
Terra generosa di talenti la porzione di pianura padana tra Reggio e Modena, una parte d’Emilia che nel tempo ha dato i natali a proposte musicali tra le più interessanti: pensiamo ai Julie’s Haircut, ai Giardini di Mirò, ai CCCP/CSI, indietro fino a dinosauri viventi come i Nomadi e a lucertoloni in procinto di diventare dinosauri come Ligabue. Ma la lista potrebbe allungarsi a dismisura. Saranno forse il gnocco fritto, le tigelle, l’aceto balsamico o più probabilmente l’indole del lavoratore indefesso che si respira in queste zone e che spinge un po’ tutti a prendersi terribilmente sul serio ma tant’è: i dintorni della Ghirlandina si dimostrano fucine inesauribili di musicanti dalla creatività fiammante.
Come nel caso degli Amèlie, formazione del circondario di Modena cresciuta a pane e pop acustico ma talmente innamorata dell’UNPLUGGED degli Alice In Chains e di certo rock FM yankee - dai R.E.M. in avanti - da imbracciare le chitarre e buttarsi nella mischia senza stare a pensarci su troppo.
C’è da dire che ci si trova comodi comodi nel salotto piccolo ma accogliente arredato dalla band, tra atmosfere pacate tutte tremolo e luci soffuse - All That You See -, pianoforti col magone - Stonewall -, sei corde vibranti e strutture melodiche solide come una quercia - Shake Your Down -, slanci pop all’inglese - She’s Been - irresistibili. Il tutto grazie a una naturalezza che stupisce e senza affannose rincorse alla disperata ricerca di originalità a tutti i costi: un pugno di brani ben scritti da una band con appena sei mesi di vita che lascia presagire ad interessanti sviluppi futuri. (7.0/10)

Bastano due brani ai Weltraum per dar vita a venticinque minuti di musica sconnessa da qualunque condizione spazio-temporale: un assalto all’arma bianca che ha a che fare col sonno profondo, con stimolanti chimici fuorilegge, con la solitudine e l’angoscia di sapersi mortali, con epiche cavalcate e scenari cosmici ricchi di colori sfumati.
Tutto parte dai crescendo tipici del “kraut” tedesco, per poi cristallizzarsi in un sound corposo di tastiere, synth, corni, chitarre, basso e batteria che ricorda il post-rock ma che post-rock non è; in andate e ritorni che hanno l’aspetto di un continuum interminabile; in strutture apparentemente improvvisate tuttavia sostenute da una logica ferrea. Profondità inesplorate, attimi da raccogliere e gustare ai limiti dell’essere, narcosi e rallentamenti sottomessi a malinconie in distorsione, luci lontane che diventano esplosioni di supernova: Traum rappresenta l’anima evanescente del disco, la huxeliana porta della percezione, l’uovo che si schiude lasciando filtrare orgasmi d’organi da chiesa e urla ancestrali, echoes lacrimosi e claustrofobie murate. Segue Trauma, estasi ruvida di piatti e rumore, ingorgo wyattiano - quello di Rock Bottom, ma meno regolarizzato - di follie sintetiche, degna conclusione di un disco che vi lascerà esausti. (6.8/10)

Premio “maturità” del mese agli Edgar Cafè, non solo per un’opera ben suonata e piuttosto equilibrata negli arrangiamenti - chitarra elettrica, basso, batteria, tastiere la strumentazione - ma per aver avuto il coraggio di camminare in quel campo minato che è la canzone d’autore con gli occhi ben aperti, senza il timore di saltar per aria da un momento all’altro ed evitando di dare ascolto ai canti delle sirene della tradizione. Trovando invece una formula propria, impegnata talvolta a dimostrare sotto tonnellate di chitarre elettriche ospitali l’amore sconsiderato che prova per artisti come Fabrizio De Andrè - Edgardo -, assopita tra ritmiche sudamericane e stuzzichini acustici - Sarò -, plagiata dal fascino altolocato del Fossati più pop ma abile nell’incastonarlo in mid-tempo a base di basso alla U2 - Sono emigrato dal cielo -, conscia di poter aggiungere alla propria musica, quando necessario, anche particolari rubati al folk gitano (Rondò). Ci sembra già di sentirli, gli abbonati alla musica da “unghia che stride sulla lavagna” criticare queste dieci tracce a prima vista troppo convenzionali e di certo lontane dagli slanci sperimentali della maggior parte delle produzioni “faccioquellochemipareesolosemiascoltanoalmassimoindieci”. Noi vi diciamo invece che con Alcuni fattori marginali siamo dalle parti del rock d’autore adulto che non si perde in cianfrusaglie alla moda, pur correndo il rischio di non soddisfare il palato intransigente dei maniaci dell’ indie più scomodo. (7.0/10)

Il lato B si apre coi… Lato. Non potevamo fare altrimenti, con un nome così. E con un disco come Out Of The Dark, album d’esordio per questo duo milanese - il cantante/chitarrista Filippo Pavesi e il tastierista Roberto Fappani, già negli Scanferlato - che dal vivo diventa quintetto (vedi i credits) per dare vita ad una psych wave composita e vibrante. Il momento migliore della scaletta è senz’altro la title track, dove il passo Sonic Youth e la perdizione soul degli Afghan Whigs azzeccano una sintesi stordente. Ma il ventaglio stilistico della band comprende suggestioni electro dall’oppiaceo retrogusto black (una Feathers vagamente Tv On The Radio) e stranita ballad psych (il miraggio floydiano di Half Empty/Full), passando per le ruvide aciderie wave di Spies Over The Hills ed il folk-rock ombroso di The Ride. Assolutamente degna di nota la voce di Pavesi, il cui timbro liquoroso e ruvido fa salire di un gradino buono l’intera proposta sulla scala della personalità. (7.0/10)

Chantalle è, più che uno pseudonimo, lo strategico alter-ego di Francesco Benincasa. Lui, nelle semiserie note autobiografiche, preferisce definirlo “il mio ombrello”, ma sono quasi certo che voglia intendere la stessa cosa. Fatto è che questo punto di vista “alterato” permette all’ex-Babalot di allestire con Denti Bianchi un teatrino post-cantautoriale arguto e sferzante, irato e oppiaceo. C’è il sarcasmo del primo Fortis e il disincanto del miglior Bersani (L’uomo del 2500), una svagata crudezza Ferretti e il dolciastro disincanto Ivan Graziani (Canzoni d’amore), certe ibridazioni Branduardi/Bennato e un languido incedere Bowie (In-soap-portabile abitudine). Su tutto incombe un suadente languore Tenco, come nella psych aspersa jazz di Era meglio, e in genere un’anarchia garbata ad informare la cifra stilistica (hip-hop e folk, post-punk ed elettronica…), assieme a quel lo-fi che mi sembra meno scelta programmatica che non frutto delle circostanze. I testi, pur permeati di genialoide ingegnosità, si guardano bene dal soggiogare la scena, e anche quando ci si avvicina parecchio alla zona “impegno” (lo sdegnato anti-classismo di Non sei più) musica e parole se la sbrigano bellamente a braccetto. (7.1/10)

Quartetto romano dedito ad un indie pop tanto giocoso quanto strutturato, i Turnpike Glow consentono di chiudere in bellezza anche questa mesata di ruspanti auto-produzioni. Il loro Rush Home - alla cui produzione ha collaborato Dj R. System - mi ha letteralmente folgorato per la forza, l’insolenza quasi con cui manipola il post-lo-fi capriccioso dei dEUS e l’acidità sghemba dei Pavement, iniettando senza ritegno - però senza mai mollare le redini - fantasmi elettronici eighties e caligini sixties. Ne risulta un frullato di citazioni con pretese di originalità ben poco velleitarie. Capita così che Warranty sembri una birichinata Clientele e Dirty Rain un drone esotico caricato a molla dai Tv On The Radio. Capita che il languore soul/psych di Chopin scomodi la trepidazione citazionista dei Belle And Sebastian. Capita che le scorie funk tra radiazioni sintetiche di Mainstream facciano venire in mente il caos posterizzato degli ultimi Flaming Lips. Capita che I Fought TV Screens si mangi in un boccone la vena beffardella dei (giustamente) celebrati Yuppie Flu. Eccetera. Non mi stupirebbe se venissero scritturati in tempi brevi. Mi stupirebbe (mi stupisce) il contrario. (7.4/10)
Materiale su cui è necessario spendersi maggiormente il demo speditoci dai Monkey’s Empire. La formula scelta dalla band pare sospesa in una sorta di limbo, indecisa se abbracciare in toto i dettami dell’hard-rock più smanettone o farsi plagiare dalle rincorse a perdifiato del punk-rock melodico di ultima generazione. Dietro la facciata un tantino balbettante tutta riff corposi e scambi non troppo accurati si coglie tuttavia anche materiale su cui lavorare, sotto forma di melodie dall’appeal non disprezzabile e una determinazione che riesce quasi a convincere. (voto: 6.0/10 - web: www.monkeysempire.135.it). Stesso discorso per i Black Mamba, che optano per melodie acide per certi versi riconducibili a certo garage anni ’60 (Moving Sidewalks) in preda a fervore stoner. Batteria col fiatone, blues sottomesso a chitarroni poco accondiscendenti, strutture variabili e articolate, accelerazioni improvvise: l’universo stilistico del gruppo si riduce più o meno a questo, un pugno di brani apprezzabili che vanno da slow-tempo ombrosi (A Man And His Seas) ad instancabili inseguimenti di riff (Ashes). (voto: 6.0/10 - web: www.theblackmambamusic.com). Andromeda Skies è invece il progetto in solitario del torinese Roberto Peroglio. L’ultimo nato nella sua cameretta è questo This One Goes To You, Claudia, folk cartilaginoso, fragilità aggressiva Xiu Xiu e flebile nevrosi Goodmorningboy, leggerezza indolenzita Sodastream, scatti wave semiacustici (molto bella Let Our Children Dance On My Grave) aspersi di fisiologico lo-fi. (voto: 6.5/10 - web: http:\\web.tiscali.it/andromedaskies). Attorno al francese Luc si sta formando un vero e proprio culto, giustificato da quest’ultimo ep Collage. Il pop acidulo dei sixties e il post-soul squamoso di Jeff Buckley, allucinazioni Beach Boys tra rifrazioni wave, il beat quasi psych e la post-psichedelia, echi della mestizia spossata Ed Harcourt e del Tom Yorke senza spine. (voto: 6.9/10 - web: http://legomyego.altervista.org). Il milanese Tobler, dj e producer, presenta con Beautiful Sadness un ep (sei tracce) di ben architettata elektro minimal-ambient, a tratti gradevolmente danzereccia, con momenti d’impalpabile profondità tra esotismi trascinanti e quel frigido tepore tipico dei droni più in gamba. (voto: 6.6/10 - web: www.tobler.tk).
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