Due parole, prima di tutto. Ci state sommergendo di demo ed è cosa buona, ma c'è l'inevitabile rovescio della medaglia: per ogni cd che recensiamo, ne scartiamo un paio. Gli scartati non sono necessariamente brutti, ma non belli come quelli selezionati, quindi gli esclusi non si avviliscano. Siamo obbligati ad agire così, sarebbe impensabile recensire tutti per il semplice motivo che: non ci rimarrebbe tempo per fare altro. Una selezione che comunque porta via molto tempo ed energie. Non ce ne lamentiamo, nessuno ci obbliga a farlo, però l'esperienza di questi mesi fa sorgere spontaneo un consiglio (o una supplica, se volete): fate demo concisi, puntate a sintetizzare al massimo la vostra proposta. Detto questo, ascoltiamo anche album di ottanta minuti, ma è chiaro che c'è il rischio della dispersività, c’è il rischio che qualcosa di buono finisca in mezzo a qualcosa di meno buono, confondendosi. Ecco, se potete, impegnatevi a distillare quel "qualcosa di buono", anche se vi sembra poco. Tre canzoni sono già sufficienti per fare un demo. Poi fate come vi pare, che in fondo andate bene così, sorprendendoci con tanta roba buona.

Solletica lo spirito e consuma le suole delle scarpe il primo CD di questo Side A di marzo. Loro sono i Winter Beach Disco e arrivano direttamente da Viterbo con l’intenzione di irrompere nella vostra personale playlist senza chiedere nemmeno il permesso.
Merito di un garage-punk sudato, semplice ed efficace, attento ad applicare alla lettera gli insegnamenti di quei pervertiti sonori degli Hives, figlio delle rasoiate violente degli At The Drive In, parente stretto degli ultimi International Noise Conspiracy. Dichiarazione di intenti della band il tripudio di chitarre, piatti, vocalizzi rutilanti del minuto tiratissimo di The Massimo Marone’s Conspiracy, i richiami a singhiozzo di Comunardo Braccialarghe, le venature hardcore di Gianni Bugno: proiettili sonori quasi sempre sotto i tre minuti che colpiscono duro e si stampano nella memoria fin dal primo ascolto.
Qualcuno potrebbe obiettare, forse non a torto, che non vi sia nulla di nuovo sotto il sole visto e considerato che i riff “arrivano” ancor prima di uscire dagli amplificatori, la strumentazione è quella base – chitarra, basso, batteria, tastiere - e il fattore “ricerca” è pressoché inesistente. Ma è proprio questa probabilmente la forza del gruppo, il fatto cioè di riuscire a creare una miscela fresca ed entusiasmante con quattro accordi e un po’ di ritmo. (7.0/10)

“Eventuali segni, macchie, sgommate, variazioni nell’intensità del suono testimoniano la genuinità del prodotto”: questo è quanto affermano le note allegate a La scienza va premiata. E c’è da credergli, soprattutto dopo aver ascoltato le otto perle deliranti racchiuse nell’opera dei Bread Pitt.
Tracce in bilico tra post-punk e noise, slanci di chitarra quasi free e pillole speziate di sana irriverenza, composte da musicisti che si divertono a giocare a rimpiattino tra dissonanze e feedback, accelerazioni al cardiopalma e forti dosi di autoironia. Il range dell’ispirazione tocca territori Rapture in Incapace, cita i Sonic Youth ne L’esperto d’arti parziali, scova il blues del terzo millennio in Super Rider Alfa Spider, si lancia in una cavalcata lisergica interminabile ne La danza della domenica, riuscendo sempre a conciliare buone capacità tecniche e voglia di non prendersi troppo sul serio. Una combinazione di elementi quella alla base del suono Bread Pitt, in grado di divertire, appassionare e non ultimo mediare efficacemente tra complessità formale e facilità d’uso. (6.9/10)

D’istinto verrebbe da dire post-rock, ma la proposta musicale dei Vanessa Van Basten è molto di più.
Del genere in questione mantiene il rigore strutturale, i complessi intrecci strumentali, il culto per il dettaglio, lo svolgersi ragionato delle tessiture melodiche, l’estrema volubilità caratteriale, in un coacervo di geometrie imponenti e tappeti di chitarre in distorsione. Le saturazioni incastonate sullo sfondo di Concetto di incidente / L’enigma dell’ora, le narcosi de La scatola, le aperture melodiche di She Took Me To The Restaurant o i toni onirici della suite finale Metempsicotica si trasformano in un sentire ribollente di visioni, derive inaspettate, stati d’animo variabili, che oltre a macinare con competenza stoner, progressive e psichedelia, cede al fascino degli 8mm. Testimonianza di quanto si afferma i movie samples rubati a pellicole come Dune, Zerkalo e Mulholland Drive, utilizzati dall’ensemble come introduzione ai brani o, al pari degli strumenti, col fine di amplificare temporanee associazioni emozionali e “paesaggi mentali trascendentali”. (7.0/10)

Conclude una puntata di We Are Demo ricca di energia e dall’ottima qualità media Everybody Wants To Change The World…But Not Themself dei The Blast. Un disco stratificato, che in fase di approccio – Intro – si lascia irretire da una chitarra slide adatta a lunghe percorrenze sulla Highway 66 ma che per gran parte del set naviga invece in mezzo a flutti inarrestabili di wah-wah e riff acidi hard-blues anni settanta.
Maestri d’armi questa volta i primi Black Sabbath, i figliocci Dead Meadow, ma anche Henry Rollins – ricordate la sua Ghost Rider pubblicata nella colonna sonora di The Crow? – e i Nirvana di Beach: modelli musicali strettamente connessi a strutture ripetitive, suoni ossessivi, cieli plumbei, overdrive in rotta di collisione, toni marziali, che i The Blast dimostrano di saper replicare con abilità.
Fanno quasi tutto bene i quattro musicisti soprattutto dal punto di vista strumentale, pur evidenziando in certi frangenti qualche incertezza, tra soluzioni melodiche non proprio convincenti e un cantato – in italiano – troppo legato ad estetiche istituzionali e ormai vetuste. (6.3/10)

Il lato B si apre sul sogno/segno elettronico di Humpty Dumpty, al secolo Alessandro Calzavara. Il suo The Humpty ep è come attraversato da una vibrazione inafferrabile, sorta di conflitto in corso tra estasi e analisi, tra ebbrezza e progettualità. Quasi che il viaggio nella wave sintetica sia assieme miraggio e incubo, scelta obbligata ma anche la migliore per dare forma e sostanza ai testi, sospesi a loro volta tra abbandono e lucidità, imperniati su una strisciante - e piuttosto divertente - strategia di doppi sensi. Anche la voce, impostata su registri di flemmatica cupezza, sembra un po' fare il verso e un po' obbedire a precisi moti interiori, per cui tutto si tiene in questo stato di dissociazione psichica/auditiva che non si decide e non sai decidere. É una finta che ti spiazza con fare barrettiano, ti disorienta, ti squilibra, così che non puoi evitare di aggrapparti al flusso metaforico/allucinato, spazio mentale che si delinea tra ondivago sarcasmo e angoscioso distacco. Ossessioni clerical/demoniaco/cinematografiche (Linda Blair), danze robotiche Kraftwerk mischiate a caramellosi artifici Limahl (Fammi dimenticare), imbalsamazioni domestiche (lo strano impasto Depeche Mode/Battiato tra le rifrazioni pseudo Warp di Electrodomestica), rigida postura parodistica/alienata (Ero un robot) e schizofrenie un po' atroci e un po' liberatorie tra evanescenze eniane e acidità Stereolab (Post mortem). Leggerezza e complessità in un lavoro molto meditato sotto ogni aspetto, che pure mostra con un certo orgoglio la provenienza autoctona, direi quasi casalinga. Come a rivendicare il valore aggiunto del proprio solipsistico cogitare. Io ci scommetterei parecchio. (7.2/10)

Proseguiamo: registrato live, Identità ep ci racconta gli Alienazione, quartetto dedito ad un buon compromesso tra languide caligini Zero 7, tensioni "suburbanopoietiche" Subsonica e uno spiccato senso melodico che stempera neo soul e cromosomi Sanremo. Il punto di fusione delle varie istanze viene conseguito con fresca disinvoltura senza risparmiarsi qualche (felice) azzardo, come la trascinante congerie tra il basso blackploitation e un autentico muro sintetico vetroso e cangiante in Come sei, o il wah wah tra giochini digitali radenti e variazioni reggae nel funk-soul della title track. Non sono certo memorabili i testi, non proprio brutti ma in un certo senso esausti, dediti a spaesamenti giovanili(sti) tra mélo e desolazione, rabbia disarmata e sentimenti frustrati. Al quadro estetico generale ben si attaglia la voce di Gian, di sicuro generosa ma piuttosto in-determinata, una voce come puoi incontrarne mille su un palco qualsiasi e - quindi - adatta, la migliore possibile. In fondo, non potremmo dire lo stesso di Samuel dei Subsonica? La forza di questo tipo di proposte sta altrove, ovvero - a mio parere - nel grado di urgenza impressionistica e modernizzante del vestito sonoro. Da questo punto di vista, gli Alienazione passano l'esame con buoni voti: sentite le tastiere alla kryptonite con sbandamenti atonali - per uno stordente effetto tra Autechre e My Bloody Valentine - di Rimango solamente io, oppure il calore effettato della chitarra tra struggimenti & frantumazioni electro-soul in Duemilauno, o ancora il crepitio di moog nella robodance gommosa e frizzante di Karma. Danze moderne sul tappeto dell'alienazione (con la minuscola, stavolta), liberatorie ma effimere, conseguenze senza conseguenze, a loro modo segnali che dovremmo tenere in considerazione. (6.7/10)

Tocca poi ai poco raccomandabili fin dalla ragione sociale EILDENTROEILFUORIEILBOX84. Romani, in circolazione dal 2004, sono un trio che fonde esperienze piuttosto eterogenee (indie, hip hop, hardcore punk) in quello che loro stessi amano definire grott-rock. Facciamo che sia la definizione più giusta, del resto ne abbiamo sentite molte e di peggiori, fatto sta che le cinque tracce di OBECALP (per delucidazioni, si legga il titolo al contrario) fanno funk-psych furibondo, intenso e allucinato, acido e capillare, come nella bestiale Buchi rosa (tra Marta sui Tubi, Funkadelic e Grandfunk), ma anche crossover isterico che fa copulare reggae nervoso e invettiva ferrettiana, wah wah acido e drumming legnoso nella conclusiva Perdifiato. Altrove, l'impeto è tenuto nei ranghi di un talkin' Massimo Volume (o preghiera CCCP) su base di chitarra spersa (accade in Frastuono) o di una solinga ebbrezza blues - screziata di field recordings - che però poi deraglia tra hard e cabaret (capita in Terre). Salvo precisare che la centrale L'urlo è una ballad allucinata e anticatodica che diventa delirio dub del tipo Rino Gaetano meets Lee Scratch Perry, e se non ci credete ve lo giuro sulla testa dei figli del Presidente, che loro ci sono abituati. L'impegno come scorribanda sonica, la scossa e il sussulto prima d'ogni auspicabile meditazione. Bravi. (7.1/10)

E veniamo ai September 10th, i miei preferiti del mese. Il nome è un'espressione statunitense che indica qualcosa di irrilevante rispetto a quell'undicisettembre che invece fa un po' il buco nero della situazione, ingoiando, annullando, trasfigurando stormi di significati. Naturalmente questo quintetto da Trieste vuole essere tutto fuorché irrilevante, infatti il loro Fake Disaster mette sul tavolo fin da subito una Flexibility=90° che annovera basso carnefice, chitarre truci, esasperazione ritmica e voce asperrima per un frenetico punto d'incontro tra ombre e furia, tra metodo e baraonda, tra piglio teatral/incendiario PIL, brume melodiche Cure e strategie Polvo, finendo spesso col somigliare a certi One Dimensional Man tolta magari certa propensione all'inferno. La sintesi è insomma febbrile e imbizzarrita, e i ragazzi hanno buon gioco a declinarla ora verso certe sghembe traiettorie lo-fi (Tammazzo) e ora verso sgomitate punk-hardcore pervase di sordidezza Roger Waters (A New Marxsisim, dall'eccezionale crescendo finale a cuore spalancato). A tutto ciò si aggiungano altre sterzate, quelle che ti avvincono definitivamente: prima il valzer furibondo di Fevering Faster, nel quale la struttura abdica a favore di un patchwork punk/math/hardcore con sculettate glam e nevrosi dark, la voce sempre sul pezzo, col mood stretto in pugno; infine quella Life Is A Sexuality Transmitted Fatal Disease (chapeau per il titolo, ma a proposito: è forse una vaga parafrasi Laurie Anderson?) che punta al calor bianco tra disimpegni lo-fi, ingegnosità art punk figlie dei primi Wire e più di un pensierino alla tossicità squillante/struggente dei Janes Addiction. Gran disco. Grande band. (7.3/10)
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