Tra i molti demo che ci spedite la “presenza” di Syd Barrett è una costante palpabile. Forse a causa dell’approccio povero e deviante - sorta di lo-fi ante litteram - della sua opera solista, cui consapevolmente o meno tanti di voi si rifanno quando più che i mezzi possono le visioni, la loro insopprimibile energia. O forse perché il caro Roger intuì la sintassi di un linguaggio “universale”, senz’altro meno immediato e accomodante di quello d’un Marley o d’un Lennon, tuttavia capace di attraversare gli anni e le rivoluzioni per finire pressoché intatto tra i “file under” preferiti degli scribacchini come i sottoscritti. Per questo - e per tante altre cose che non stiamo a dirvi ma che potete immaginare - vorremmo dedicare al Diamante Pazzo il We Are Demo di questo mese. La sua seconda morte - quella artistica era avvenuta tanti e tanti anni fa - ci lascia più poveri e soli. Con un sogno in meno da sognare.

Se Robyn Hitchcock avesse la possibilità di ascoltare i False Friends proverebbe probabilmente un moto d’orgoglio per aver dato vita alla fine degli anni 70 a quella creatura un po’ stramba e allampanata di nome Soft Boys. In particolare gioirebbe nell’apprendere che una piccola band italiana come quella in oggetto si diverte ancora nell’A.D. 2006 giochicchiando con quello che ai tempi dell’esordio del gruppo di Cambridge - A Can Of Bees - era il pane quotidiano di Hitch e colleghi, ovvero psichedelia alla Barrett, toni strascicati, orgoglio e necessità lo-fi. Del resto anche Tom Verlaine dei Television, siamo sicuri, apprezzerebbe il dispiegarsi di brani come Peach e Small, riconoscendo tra gli attacchi e i riff che li contraddistinguono la lezione impartita ai tempi di Marquee Moon, quando New York era tutta ritmo incalzante e scambi di chitarra ariosi. Riflessioni e analogie che, come è noto, si citano per stabilire confini e competenze, e spesso chiamano in causa, nella stessa sede, parabole artistiche tra le più disparate. Come quella dei Creation ad esempio, qui citati entro i limiti della pubblica decenza ed evitando pacchianerie di sorta in Pop Torture. Un plauso a questi False Friends, davvero bravi a crearsi un universo tutto loro, pieno di vecchie glorie e nuovi entusiasmi perennemente in bilico tra il notevole e il piuttosto riuscito. (7.8 /10)

La prima impressione, avvicinandosi al lavoro dei Warm Morning, è invece quella di avere a che fare con gente che la melodia sa dove andare a cercarla, come trattarla, come renderla aggraziata e irresistibile. Se da una lato è fuor di dubbio che in Feather ci si occupi fondamentalmente di folk e dintorni, è altrettanto chiaro che il linguaggio usato per farlo è di quelli autentici, ricercati, forbiti ma tutt’altro che incomprensibili, un linguaggio che mescola arrangiamenti elaborati ad armonie suadenti.
Che si citi l’approccio jazzato dei Kings Of Convenience - Feather, Party’s Over -, gli Shins meno devianti-Behind The Curtain e la psichedelia da camera di The Room Is Shaking -, Badly Drawn Boy - The Ballad And A Tale-o accenti tradizionali irlandesi - Silver Rain -, il giudizio (positivo) non cambia, per un suono che si arricchisce di archi e ottoni, si irrigidisce su chitarre elettriche comunque contenute, scopre soluzioni melodiche inaspettate.
Un suono che a dirla tutta meriterebbe palcoscenici più ampi di una semplice rubrica dedicata ai demo.
(7.8/10)

Terzo disco del mese, Enter In Our Age degli Entourage.
Giochi di parole - quello del titolo - che si confondono a toni decadenti e a voci disperse nell’in(de)finito, sfuriate elettriche e cavalcate strumentali a metà strada tra i Verdena più lisergici e una foto di Seattle scattata a inizio anni 90, scelte melodiche che tendono a prediligere vie di fuga laterali e lampi di musica malinconicamente rabbiosa. Capita di imbattersi in Pangea e di pensare a come potrebbero suonare i Tiromancino se invece di ingurgitare gnocchi alla romana e fettuccine si nutrissero di pasticche e circolassero con un paio di antenne da marziano sulla testa, di farsi catturare dalla scrittura nera e le chitarre alla Joy Division di Rapanui fingendo di cogliere l’ideale punto di contatto tra la band di Ian Curtis e i Nirvana, di sottomettersi al fragore urticante di Tsunami per poi scoprire di poterlo conciliare con strumentali minimali come la title track.
Chitarre elettriche, basso, batteria e synth gli ingredienti di base, per un disco la cui unica debolezza - se di debolezza si può parlare - risiede nel non riuscire sempre a diversificare in maniera netta il variare delle linee vocali. (7.2/10)

Dalla provincia di Torino, insieme dal luglio 2005, gli Armstrong? Sono un trio di sedicenti cinefili autori di un electro-post melodico con rigurgiti wave. Inoltre: lenitivi psych, caligini sixties, assalti a pelli dure e geni shoegaze nel DNA. Dolci e sfasati, minacciosi e fragili, tentano una via mediana che li rappresenti e quasi ci riescono, almeno a sentire lo strano impasto tra sghembe traiettorie lo-fi, effort pop-folk e rock seventies di Welcome Crimer. Oppure il radente romanticismo funk-wave di The Weezy Breath Of Ghosts (veemente ibrido Notwist-Yuppie Flu). O ancora la mutazione jingle-jangle di Feelings Are Misleading, con le voci che flauteggiano dolciastro disincanto, con le corde che artigliano liquorosi languori per uno psycho-pop malfermo ma tenace. Non sempre riescono ad evitare la trappola del cliché, soprattutto certe reiterazioni da ballad post-post-rock che hanno fatto il loro tempo da un bel po’ di tempo (Spotless Flirt). Però non mancano svolte e depistaggi tali - vedi la trepidante meditazione tra cianfrusaglie sintetiche della conclusiva End Of Lightweights - da farci intuire un potenziale che va soltanto messo a fuoco. (6.8/10)

Luisenzaltro, al secolo Alessio Luise da Sesto San Giovanni, è una vecchia conoscenza di SA. Laureato in filosofia, scrittore e poeta (in novembre è prevista l’uscita della sua prima raccolta di versi), è al terzo full lenght autoprodotto. Dei primi due, già recensiti e apprezzati da questa testata, Il corsivo è dell’autoradio rappresenta la naturale evoluzione. Nulla di nuovo riguardo ai testi, la stessa arguzia spaesante e beffarda, il sarcasmo amaro, i nonsense dinoccolati o arcigni o ingoiati da una nebbiolina angosciosa. Musicalmente invece l’orizzonte s’allarga e il tratto s’ispessisce: dall’electro-ambient che si dimena latin-tinge e s’affila funk di Cosicché al poliziesco obliquo de Il corsivo è dell’autore, dai pigolii videogames nel teatrale robo-funk di Inrealtà all’electro-bossa sotto sedativo di L’uomo al volante, per arrivare ai found voices elettorali tra ritmiche industriali e loop timbrici sfrangiati di Capovolto. Alessio sa essere languido e pungente come un ibrido Malgioglio/Bergonzoni, oppure trattare un Tenco postumo (Hobby) con accorata tensione wave-pop, oppure chiamare i Tiromancino ad immischiarsi col Battisti anni Ottanta (Suono a parole). E non solo. E viceversa. Lo aiuta con setosi backing vocals una sodale di lungo corso del Luise, quella Lacuori del cui nuovo demo vi dirò a settembre. (7.0/10)
Furbi, competenti e appassionati, i emiliani Pulp Dogs sfornano l’album d’esordio Song Of Jealousy nel segno del pulp tarantiniano, ovvero dell’eccitante intreccio tra suggestioni soniche, ritmiche, visive e letterarie. Blues rauchi, soul asprigni, spaghetti-mex, surf-glam, alcoolic-mambo, refoli Calexico-Cake-Cousteau. Più un traditional pugliese e due cover waitsiane. Ben suonato, ben cantato, in bilico tra caricatura e struggimento (voto: 6.5/10, web: www.pulpdogs.it ). Inizialmente pare di ascoltare rock italiano alla Litfiba in questo Anni di Piombo degli Emily. Colpa di Quella che fa così, declamatoria e sgarbata alla maniera del “Pelù giovine” ma meno “pantalone aderente e petto villoso”. Basta Più a farci rinsavire, consegnando ai posteri una band più interessata a mescolare attitudine progressiva e chitarre compresse, ska e giubbotti in pelle - Tina -, folk e piglio guerrigliero - Impotere e Sante Caseario -, punk e urlacci minacciosi - Il buio non è assenza e La mensa di Don… -, sempre con un certo stile. Gustoso il calderone che ci viene propinato, difficile da seguire con la giusta serenità d’animo è vero, forse poco organico in alcuni passaggi, ma convincente per mestiere e ispirazione. (voto: 6.3/10, web: www.emilyweb.org)