
C'è una cosa che salta agli occhi se ci si avvicina alla musica degli Amelìe: il grande equilibrio formale che sottintende. Una scrittura appassionante, matura e semplice al tempo stesso, risultato di un'attività artigianale in cui viene riposta ogni cura e non di uno sfizio brufoloso da levarsi al più presto. Ce ne eravamo già accorti ai tempi del precedente The Trabant Ep, lo ribadiamo ora che nel piatto del lettore gira - con una certa soddisfazione - Be Low: cinque tracce che non ne vogliono sapere di puntare al ribasso, trasformandosi invece nell'ennesimo omaggio a quell'idea di pop “elegante” da sempre una costante della formazione. Un sunto efficace di arrangiamenti puntigliosi ma non debordanti, ganci melodici piacevoli e poco consueti, a cui si affiancano pacatezza nei toni e solida perizia strumentale. Qualità che emergono dalle voci e dal pianoforte di Do It Over come dalle chitarre tremolanti di Slow, dalle atmosfere vagamente à la Jeff Buckley di Shake You come dalle accelerazioni al guinzaglio di Get High, in un alternarsi di quadretti melodici articolati capace di catturare anche l'attenzione di Paolo Benvegnù. (7.2/10)

Che bella sorpresa i Black Bass. Una band che pur suonando “demo” a tutti gli effetti – con le giustificate ingenuità del caso -, non disdegna di mostrare idee brillanti, pur evitando di seguire facili scorciatoie partorisce una musica personale e immediata. Merito della voce di Sara, svogliata e intensa al pari di quella dell'ultima Nada, ma anche di bassi ipnotici, chitarre elettriche impastate di wah wah, batterie granitiche. Un conciliabolo di proletari del rock che rende al massimo quando le strutture si dilatano sfiorando la psichedelia (Città sconosciute) o magari rallentano tingendosi di nero (Sai quello che sei), ma che non esita a inerpicarsi in slanci melodici e intrecci vocali acustici (Vengo con te). (6.5/10)

“Ottime potenzialità creative, suoni sporchi e un’attenzione per la varietà e il tiro delle strutture fanno pensare ai No Seduction come a musicisti ben sintonizzati sugli scopi da raggiungere [...]”. Ai tempi dell'omonimo cd d'esordio li avevamo sottovalutati i No Seduction, o per meglio dire ne avevamo intuito le qualità senza scendere troppo nel particolare, limitandoci a cogliere soltanto il senso generale del progetto. Mai avremmo immaginato di doverci confrontare con una crescita tanto repentina e un secondo disco - appunto Experience More Powerful Orgasm – che quasi dispiace relegare nella nostra piccola rubrica dei demo, tanta è la qualità che lascia trasparire. Dal canto suo la band di Chioggia si premura di rinfrescarci la memoria su quelle che sono le sue priorità, a cominciare dalle chitarre laceranti che attraversano le dieci tracce in scaletta e dalla voce ruvida che intasa i microfoni: fendenti irrispettosi della buona creanza in bilico tra Kings Of Leon (La Clinique), post-punk deviante in chiave Birthday Party, Liars prima maniera (Our Song In A Ring Tone) e noise. Con in più, a fare da contorno, quattro episodi ripresi dal dischetto di cui si diceva in apertura (The Little Song Of Yes & No, Memories Of An Irresistible Masochist, Midday Microwaves, The Infection). (7.0/10)

Quello di spulciare tra decine e decine di demo non è un lavoro semplice e alla lunga può risultare anche un po’ pesante. Tra un pregevole disco a fedeltà talmente bassa da risultare dannoso all’udito ed esperimenti elettronici che a volte non si capisce dove vogliano andare a parare, può sorgere effettivamente il desiderio di ascoltare “solo” belle canzoni, semplici, lisce, solari e che diamine! Ecco perché i Jocelyn Pulsar sono stati e sono una piacevolissima sorpresa, un respiro di sollievo, un attimo di relax. Un concentrato di pop italiano non sempre così “indie” come forse si vorrebbe, ma per fortuna, che ne abbiamo già pieni gli scatoloni! Uno strumentale in punta di dita acustica-piano-violino che è uno zuccherino stesi su un divano sotto il sole introduce una serie di ballate dal ritmo più o meno ciondolante, riff di acustica stoppata come certi Built To Spill, la simpatica pronuncia del cantante (Forlì, cosa ci vuoi fare?) che non può non ricordare Luca Carboni o Samuele Bersani magari accompagnati dai The Thrills in braghette a far coretti. Piccola delizia da portarsi sotto l’ombrellone. (6.7/10)

Ascoltando il lungo demo dei Naked Pectore più volte mi sono trovato a pensare: “non è possibile!”. Da dove vengono? Romagna. Ma deve essere in realtà una omonima località su qualche pianeta ancora sconosciuto della galassia. E’ la vendetta della pattumiera cosmica. Elettronica scrausa, vocalizzi in falsetto e assoli di chitarra improbabili e datati a gravitar nello spazio, cupi tappeti di synth siderali, impossibili colonne sonore tra il ridicolo e l’inquietante, musica da videogiochi che incontra profondità doom metal, ballate di folk medievale o dal vago gusto latinoamericano cantate in dialetto romagnolo (per chi lo capisce c’è da schiattare dal ridere), cori, risa, grida, versi, rutti. Gli Oliver Onions che coverizzano i Pink Floyd, i Daft Punk che remixano gli Eagles con uno special guest alla voce di Sgabanàza. Fantasia in espansione, estetica nerd tra presa per il culo e vezzo intellettuale. I Naked Pectore sono “troppo”, in ogni senso, nel bene e nel male. Le parole non bastano. I Naked Pectore sono completamente fuori dal tempo e di testa. E adesso? (7.0/10)

Milano e i suoi contrasti, il distacco un po’ snob degli ambienti “indie”, la sua multiculturalità, una certa eleganza spesso più pretesa che altro. Gli studenti di design, grafica o moda sbronzi fuori dal kebabbaro dopo l’ennesima notte in cui han dato tutto. Energia che non si capisce dove sia diretta ma che sarebbe un peccato conservare intatta. Giovani corpi, belli, accessoriati accuratamente, in movimento. Del promo dei Fou colpisce subito la qualità della registrazione, il riuscitissimo incastro vocale maschile-femminile che può ricordare le rimpiante decadenze degli Scisma, la stessa cura (spesso addirittura eccessiva) nel comporre testi sarcastici ma sempre eleganti ed evocativi nella loro indecifrabile modernità, l’immediata musicalità delle canzoni nonostante certe spigolosità fatte di chitarre e tastiere energiche, talvolta soniche al limite della saturazione, strutture post punk tutt’altro che semplici, inserti elettronici, voci campionate ed altri effetti speciali. Qua e là punte di Marlene e Baustelle ma giusto per dare dei riferimenti. Molto bravi e basta. (7.2/10)
Bubblegun fa robo-pop house ludico, vocoder e synth eighties, bambolotti Kraftwerk con le pile troppo cariche, il Beck se lo avessimo sognato un quarto di secolo fa. Il suo 100% Martian Milk EP cammina a scatti sul filo di una demenzialità disinnescata e innocente, ufologica e cartoonesca come un Fatboy Slim se scrivesse la soundtrack di Gino il Pollo. Divertente, con qualche groove azzeccato. (voto: 6.5/10 web: My Space). Gli Egon di Per me, Sofia sono invece un quartetto dedito al connubio tra indie-rock ed elettronica con qualche tentazione avant. Pensate ai Notwist immischiati O'Rourke con qualche concessione all'emopop Negramaro. Sincopi funk-prog e perturbazioni digitali, linee di basso dilatate e sinuose, cambi di scena per esotici jazz-folk, reiterazioni post e parentesi psych. Non tutto si tiene, ma quel che si tiene è buono. (voto: 6.4/10 web: Sito ufficiale). Con Romina Daniele viene il difficile. Venticinquenne da Napoli, già premiata al Demetrio Stratos '05, fa sperimentazione vocale al limite dell'udibilità. La sua proposta è quindi sconcertante, una Diamanda Galas imbrigliata in una ragnatela Glass, il selvatico espressionismo di certe Allun, improvvisazione selvatica & patologica tra organizzazione e destrutturazione, tra suono e il rumore d'un suono che sferza la vita. Il valore della proposta è intuibile, ma sta parecchio al di sopra delle mie possibilità. (voto: s.v/10 web: Sito ufficiale).