
Non si sa che pesci pigliare davanti a questo EP dei Savalas. O meglio, sarebbero talmente numerosi i riferimenti da citare per i cinque brani di ..Hotgog For Frank che dovremmo star qua ad elencarli senza rispetto alcuno per i poveri nervi ottici dei nostri lettori. Impossibile. E allora che fare? Tanto per cominciare potremmo fissare due o tre linee guida per indirizzare la nostra riflessione, facendo presente che siamo dalle parti di un crossover col vizio del prog, in bilico tra fratture ritmiche e esplosioni di overdrive, sostenuto da battiti di tamburi rinsecchiti quanto puntuali, innamorato del post-punk in alcune parti vocali e sposato col metal di ultima generazione in altre sezioni. E poi ci sarebbe da dilungarsi sull'equilibrio che caratterizza la struttura dei brani, lungi dal presentarsi come l'ennesimo inno all’intransigenza giovanile fine a sé stessa, anzi quadrato, in alcuni frangenti persino virtuoso e senza sbavature. Pare cosa facile e immediata per il gruppo creare scambi rallentati e armonicamente gradevoli - It’s Magic - quanto rapidi evoluzioni chitarra-batteria serrate - Lucy -, come del resto personificare una formula che convince senza risultare ostica ad orecchie poco allenate. (6.7/10)

Più che di un demo, nel caso dei Fragil Vida si tratta di un disco “adulto” vero e proprio che raccoglie brani per lo più strumentali. Anzi di più, un ideale punto di incontro tra teatro e musica d’autore, balletto e “recitazione suonata”, concretizzatosi in occasione di una proficua collaborazione tra la compagnia ALEF e, appunto, i Fragil Vida. Dalla fusione dei due linguaggi è nato uno spettacolo teatrale messo in scena dalla prima di cui i secondi hanno curato l’ottima colonna sonora: una raccolta di sensazioni jazz, immediatezze popolari, puntate nel folk, sintetizzata in un non-genere figlio delle atmosfere, dei cambi di ritmo, della mescolanza etnica e lessicale. Contrabbasso, pianoforte, chitarra, archi, batteria creano un quadro complesso quanto multisettoriale, tra valzer malinconici - Retrospettiva -, classicismi d’accademia - Bolero -, ritmi dispari arrembanti - Gli amanti parte seconda –, “bending” di contrabbasso dal sapore mediterraneo - Zero -, chitarre jazz libertine - E così noi - e suoni quasi tribali (Cambio Forme). Il resto è sudore di questi Fragil Vida, bravi a suonare certo, ma soprattutto a confezionare diciassette (!) tracce senza l’ombra di un cedimento né di uno sbadiglio. (7.5/10)

Trevigiano, classe 76, Nicola Manzan è chitarrista, violinista, arrangiatore e compositore, già al lavoro tra gli altri per Yuppie Flu, Brychan, Paolo Benvegnù e Non voglio che Clara. Bologna Violenta è un progetto situazionista che lo vede licenziare un ep omonimo di 26 tracce per 26 secondi ciascuna, all’insegna di noise-art sparato a raffiche feroci, chitarre ed electro-sgarberie. Nessuna parola le accompagna se non nel libretto, in forma di asserzioni laconiche, crude, senza scampo. Neppure si apprezzano sostanziali differenze tra i pezzi, di fatto un continuum spezzato solo per dare adito ai titoli, sorta di vecchi polizieschi serie B pericolosamente simili a strilloni di cronaca nera. Nient’altro che la faccia appena distorta (e perciò rivelatrice) di un presente che si merita lo sfogo-denuncia di Nicola, circa il quale non s’intravedono possibilità di soddisfazione o conciliazione. Né, a dirla tutta, consistenti risvolti commerciali. C’è solo questa lacerazione... violenta del quotidiano. Che scoperchia inguardabili tremori. (7.2/10)

Il trio Kamish è di Pesaro e fa punk-wave stradaiola, spregiudicata, vagamente brutale ma pur sempre giocosa, comunque isterica quanto basta. Immaginate Franz Ferdinand tolto un quintale di perbenismo e un pizzico di genio, in cambio però di impagabile sgarbo à la One Dimensional Man e granulosa follia Lydon. Ora li senti macinare blues-rock caustico tipo i White Stripes in fregola wave, con le corde gentilmente impegnate in una zuffa mordace (At The Market), più tardi li ritrovi a zompare un boogie ZZtoppesco alleviato da sardonici coretti glam e feroce didascalismo QOTSA (Too Clever), senza mancare nel frattempo d’incapricciarsi come il Bowie “suffragette from Mars” tra tignose tracotanze Stooges (Dog). Insomma, lo avrete capito, siamo di fronte alla più tipica delle baracconate rock’n’roll, come è ben chiaro nella conclusiva From Father To Son, dove il post-modernismo spinge l’agra allure dei PIL a sbaciucchiare la giocosità veemente dei T.Rex, con una disinvoltura anzi una convinzione che passa a salutare il cervello e lo stomaco prima di rifilarti la tua dose di divertimento quotidiano. Nulla di originale, ma tutto perfettamente credibile. Bravi. (7.0/10)
Bravi studenti e ottimi interpreti di uno ska energico quanto canonico con tanto di ottoni e voce femminile al seguito, gli Agua Calientes fanno recapitare in redazione un promo divertente e piuttosto fisico, in cui non manca l’omaggio al trash/mito giovanile del caso - Rumore di Raffaella Carrà-, slow tempo etno/melodici, oltre a un efficace episodio autografo in pieno stile Madness. Nessun movimento tellurico registrato dopo l’ascolto ma nemmeno nessuna crisi depressiva. (voto: 6.3/10 web: www.aguacalientes.com). Per gli Audioforme, parti vocali femminili che richiamano Carmen Consoli sospese su un muro di chitarre alla Marlene Kuntz generano un disco didascalico, dissonante e piacevole, ma alla lunga forse troppo uguale a se stesso. Buone le idee musicali, talvolta brillanti gli scambi, ma una difficoltà crescente ad identificare il filo conduttore dei cinque brani in scaletta, pur nell’ottica di una musica generalmente ben strutturata (voto: 6.2/10 web: www.audioforme.it). E adesso immaginatevi un Guccini dopo un corso intensivo di Capossela, quindi una specie di cantautorato aperto a mille svolte e giravolte sonico/poetiche, così come a guittezze letterarie, inclinazioni jazz e varie ed eventuali bizzarrie. Ecco, vi sarete fatti un’idea sul bresciano Alan Zamboni e sul suo interessante Mise En Abyme (voto: 6.5/10 web: www.alanzamboni.it). Infine c’è il quartetto Anewdamage, ovvero un post-rock maculato indie-wave dove i ruggini e i riverberi vanno a stemperarsi in atmosferica irrequietezza, tra i soliti arpeggi-ragnatela e le sferzate angolose, più strani scalpiccii sintetici di sottofondo che arrivano a scomodare l’ormai lontano ricordo Notwist. Ok, forse la loro musica non è che una messa in opera di lezioni imparate. Però imparate piuttosto bene (voto: 6.3/10 web: www.anewdamage.tk).