
Nati come “Progetto Singer Wanted” - sottile operazione di marketing on-line protrattasi per un anno che prevedeva la scelta di un cantante tra i candidati che avessero presentato la migliore parte vocale per le basi strumentali postate dalla band sul sito www.singerwanted.net - gli Improponibili riassumono in questo demo il lavoro di sintesi portato a termine assieme a Doppia K – aka Maurizio -, il fortunato di turno. Un coacervo di stili costruito su ritmiche in levare che pur ricordando alla lontana il lavoro di formazioni come i Negramaro, sceglie comunque di affidarsi a un approccio energico in bilico tra docili progressioni e chitarre acuminate. L'hip hop si mescola a melodie slow-tempo che ricordano i Red Hot Chili Peppers in Scuse, riff di basso invasivi convivono con diffusi spigoli elettrici in Anime a metà, ruvidezze à la Pearl Jam presenziano in Dissociazione, crossover e funk di scuola Rage Against The Machine diventano la spina dorsale di Dopo Luna. Il tutto in un guazzabuglio musicale vitale e tutto sommato apprezzabile, minato in alcuni frangenti da una convivenza forzata tra ego strumentali poco inclini alla sottomissione. (6.5/10)

Con un titolo come Super Muff Ep – che richiama volente o nolente lo storico Superfuzz Bigmuff dei Mudhoney – era difficile passare inosservati. E ancora più difficile sarebbe stato pretendere di non venir catalogati sotto quel grunge che più di dieci anni fa faceva rombare il cuore di un'intera generazione di rockettari. Poco importa ai Morvida, che oltre ad indossare con un certo stile camicia di flanella e Dr.Martens d'ordinanza – The Circle sembra un' outtake del già citato gruppo di Seattle – decidono di spingere l'acceleratore fino ai confini con lo stoner. Nascono così Age Of Empire e Ghost, episodi che ai Kyuss devono patrimonio genetico ed educazione, pur suonando hard e nel medesimo istante evocativi, ruvidi e vagamente psichedelici, solidi e attenti alle melodie. Come del resto The Picture, oasi metallica in cui si intrecciano ritmiche aderenti e echoes simil-shoegaze – i Black Rebel Motorcycle Club di Whatever Happens To My Rock'n'roll -, accelerazioni spasmodiche e muri di riff. Positiva l'impressione generale, pur nell'ottica di una proposta fortemente derivativa. (6.7/10)

Piuttosto sfizioso anche Flame Thrower, April Shower dei marchigiani Damien. Merito delle giravolte punk rock e delle melodie ariose, di un approccio fondamentalmente easy e di distonie appena abbozzate, di rotondità à la Julie's Haircut e di riffoni elaborati sullo stile di International Noise Conspiracy. Con in più un mix armonico e paradossale di irruenza giovanile e maturità compositiva. Tra una batteria in crescendo e repentini sbalzi ormonali, elettriche eccitate e densità reattive, si consumano le sei tracce del terzo episodio dei Damien, musica che oltre ad avere l'effetto del Prozac anche su un vecchietto come il sottoscritto – ascoltatevi Enfant Terrible e poi giudicate -, mostra un gruppo capace e dalle idee chiare. Le stesse che probabilmente hanno permesso alla formazione di farsi apprezzare in contesti importanti come Arezzo Wave e Il Violino e La Selce e di aprire per artisti del calibro di Tre Allegri Ragazzi Morti, Paolo Benvegnù, Yuppie Flu, Linea 77, Offlaga Disco Pax. (7.0/10)

Questa del cesenate Mark Zonda è una raccolta di canzoni contenute nei suoi demo ed ep precedenti (si va dal 1999 al 2007) che ci fa tuffare la testa in una vasca da bagno piena d’acqua calda. Da sotto si sentono melenso pop anni ottanta, melodie appiccicosissime, voci stonate ed elementari ritmi digitali. È divertente, completamente estraniante, sembra di aver ricevuto dei colpi in testa: puro sfasamento mentale. Tolta l’acqua e la vasca rimane del low-fi pop autistico, una dolciastra psichedelia organistico-tastierosa che arriva a toglierti i sentimenti ed una voce mai veramente al suo posto che si inerpica sulle melodie che da piccoli amavamo ascoltare sull’autoradio dello zio. Se non vi infastidisce ma anzi amate il lato più imbarazzante dei Flaming Lips, del John Frusciante più drogato o anche Luca Carboni e soprattutto non riuscite più a vivere senza la “musica” di Ariel Pink, dovete concedere un ascolto a questa raccolta di demo. Io per ora la metto da parte, tra le cose che riascolterò volentieri. (6.8/10)

Che tizio il pesarese Lorenzo Pizzorno! Ti chiede se ti va di ascoltare alcune delle sue canzoni, poi ti svela che ne ha incise più di quattrocento dei generi più vari, dal soul alla musica medievale. Lo guardi incredulo negli occhi e capisci… che non sta scherzando. Questa omonima raccolta di sedici canzoni chitarra e voce ne coglie forse l’aspetto più cantautoriale. Sono i numeri di un capace intrattenitore antifolk, i monologhi di un menestrello ubriaco di amore e vita, incontrollabili flussi di coscienza che spesso rasentano il delirio, a volte disperato, più spesso autoironico. Si sorride, si ride anche, oppure si sprofonda nell’amarezza più buia, resta il fatto che sono canzoni scritte bene, come non si sente spesso e tra le quali, lasciando perdere qualche episodio più pretenzioso e costruito (perdonabile data la mole della produzione), si ascoltano quelli che potrebbero tranquillamente essere dei nuovi classici della canzone d’autore italiana: È solamente una bazza, Ma non dovevo diventare come i Beatles? e Ma che bello su tutte. Un talento nascosto che insieme ai vari Vittorio Cane e Stefano Amen potrebbe dare, se scoperto, nuovo lustro alla beneamata tradizione italica sulla scia di Moltheni, Babalot e Bugo. (7.2/10)

Ascoltati dal vivo presso la sede di Ora d’Aria, quartier generale della ormai beneamata ditta Ribèss Records, i Mad Pour L’Unheard si fecero notare per la capacità di creare una calda atmosfera corale, compartecipata, divertita e divertente. Nel loro primo demo Videad troviamo rilassate ballate acustiche, filastrocche ciondolanti, canoni folk-popolari, americani ed europei, trasandati e scalcinati come sempre dovrebbero, qualcosa che ti aspetteresti dall’incontro dei Gomez con i Flaming Lips più acustici e il primo Beck all’armonica, percussioni sibilanti e tamburi da cambusa a speziare una mescola, stonata e psichedelica, dei linguaggi più disparati: inglese, francese, italiano, tedesco, dialetto modenese (i nostri si situano tra Carpi e Modena) e chissà cos’altro, a suggerire una nuova lingua zingara e piuttosto musicale. Ti aspetteresti di trovarli, un po’ straccioni e un po’ clown, ad ogni angolo della strada in quelle giornate dove tutto sembra dirti: “piglia su il tuo cestino e parti, parti verso il sole, perché domani è un altro giorno”. In futuro si dice canteranno in italiano. Gli si augura il meglio, nel frattempo non perdeteli dal vivo. (7.0/10)
Da dove sono da dove vengono dove vanno gli Xpasm, non mi è dato sapere. Quel che so è che sono un duo e fanno dance-funk ed electro wave ma tu chiamala se vuoi techno, in un miscuglio d'inglese e qualcos'altro (o è solo la pronuncia?), con l'elettronica che frigge, crepita, stride, sibila come spasmi Factory tra microritmiche a bruciapelo Warp, il piglio Ultravox! tra ghigni Alan Vega e omelie nevrasteniche Fall. Sono all’esordio, ed è quel che si dice un buon inizio (voto: 6.5/10 web: www.myspace.com/xpasm). Dalla fatidica Correggio, i tre Gazebo Penguins fanno i nipotini iperadrenalinici di zio Jon Spencer e nonno Rotten, riuscendo tuttavia (tuttavia?) a mantenere una certa allure evolutiva. Otto tracce a raffica in questo Penguin Invasions, centrifuga di distorsioni sfrangiate ed elettroniche riarse, nevrastenie Pixies e Fugazi sul nastro (tele)trasportatore, guizzi Arctic Monkeys nel tritatutto degli zombie Sigue Sigue Sputnik. Una sciccheria (voto: 6.6/10 web: www.gazebopenguins.com). I Nina Sub Nive sono invece un duo e la loro specialità è la trasfigurazione di soul, hip-hop, blues, gospel, funk in un teatrino sdrucciolevole di assurdità urbane, crudezze elastiche e minacce Suicide, tradizione folk schiantata sul marciapiede elettronico, un disequilibrio formale sconcertante e - quindi – gustoso. Anzi parecchio (voto: 6.7/10 mail: bruno@clocchiatti@libero.it).