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We Are Demo #16

di Stefano Solventi, Fabrizio Zampighi e Davide Brace

Side A

di Davide Brace

I due Bancali In Pietra, Psico e Mone, provengono rispettivamente da Scacciano e  Sogliano che significa profondo e selvaggio entroterra romagnolo ed hanno sviluppato una preoccupante ossessione per tutto ciò che è magico: chitarre di legno magiche, boschi magici, radio magiche (datevi una letta alla tracklist). La musica che propongono non può perciò che essere...magica. Trattasi di improvvisazioni strutturate, remixate e rimiscelate in seguito. Suonano un po' di tutto: chitarracce, tastierine ed organi d'ogni sorta, drum machine e un mare d'effetti. Quel che ne esce è un unico fluire di  composizioni aeere, ambient a bassa fedeltà, grappoli di note snocciolati senza sosta e nessun rispetto per le regole armoniche, spazialità craute ed echi boredoms, sovrapposizioni di tappeti ritmici, suoni digitali e quant'altro. Nonostante quel che può apparire da una tale descrizione, l'amalgama funziona proprio bene e produce un effetto ipnotico, stordente ed infine rilassante. Munitevi di una scatola di Moment (non si sa mai) ed abbandonatevi senza paura alla liquida follia di questo magico duo, non ve ne pentirete, o forse sì. (7.0/10)

Zagor e Ruben, i due Camillas, sono di Pesaro o forse di Pordenone, non si capisce bene, potrebbero essere fratelli o anche no. Per ora hanno registrato solo questo ep di cinque pezzi ma i loro concerti sono già un piccolo culto che conta numerosi adepti: teatrini situazionisti sempre sopra le righe in cui ha largo spazio l'improvvisazione, il cabaret ed il coinvolgimento del pubblico. Le loro canzoni sono minimali (un sinth, una chitarra elettrica qualche base elettronica) inni discodance, deliranti temporeggiamenti crauti, eccitati garage-punk, imbarazzanti melodie di quel pop italiano che in molti si vergognano ad ammettere di  trovarsi spesso a canticchiare, soul all'amatriciana, ciccia, risa, sudore, sangue, vino, vita. I Camillas sono teneri e surreali punk avanguardisti, genuinamente intelligenti, di quell'intelligenza che in quanto tale non ha paura di travestirsi di ridicolo e follia, restando comunque tagliente e lasciando il giusto spazio ad una moderna, sincera ed inevitabile amarezza esistenziale di fondo. Nell'ep in questione c'è solo una piccola parte di tutto questo “Mondo Camillas” ma è già qualcosa. Cercatelo (è prevista un'uscita ufficiale a fine maggio su etichetta “I Dischi Di Plastica”), cercateli e non mancate per nulla al mondo ai loro concerti. W I Camillas! (7.5/10)

cover

Si diventa grandi, cambiano i gusti, si viene influenzati da quel che c'è al momento, anche, e mi ero dimenticato. Mi ero dimenticato di quel periodo d'oro del rock italiano. La fine degli ottanta e i primi novanta: i Litfiba, il Consorzio Produttori Indipendenti, i Marlene Kuntz, gli Afterhours, la seconda o terza giovinezza di Battiato. Allora mi sembrava dovesse cambiare chissà che, che ce la si potesse fare, si respirava aria nuova. Ci si sorprendeva orgogliosi e capaci di fare un qualchecosa che appariva, ed era, nuovo anche attraverso la riscoperta delle nostre radici, di cantautori in penombra e certo prog settanta che all'estero ci è sempre stato invidiato. L'ascolto di Semiotique delle Visioni di Cody mi ha riacceso una certa nostalgia per quel periodo: inizia con l'ennesima cover de La canzone dell'amor perduto di De Andrè (e ci vuole del coraggio!) che è pure bella col suo andamento evocativo  e lirico, tutto un trattenersi e rilasciarsi continuo e prosegue con  quattro canzoni di pregevole rock italiano dall'ampio respiro, più o meno melodico, in equilibrio tra languido e ruvido. Un demo suonato e registrato molto bene che lascia presagire interessanti ed emozionanti sviluppi. Forza così. (6.5/10)

 

Side B

di Stefano Solventi

Gli Arbdesastr sono due veronesi dediti ad una electro-ambient-soul madreperlacea e palpitante a base di laptop e synth corroborati da tocchi leggeri di chitarra e glockenspiel. Più la voce, s'intende, di quelle che cantano ninne nanne dall'esoterica tenerezza Wyatt/Sigur Ros (come è palese nella ghost track). Tra accartocciamenti glitch e sibili cosmici (Sleep On The Grass), poliritmie sfarfallanti e found voices (Endless Run), vibrazioni lunari e corrucciati struggimenti (Underwater Bedroom), mettono in piedi un teatrino olografico convincente, il calore dell'angoscia, certe allibite meraviglie, quel prostrarsi generoso e luccicante che rimanda a dei Notwist sospesi su una nuvola d'elio (Fallen Trees). Facciamo che sono un po' derivativi, che tutto sappia di già udito non troppo tempo fa. Certo è che nella fibra (traslucida) dei brani s'intravede l'embrione d'una personalità intensa. Per il momento, buona gestazione. (6.9/10)

Quintetto attivo nel senese con tanta voglia di post-punk ed evidenti fregole psych a guarnire, i Dorothi Vulgar Questions debuttano nel magnifico mondo dei demo con un omonimo sei tracce non meno che promettente. Non bellissimo, a tratti anche risaputo, eppure quel loro procedere ostinato e ondivago in un solco scavato tra garage e wave non manca di stuzzicare il nervolino dell'aspettativa. Sentitevi quei tremori acidi tra foschie Joy Division di Red Flower, ballatone cupo e marziale con tanto di wah wah ed effetti sibilanti. Oppure la veemenza robotica e sferzante di Senza scuse (che nel pianeta delle cose impossibili sarebbe una jam tra Ultimate Spinach e CCCP). Eppoi ancora l'invettiva infervorata nel punk-boogie di Le occasioni, o quella specie di flemma Garbo tra bruciori frippiani ne La macchia. Un caracollare tra il beffardo e il lugubre che scomoda un po' della (tras)lucida follia Barrett, il ghigno cupo di Ian Curtis, il Giolindo Ferretti più sordidello. Insomma è uno stare a cavallo tra due idee rock come se fossero una, e forse è davvero così. (6.8/10)

cover

I Taboo di Exotic Sessions sono invece un trio mantovano dalla curiosa propensione etno/exotic/avant. Nulla ci è dato sapere circa i titoli dei quattro pezzi, d'altronde sono o sarebbero “sessions”, appunto, quindi che fluiscano libere col loro straniante afflato post-qualcosa. A vederle in prospettiva, sembrano un soffice groviglio di percussioni echoizzate, chincaglierie liquide, brume lattescenti, cinguettii digitali e flauto stentoreo. Pseudo-ambient accattivante e sordida, ipnotica e insidiosa. Un po' come addentrarsi nel fitto di una foresta di piume e gommapiuma. Trame seriali e astratte avvolte in un bozzolo cinematico, tipo gli Starfuckers scritturati per una danza del ventre al ralenti, o David Lynch che immerge Sun Ra in un liquido amniotico erotizzante. Eppoi quelle voci come una folata di ectoplasmi a pettinare rigurgiti dub su griglie di loop alieni/minimali. Tutto ciò somiglia molto alla soundtrack dei miei sogni più mollicci e angosciosi. Ok, il concept non è facile, anzi nel tirare la corda finisce spesso con tutti e due i piedi nel lato scostante della questione. Tuttavia, intuizione e realizzazione hanno i crismi dell'originalità e dell'efficacia. Mi sa che ne riparleremo. (7.0/10)

 

Bonus Track

di Fabrizio Zampighi

I Qeta partono dal metal e arrivano ad altro. Nello specifico, a una musica che mantiene il gusto per il riff pur affondando le radici in ritmiche rallentate e quasi marziali, mostra scorci di melodia pur sottostando a un basso solido e martellante. Audioslave e Alice in Chains in pinzimonio (Sei), in bilico tra concessioni al binomio cuore-amore (Cosa siamo noi) e plettri in fibrillazione (voto: 6.5/10 web: www.myspace.com/qeta). Discorso diverso per gli Eterno 21, fautori di un rock “all'italiana” che dalle parti di Pordenone – terra d'origine della band – si tinge di melodie lineari e aperture vagamente espansive (Profumo di niente), ruvidezze di chitarra e volteggi progressivi di tastiere (Sottopressione), morbidezze all'Hammond e slanci vocali à la Bono Vox (Come l'aria). Non tutto gira a dovere, lo ammettiamo, – alcune soluzioni melodiche odorano di stantio – ma frequentare certi territori senza restare invischiati in qualche luogo comune non è impresa facile (voto: 6.2/10 web: www.eterno21.com). Suoni dallo spazio e rumori assortiti – emessi da chissà quali creature aliene –, sono invece il pane quotidiano dei BedEx. Sotto l'ala protettiva di un lo-fi “obbligato” quanto attraente, la band racimola un pugno di buone idee e i mezzi necessari per metterle in opera, dando vita a un quadretto onirico che vorrebbe solleticare l'appetito degli orfani dello shoegaze. Lo scopo viene infine raggiunto, grazie a un connubio riuscito tra melodie trasparenti, elettronica artigianale, e cornici strumentali gradevoli (voto: 6.5/10 mail: d.rissone@libero.it).

Note

Bancali In Pietra

  1. La chitarra impazzita magica
  2. Il magico mondo di Amelie a Scacciano
  3. Nel bosco del magico blockenspeel
  4. Il magico organetto del bosco
  5. Bin
  6. La magia della chitarra elettrica
  7. La favolosa radio magica con la batteria magica
  8. Il magico arpeggio terribile
  9. La radio che trasmette magiche vibrazioni
  10. Kebù mentre si abbevera presso il ruscello del bosco magico
  11. La bacchetta di legno magico
  12. Il magico mondo dei magici bancali
  13. La canzone magica dei magici bancali
  14. La pura magia di Sogliano

 

Credit

 

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I Camillas – Everybody in the palco! EP

  1. Problemi
  2. Gina
  3. Mi dai fastidio
  4. Banana/Bullone
  5. Tu sei un animale
  6. 7. 8. The making of “Banana/Bullone”

 

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Visioni di Cody – Semiotique

  1. La canzone dell’amor perduto
  2. Di riflesso
  3. Nella musica degli altri c’è sempre qualcosa di buono    
  4. Avere pazienza
  5. Traccia nascosta

 

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Arbdesastr – Self Titled

  1. Space Rabbits Watch The Moon
  2. Sleep On The Grass
  3. Endless Run
  4. Fallen Trees
  5. Undarwater Bedroom

 

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Dorothi Vulgar Questions – Self Titled

  1. La macchia
  2. Senza scuse
  3. Schermo ultrapiatto
  4. Red Flower
  5. Le occasioni
  6. No metafisica

 

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Taboo – Exotic Sessions

  1. I
  2. II
  3. III
  4. IV

 

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