
Ideale punto di connessione tra l'anfetamina robotica dei Talking Heads, l'ironia di Alberto Camerini
e l'estetica glamour dei più recenti Franz Ferdinand, i Tribuna Ludu fanno, parole loro, “musica da ballo per mentalmente disturbati”. Che a essere meno di parte e politicamente più corretti vuol dire occuparsi di una new wave spigliata e strafottente rinchiusa nei pattern ritmici propri della lingua di Dante. Un lavoro sporco, ne converrete, costantemente minacciato dal “ridicolo dietro l'angolo”, tuttavia portato a termine egregiamente dalla band toscana in cinque tappe di un trip in levare adatto anche al dance floor più alternativo. Se L'idiota si muove tra canoni formali piuttosto usuali per il genere, JpII già mescola bassi pulsanti a critiche feroci contro l'ipocrisia della religione, Cardiopalma è un divertente esperimento di cut up linguistico che aspira a diventare la love song dell'era del Bit, Lui Lui – tradizionale brasiliano – rivela il piccolo Birthday Party che si nasconde dentro ognuno di noi.
I Tribuna Ludu sono bravi a costruire geometrie simbiotiche e pulitissime ma soprattutto a mantenere un profilo basso e squisitamente ironico sia nelle musiche che nei testi, non dimenticando nemmeno per un istante che il rock è anche – o forse soprattutto – gioco. (7.0/10)

“Il Muumin è uno spirito della Finlandia che vive nella natura, si può comunicare con lui ed esso è pronto a consigliarci come nel caso del brano. Il brano del Vibrafono nella parte centrale è il tema di una nota trasmissione che conduceva Corrado. Ne segue l'inizio di una Corale di Bach riletta in chiave progressive. Come un'opera di De Chirico questo brano riesce a fondere in maniera armonica momenti sonori (...) radicalmente distanti. Dal Barocco al funky, al progressive, al pop ed un sano tocco di Anni 80, l'ascoltatore è proiettato in un continuum del tutto consequenziale”. Bastano poche delle dettagliatissime note stampa allegate al disco per farsi un idea di quello che è il pirotecnico universo musicale dei Bayreuth Project. Una diga fatta di raziocinio e teste pensanti perennemente in procinto di soccombere sotto il peso di stimoli stilistici rubati alla lirica, al pop, al jazz, alla musica colta, al rock. Sullo sfondo, ad agire da collante, un'attitudine progressiva che mette ordine tra elaborate forme-canzone e scambi vorticosi, toni semiseri e citazioni filosofiche in tedesco, col fine di creare – come i diretti interessati sottolineano in più di un'occasione – il prototipo dell’ “Opera Totale”. Difficile di questi tempi trovare una band tanto folle da rinchiudere nello stesso EP Henry Miller, Wagner, i Pink Floyd di Ummagumma – date un'occhiata alla copertina -, le leggi del Caso e Ghostbusters, ma i Bayreuth Project sembrano riuscire nell'impresa, implodendo in un progetto artistico complesso ma tutto da scoprire. (6.9/10)

Il crooning di Nick Cave e, perchè no, del nostro Giancarlo Onorato – ma potremmo citare anche i Sophia o i Tindersticks - unito a particelle elementari di quello anni 80 – The Wave Of The Time That Lives – dà vita agli Charme De Caroline, band di Cagliari all'esordio discografico ma dalla storia musicale piuttosto corposa. In realtà un duo più che una formazione classica, con Alessandro Muroni al pianoforte, Antonella Deliperi al violoncello e l'opera di alcuni musicisti dell'area sarda a fare da contorno. Risultato dell'incontro è From This World, elegante parentesi dalla dizione perfetta sospesa tra vocalizzi in vibrato e scambi strumentali ariosi, accordi in minore e suoni notturni, slanci ricchi di pathos e buffetti acustici, dissonanze scarabocchiate – Fascination Of A Long Way – e melodie toccanti. Una prova convincente con il gusto per la decorazione quella degli Charme De Caroline, che oltre a raccogliere musica dalle raffinate tessiture, finisce per diventare, nelle mani dei suoi autori, anche una pièce teatrale. (6.9/10)

I monzesi Confusion Is Next sono un quartetto punk-rock noise e melodico, ma loro preferiscono dichiararsi devoti all'eroica stagione grunge, quella dei primi Nirvana e Mudhoney. Vale a dire: scelleratezza accorata e sferzante vigoria seventies, il tutto invasato post-hardcore con qualche benemerito rigagnolo metal. Danno spesso infatti l'impressione che l'orologio emotivo sia fermo a un paio di decenni fa, zona Seattle o giù di lì (vedi una Wood che rumina emerito spleen Cobain, o quella Tormented che sembra una outtake dei Green River), quasi che il grunge l'avessero succhiato col latte della mamma. Ok, se Spread The Spirit non fosse che questo, dovremmo limitarci ad apprezzarne la convinzione che lo muove - e già non sarebbe poco. Però c'è dell'altro, ovvero il tentativo di fondere nello stesso crogiolo il lavorio arty dei Sonic Youth (Chlorine), la sbrigliatezza battagliera dei Clash (Trashing Happy), le ubbie meditabonde di certi Hüsker Dü (Insane Asylum), nonché - udite udite - la pop wave acidula degli Psychedelic Furs (Steam). Il sospetto che molte di queste filiazioni siano, come dire, non programmate o addirittura inconsapevoli, è un punto a favore della loro fragranza. Così come alcuni evidenti difettucci di esecuzione - quel che si dice il bello della presa diretta: il disco è stato registrato, missato e masterizzato in dieci ore, senza ulteriori ritocchi - e certi schietti massimalismi - "niente robaccia elettronica" - contribuiscono a rendermi la proposta ancora più accattivante. Alla fine sono tutte cose già sentite. Ma fa sempre piacere sentire un manipolo di cuori ruvidi e pieni al lavoro. Il primo album è alle porte: dateci dentro. (6.8/10)

Indie folk sognante per i napoletani Pipers, costituitisi recentemente e subito finiti nelle amorevoli grinfie dell'instancabile Paolo Messere, che ha messo a disposizione il suo Seahorse Studio per realizzare questo 1/2 Penny Marvel. All'epoca - marzo 2006 - della formazione non faceva ancora parte Lucio, per cui alla batteria fu reclutato Davide Fusco dei Blessed Child Opera (che - lo ricordiamo a beneficio dei distratti - è la band di Messere). Per il resto, è questione di piano, chitarre e tastiera, palpabili influssi brit-pop, venolina psych addomesticata, ma anche beat post-moderno addizionato di bagatelle electro. I tre pezzi in scaletta mostrano una bella duttilità, la freschezza dei debuttanti e l'accortezza di chi ha le idee chiare a proposito degli ingredienti, ragion per cui il cocktail - per quanto complesso - va giù liscio e intenso. Nell'ordine, incontriamo una Tonight Goodbye che mescola il passo dolceagro dei Grant Lee Buffalo al fiabesco di certi Smashing Pumpkins, poi una Catch Me! che blandisce sciorinando funky dance e ghigno paisley tra giochetti sintetici, infine l’accorata Have A Smile che setaccia umori dark wave e brume folk-rock di stampo Mojave3/Linkous, con la melodia che distilla malanimo in un guazzo di gracidii sintetici, cori cremosi e tastiere tiepide. Dalla voce - irrequieta e felpata - alla scrittura, tanta personalità e neanche un pizzico di sudditanza. Anche per loro, pare, un album a breve. (7.0/10)

Traducendo dall'ostico tedesco - utilizzato con pudore hitchcockiano (nel senso di Alfred) - si ottiene non solo il titolo dell'ennesimo lavoro di Humpty Dumpty, ma addirittura un micromanifesto poetico che informa tutto il programma di questo Eine Traurige Welt F ür Scheiße Leute. Ovvero: un mondo triste per gente di merda. Ebbene, sì. Sedicente neo-psichedelico, il buon Alessandro torna dopo un po' di mesi ad incantarci e atterrirci con le sue canzoni-trappola, cogli irresistibili teatrini electro dove si consumano nonchalance rabbiosa, amaro distacco, suadenti condanne, divertenti sentenze. Con l'acume acidulo di un elefantino Barrett attraverso brume Joy Division (Amigdala), con l'algida ferocia e l'understatement beffardo d'un Faust'O (Colite spastica), con la laconica psichedelia Skip Spence che incoccia cantautorato wave Fiumani (Yin), col passo krauto che soavemente sposa l'allure dei Notwist (Tutto questo). Il tutto cosparso di improvvise, sensazionali complicanze, dalle tossine Hitchcock (nel senso di Robyn) tra elettriche nostalgie beat di Una sera, agli inneschi wave-pop (circa Human League) irrorati di electro funk Herbie Hancock in Giro di vite, passando per la melliflua liaison David Sylvian-Garbo di Termopili. Ok, mi son fatto un po’ prendere la mano. Ma non è tutta colpa mia. Sono gli intrugli caserecci di Alessandro/Humpty ad intrigarmi senza scampo. Le sue danze fosche e cinguettanti da robot guitto. Il cinismo ostentato dei testi, sordidi e arguti come un taglione applicato alla dura legge del reale. Sempre più bravo. (7.3/10)
Già vibrafonista per Brychan, Roberto Celi intende mostrare nelle quattro tracce di Vibrando le possibilità pop del suo vibrafono, la melodia che cede alle luccicose sfaccettature del suono, la densità guizzante ed eterea, la capacità di evocare esotismi amicali e nostalgie incognite. Sembra di sprofondare continuamente nella stessa gelatina pop di Sentimento nuevo di Battiato, o tra le gustose soundtrack jazzy di qualche decennio fa (voto: 6.6/10 web: www.robertoceli.it). Mickey Eats Plastic ci offre invece electro imbastardita di suoni suonati e viceversa. Danza di singulti, pulsazioni, sibili, profondità, calore (di chitarre, d’organo), found sounds cinguettanti, funky robotica e glitchata, una vena vintage che non smette mai di pulsare sotto la pelle cyber. Forse troppo dentro l’immediato ieri, ma ben fatto (voto: 6.7/10 web: www.mickeyeatsplastic.com).