
Pavement, JJ72 e perché no, Tiromancino, shakerati per benino e versati in un bicchiere da cocktail, con tanto di ombrellini di carta dai colori poppeggianti e fette d’arancio d’ordinanza dolci al punto giusto. Miriam in Siberia, locuzione che sta per chitarre dallo spirito dissonante ma educato, ritmiche al ralenti, ripartenze graduali, linee vocali che accarezzano la melodia: ciò che servirebbe a un fan dei Coldplay per passare un pomeriggio appena un po’ più nervosetto del solito o a chi frequenta tipi loschi come gli Afterhours per rilassarsi un momento pur continuando a sentirsi a casa. Melanie k pare una via di mezzo tra Candy Says dei Velvet Underground e una progressione quasi post-rock, Dicembre un lato B di qualche singolo easy dei Verdena, Non saremmo andati lontano raccoglie briciole di melodia della vecchia band di Federico Zampaglione, il tutto sostenuto da una scrittura efficace e matura. Unico neo di un disco musicalmente davvero attraente, testi alle volte non esattamente all’altezza delle aspettative. (6.7/10)

Secondo demo del mese, lo split che raccoglie il lavoro di Kelvin e Woolter. Due band legate a filo doppio, come si renderà conto chi avrà la voglia (e il tempo) di avvicinarsi al cd in questione, non solo per il fatto che l’uno è il progetto solista di un musicista che milita nelle fila dell’altro, ma anche per la comune passione che dimostrano entrambi verso l’ estremizzazione musicale tout court. Un odio per le mezze misure e i toni ordinari che il primo gruppo trasforma in una sorta di urlo primordiale incontrollabile e il secondo ingabbia in stratagemmi melodici dal mood eufemisticamente deviante. Se i Kelvin scorticano i timpani con una sorta di no wave in forma di fucilate da un minuto e mezzo irrispettoso della struttura generale dei brani e composto affastellando rutilanti parti vocali e nugoli di chitarra taglienti – una sorta di amena via di mezzo tra ¡Forward, Russia!, Liars e i nostri Ovo -, i Woolter decidono invece di improvvisare tra atmosfere acustiche, sfuriate elettriche e psichedelica zoppicante, non rinunciando a dare al tutto una “classica” forma canzone . Ciò che appare in superficie blindato e inaccessibile, col passare del tempo si dimostra venato coraggio espressivo notevole e un tiro che impedisce a chi ascolta di rimanere immobile; ciò che sembra uscito direttamente da un apparecchio radio con qualche transistor difettoso, alla lunga parla un linguaggio musicale originale e sopra le righe. Ed è così che un fallimento annunciato si trasforma in un alba piena di aspettative. (6.9/10)

Fa quasi tutto da sé LaCuori, emanazione musicale di Laura Boccacciari da Sesto San Giovanni, già apprezzata artista visiva sotto altre (mentite) spoglie. Diversamente dall’ep Voilà, recensito su SA lo scorso anno, in Made In China il ruolo del sodale Luisenzaltro è ben più marginale, ciò che rende questo debutto lungo un lavoro pressoché autarchico. La ragazza compone, canta - con quella voce suadente, puntuta, incorporea, accattivante ologramma di dolcezza e perfidia – e suona i suoni necessari, cucendo abiti languidi e sconcertanti attorno al nonsense insidioso dei testi. Ed ecco che c’imbattiamo in un soul stranito art-electro (Monamu), nel teatrale understatement per funk orientaleggiante (Sentirsiapparentesi), in una rock ballad che fa spallucce wave (Maledinchina), in quel certo languore jazz tra elettroniche cartilaginose (Quanto). Poi ancora in miraggi eighties tritati fini, irridenti angolosità, melliflue evoluzioni, sarcastica disinvoltura. Un breviario di enigmi dolciastri, certe piccole devastanti assurdità. Brava. (7.1/10)

Chiudiamo coi milanesi Musetta, progetto che vede la luce nel lontano ’98 per volontà di Matteo Curcio (musicista e produttore) e della vocalist Marinella Mastrosimone. L’attrazione fatale tra jazz ed elettronica si svolge senza diluire del tutto la distanza - sovente anche gli attriti - tra questi mondi così lontani così vicini, saldati in qualche modo dalle ossessioni cinematiche che agitano la fantasia dei due. La languida impostazione di Marinella sconta tutto l’amore per la tradizione e l’intossicazione modernista, increspandosi esotica e soffice, con sensuale ed obliquo distacco. Quanto al tappeto sonoro, le brume gelatinose dei Koop e le astrazioni ipercromatiche dei Broadcast percorrono indolenti binari trip-hop per raggiungere sogni noir incastrati tra cervello e cuore (gli algebrici sample orchestrali di Some Thoughts Are Hard To Die, le fascinose insidie - stupenda quella tromba sordinata nella caligine sintetica - di Catch 22). Salvo poi concedersi soffuse vie di mezzo Björk-Bebel Gilberto (We Will Fade Out) e danze cosmiche tra riverberi Air (Red Star). La cura dei particolari non significa mai pesantezza, la scrittura non è subordinata all’effettistica. Il respiro è decisamente internazionale. Chapeau. (7.4/10)
I Neural Noise vengono dalle Marche e ci propongono un bel digestivo a base di riff radenti e melodie pensose. Stanno assieme da poco più di un anno ma gli è bastato per tornire a dovere pelli e chitarre, tanto che il loro indie-rock ostenta un disinvolto impeto Hüsker Dü tra sgarbi post-grunge e wave addomesticata. C’è pure una cover metal-punk della gloriosa Foxy Lady a confermarci quanto ai ragazzi non manchi né intraprendenza né carattere. Semmai - consentitemi - un pizzico d’originalità (voto: 6.5/10 web: www.neuralnoise.info). Detto che il prog-gothic-metal non rientra tra i miei ascolti quotidiani, trovo comunque degno di nota il lavoro dei romani IV Luna, capaci di rasentare la nevrosi apocalittica di un Roger Waters mentre spendono veemenza Metallica e aspergono druidiche pozioni Dream Theatre. Ripeto, non è la mia cup of tea, ma per quel che ne so l’infuso è fatto a regola d'arte. Soprattutto, non eccede in quei tipici barocchismi che spesso rovesciano l’incubo in farsa (voto: 6.4/10 web: www.quartaluna.com). Ci spostiamo di poco, perché questo quartetto di punk-surfer arriva da Latina dove esercitano sotto l’egida Alwaro Negro dal 2002. Clean! è il loro secondo demo e mette insieme otto tracce strumentali nel segno di - appunto - surf-punk e spy-core, il tutto sgranato garage come un fibroso reperto d’epoca. Non è un genere che sorprende, però intrattiene e movimenta con ruvida efficacia (voto: 6.5/10 web: www.alwaronegro.com ).