon di musica concreta e inserti strumentali in un non-genere disperso nell'etere  fatto di brandelli di telegiornali, briciole di suoni sparsi, campionamenti, silenzi, veri e propri brani. Il tutto compresso nelle due tracce di La gavetta è finita, l'una della durata di ventotto minuti – orgiastica nei toni e suddivisa a sua volta in sei sottoparti -, l'altra di sette. Tra stratificazioni in stile millefoglie e momenti di stasi, dispersioni e ritorni, ci si accorge di aver sotto mano una proposta azzardata quanto estremista, borderline e di confine, in possesso di qualche momento memorabile come di talune ingenuità: una cavalcata in solitaria che si merita (6.3/10 web: http://dedalus.nsn3.net/)  più per il coraggio e la voglia di frantumare gli schemi consolidati che per la visione melodica d'insieme.
Sulla stessa lunghezza d'onda La Rapsodia del Commercio Bianco, non a caso promossa dallo stesso Davide Carrozza assieme ai partenopei Lev. Questa volta i contributi concreti – parentesi parlate rubate all' FM e vere e proprie interviste che scorrono sullo sfondo - sono sostenuti in maniera convincente dall'apporto musicale di una band che accetta di essere vivisezionata, recisa, attraversata dall'elettromagnetismo e dai transponder, ma non rinuncia ad imprimere una svolta musicale netta al lavoro. Svolta che vive di testi fortemente critici, di un approccio musicale poco ortodosso – C.S.I (?) -, di rimbalzi noise e accenni post-punk, di esilii forzati al ruolo di comprimari dietro al fiume di parole che regge la trama del disco. Buono il risultato finale e appassionante la convivenza forzata tra le due differenti realtà espressive (6.8/10 web: http://lev02.altervista.org/).
I Gripweed riprendono il nome dal personaggio interpretato da John Lennon nel film di Richard Lester How I Won The War ma non hanno praticamente nulla a che vedere con l'ex Beatle, a meno che il succitato Lennon non covasse segrete passioni per l'elettronica, le basi disco, le ragnatele di sintetizzatori o le  atmosfere decadenti. Perché di questo che si occupa la band, conciliando passioni sintetiche a derive dichiaratamente new wave – Trigger -, rimembranze melodiche à la Spacemen 3 -  Song For A Videoclip suona come Walkin' With Jesus  ma senza chitarre – a bassi saturi e sottigliezze quasi pop – Cruel Lullaby -, sempre con esiti più che dignitosi (6.7/10 web: http://www.myspace.com/gripweed).

Note

Jewels for a Caribou – Grandmother ep

  1. Waiting For Me In Trouble
  2. Jerusalem
  3. Sleepy farmer
  4. Grandmother

 

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L’insolito Clan – Per conoscenza (ep)

  1. Mi converto
  2. Il filosofo
  3. Si potrebbe…ma forse è meglio di no
  4. La ballata dei poveri illusi
  5. Stati d’animo
  6. Poco prima dello scontro (aspettando il conflitto)

 

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Phono Emergency Tool – s/t

  1. Broken Bones
  2. Close Your Mind
  3. Cruel To You
  4. You're Gonna Cry
  5. Safe
  6. Goblin Little Lover
  7. A Nasty Joke
  8. The Stars Of The Incapacity
  9. Brand New Friend
  10. Breaking My Shell
  11. Digger Doo
  12. Is Mud Or Honey?
  13. Them
  14. If I Just Lose Control
  15. Our Best Days
  16. I'd Rather Be A Mosquito

 

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2GI (Two Genial Idiots) - Coelophysis + +

  1. Ah1
  2. Working For A Webagency
  3. Tons
  4. Tabasco
  5. Fresh People (dall'ep Fuwa Fuwa)
  6. Un àmleto in meno (dall'ep Su Càrmelo Bene)
  7. Biscotti (dall'ep Babarzum)
  8. Time (dall'ep Babarzum)
  9. Insanity (dall'ep Babarzum)
  10. An Echo (dall'ep Babarzum)

 

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