Seguo l’evoluzione dei riminesi Volticontrolume da qualche tempo. Le loro produzioni sono sempre state interessanti esperimenti di desert rock psichedelico e dilatato, che spesso però si perdevano in lunghi episodi con voce satura d’effetti, annacquata nelle pur gradevoli atmosfere col rischio di creare inizialmente molta aspettativa e finire purtroppo in noia. Con questo nuovo lavoro compiono un gran bel passo in avanti ed anche un leggero cambio di rotta. Finalmente canzoni. Ben strutturate. Voce più o meno intelligibile. Molto più rock e meno psichedelia ambientale. Si parte come degli Yo La Tengo in cantina, la voce strascicata (forse troppo) cala Godano nei sixties più psichedelici. Le melodie rilasciano un gusto che sa di certo garage-beat italiano che è un vero piacere. La chitarra suona marcia e graffiante memore del miglior indie-rock stelle e striscie denotando grande perizia e gusto nell’uso degli effetti. La registrazione forse non rende completamente giustizia alle intenzioni ma considerato che è solo un demo resta comunque un lavoro notevole. Con qualche accorgimento in più a voce e testi, direi proprio che ci siamo. Complimenti. (6.8/10)

Diamine! Ma cos’è? Un concentrato di candida pubertà eterna ed incompresa adolescenza? I riminesi UCS sono giovanissimi, suonano canzoni pulite pulite di una purezza cristallina, pop come ci hanno insegnato gli Smiths o come continuano ad insegnarci i nostrani Perturbazione o anche Carmen Consoli. Ma la voce! E’ la voce che ti prende al cuore. Imbarazza quasi tanto è flebile, intima, netta e isolata. I testi sono l’amore come non si riesce più a raccontare dopo. E’ puro emo a due passi dalla pornografia! La musica è ben scritta e suonata, lieve anche se sostenuta nelle ritmiche e talvolta graffiante. Ma senza quella voce, non me ne si voglia, probabilmente non sarei rimasto tanto attratto da questo lavoro che invece temo finirà spesso nella mia borsa quest’estate. Viene voglia di lasciarsi crescere un ciuffo, aprire la camicia e ballare lascivi, magari un po’ effeminati, insomma Morrissey. Magari non sono così indie come vorrebbero e l’intellighenzia snob continuerà a snobbarli (cattivi!), ma ce ne fossero di giovani band capaci di scrivere canzoni come queste. (7.2/10)
Non so molto di questa band, Il Garage Ermetico. Leggo che sono in due e provengono un po’ da Bergamo un po’ da Genova, il loro demo Alcuni pensieri di Moby Dick la balena mi ha invece letteralmente folgorato. Un concatenarsi fluido di cantautorato sotto tono e piccola elettronica fatta di dettagli e reminescenze, il Robert Wyatt più liquido coverizzato dai Boards Of Canada più astratti prodotti da Fennesz per Snowdonia. Svarioni sottomarini e colpi di sole, musica senza gravità e troppi riferimenti. Vascello in mare aperto perso alla ricerca della grande balena bianca. La voce grave, impastata. lenta si fa portatrice degli ultimi confusi pensieri di una ciurma ormai da troppo tempo alla deriva. Lo sguardo balbetta cercando all’orizzonte, il corpo ciondola assecondando il mare e le sue sinusoidi elettriche. Notti di bonaccia tutte uguali, il buio avvolge, culla. Sul ponte qualcuno pizzica una chitarra, qualcun altro suona un armonica, malinconica. Dalla cabina si sentono confusi messaggi radio rivolti a chissachì. Un grido bestiale squarcia il silenzio, è qualcuno che non ce la fa più. Ma il mare sa aspettare apparentemente immobile, in realtà brulicante di esseri scintillanti e submovimenti. Da qualche parte laggiù riposa sospesa lei, la grande balena bianca. (7.2/10)

Liuk Productions è uno che ci tiene all'anonimato. Gli preme d'informarci che ha 34 anni, vive ad Oristano ed è informatico proprio come la sua musica, composta con un software da due soldi - parole sue - comprato in edicola. Fatto è che il reticolo teatral-electro-prog che ci propone appare giocoso e inquietante. Come un mash-up di tentazioni/ossessioni compresse nella cameretta e ricreate col Commodore 64. La title track fa venire in mente il Giusto Pio de L'era del cinghiale bianco convertito alla tastierina, Irregular Beat irradia sconcertante ciber-esotismo in levare, The Burning Theatre sfalsa linee melodiche tra timbri pseudovocali per una quasi-umanità prossima all'Hancock di Rock It, Euphoric Impression è una filastrocca senza parole per macchine dismesse solo nella realtà. Perché - ecco è il punto - questo modernariato sonico lo portiamo dentro, è la sinopia di ogni mirabilia auditiva attuale, la sua movenza prima, metà fisica (metafisica) e metà androide. Del resto, viene il sospetto che quel Liuk della ragione sociale possa rimandare alla pronuncia italica dello Skywalker di Star Wars, archetipo di effettistica da pochi mega anzi semi-analogica, ma non per questo meno strabiliante. Chiariamo: l'ascolto di Strange Dreams è meno pregnante dei risvolti qui ipotizzati. Ma è comunque gradevole. (6.5/10)

Il progetto Noxia, localizzabile in quel di Salò, è un sestetto “espanso” ad una decina di elementi (perlomeno), tra synth e chitarre, percussioni e fisarmoniche, voci (in inglese, in marocchino, in greco, in italiano) e cori, elettroniche e ottoni. In questo Doron Soundtracks fanno etno-world onirica, futurista e frondosa, suadente finché non spiana riffarama rocciosi, gabrielliana finché non s'avvia midtempo Deep Forest. C'è insomma una nostalgia al lavoro, col mirino puntato sugli ottanta a cavallo tra progressive e pop, anni che reagivano all'esplosione del villaggio globale fantasticando globalizzazioni artificiose, singulti atavici in provetta, ologrammi sonici contro l'ignoto che viene a prenderti (la title track, No Good Byes). Fortuna che tutto si stempera in una voglia di morbidezza urban-soul, quella certa disinvoltura applicata al patchwork sonico che rese intriganti i Bran Van 3000 (Dreamers). Peccato che talvolta si ecceda con le potabili recrudescenze pop-soul: è alto il rischio di sperperare cose buone e giuste come My Freedom – con quella tromba placida a squarciare il velo downtempo – in direzione (argh!) Celine Dion. E che dire poi di quella orribile voce maschile! Visto che competenza e talento non mancano, vale la pena di imporsi una disciplina, di selezionare. (6.3/10)

Un trio anzi un quintetto (le note sul cd e quelle sulla cartellina stampa non collimano) dedito all'incontro tra musica orientale e occidentale, con tutto ciò che questo significa e forse di più. Ecco i Cetana, che poi sarebbero la manifestazione sonora del progetto Advaita, un vero e proprio percorso di ricerca interiore scaturito dall'incontro tra Luigi e Sasidu, il primo cantante e il secondo percussionista originario dello Sri Lanka. Nel loro Demo cd si susseguono melmose ballate psych blues condite da synth siderali, canto rapito e sussurri mefistofelici, percussioni & pulsazioni, tutto un tentativo di ricostruire un terreno comune di visioni/percezioni come accade ogni tanto da una quarantina d'anni a questa parte, almeno in ambito pop-rock. Ma i sixties sono lontani e così – accolta le capacità contemporanee di decostruire e ricostruire – accadono misteriose suggestioni esotiche in teatrini allucinati e stranianti, roba tipo gli Incredible String Band messi a macerare assieme al Kantner più visionario nell'I-Pod dei Bardo Pond. Non possiamo esimerci dal sottolineare una certa prolissità e monotonia, però se siete ben disposti verso le frequenze lente e le vibrazioni dense, potreste – chissà – accedere all'evocativa complessità dei segni. In bocca al lupo. (6.7/10)
Ok, so già che storcerete il naso quando vi dirò che i Save Energy si occupano di metal cantato in italiano. Sembra di sentirvi: i soliti capelloni esaltati il cui unico interesse è quello di trovare una scusa per “slegare” la chitarra, pestare a più non posso sulla batteria, inerpicarsi in acuti alla Bruce Dickinson. E invece. E invece la band sarda, pur non lesinando in ruvidezza, dimostra nel loro Col vento in faccia di saperci fare anche con la melodia, inanellando una serie di episodi – tra tutti Hungry - che tra maree di power chords “stoppati” e assoli d'ordinanza richiama i primi Timoria, omaggia la “Vergine d'acciaio” e trova il modo di farci sculettare come ai bei tempi andati senza scadere in pacchianerie di sorta (voto: 6.6/10; web: www.myspace.com/saveenergy). Discorso diverso per Swelto, che nonostante i capelli lunghi fino alle spalle e lo sguardo truce in copertina, si occupa di hip hop. Di quello battagliero e disilluso, metropolitano e claustrofobico, sputato su beat essenziali e contorni r ‘n’b – Tutto da capo -, aperto a contaminazioni e contributi esterni. Buono il risultato finale ed ottime le potenzialità, per un disco che al di là di qualche naturale ingenuità dovuta alla giovane età dell'artista marchigiano – classe 1985 -, non lascia l'amaro in bocca (voto: 6.3/10; web: www.swelto.it). La palma di miglior bonus del mese va invece ai Cremisi, impegnati a riprodurre un'interessantissima fusione tra accenni post-rock, musica d'autore, deviazioni scanzonate. Batang parla di Paolo Conte su un tessuto strumentale piuttosto personale, Jazz cita Vinicio Capossela tra un basso balbettante e distensioni “dopo rock”, Len-ta-men-te ci ricorda con pochi passaggi chi erano i Mogwai, Semplice scova in fondo alle tasche un grammo di blues e lo veste di trame decisamente allentate. Eleganza e gusto estetico fanno il resto (voto: 7.0/10; web: www.cremisi.com).