Electro Plastic Box, ovvero giochicchiare col beat senza fare elettronica, flirtare col groove senza fare hip hop, dare libero sfogo al synth senza apparire pretenziosi, con l’idea fissa di rendere il tutto gradevole già a un primo ascolto grazie ad un approccio minimale che farebbe la felicità di titolari di produzioni ben più quotate.
Il motore del combo si riscalda sui campionamenti di Intro TV. Radio. Telecommunication per poi aumentare i giri sulle tessiture alla Kraftwerk di B. O. H., cedere al fascino delle scapicollo ritmico in Hate / Dj, indagare liquide profondità sintetiche in E’àùòì o incorrere nelle lascivie degli eighties più tradizionali mescolate a immaginari didgeridoo sintetici nell’inno Uk.
Tracce ben organizzate quelle del gruppo, talvolta dall’aspetto terribilmente estemporaneo – se non addirittura improvvisato – tuttavia coinvolgenti e soprattutto abili nel portare a termine la missione assegnata loro, ovvero far muovere la testa al ritmo e divertire senza troppe pretese. (6.9/10)
Treviso – USA e ritorno per i Metropolis, che a dispetto del nome fanno musica che poco ha a che vedere con le atmosfere oniriche e teatrali del film di Fritz Lang. Si tratta infatti di una proposta che si regge su trame strumentali robuste, chitarre distorte innamorate dei suoni grevi, wah-wah che intercettano linee di basso pulsanti, capace di aggredire gli spazi senza stancare, dimostrarsi lercia e selvaggia senza apparire ridicola.
Termini di paragone per il guazzabuglio deflagrante e il cantato mono-tono del gruppo, quegli Stooges di Iggy “l’iguana”, chiamati in causa in più di un’occasione dalle strutture piuttosto elementari ed energiche dei brani – Drippingred -, certo funk folgorante in levare da dance floor – Frommyheadtomyfeet -, progressioni che non sarebbero dispiaciute a band come i Black Rebel Motorcycle Club – Dangerousgroud – e in generale un’attitudine che richiama in ugual misura l’hard dei primi Settanta e rock-blues dall’accento sudista.
Il potere del riff in primo piano, verrebbe da dire, qui macinato a dovere da una band che dimostra di cavarsela alla grande, anche quando calca la mano – come nel caso di Timedown – su dissonanze conturbanti e oscillazioni dai sapori lisergici. (7.4/10)
Un fluttuare di voce femminile posato su linee melodiche articolate, testi ragionati, arrangiamenti scarni ma curati in ogni dettaglio, virtuosi chiaroscuri fatti di deviazioni laterali e misurati apporti strumentali di chitarra acustica, batteria e poco altro.
Folk obliquo ma gradevole quello di Palconudo, reso appieno dal conturbante e aggraziato incedere del cantato di Elisa Castelli, talvolta classica chanteuse alle prese con testi-fiume – Nel momento -, in altre occasioni più vicina a modelli musicali noti ma poco convenzionali come Antonella Ruggiero o Carmen Consoli (Ninnananna). Sempre e comunque buoni i risultati complessivi della band, che con i cinque brani contenuti in questo demo pone solidi radici in un vissuto fatto di emozioni, esperienza diretta e senza vincoli, ricavandone melodie aggraziate dall’appeal immediato. (6.7/10)

Sarà per quell'aria da ex-ragazzi alle prese con milonghe & magagne quotidiane, per quel miscuglio di sogno e disincanto, perché qualcuno s'accontenta di covare la propensione nei ritagli della vita e ci sta pure largo. Insomma, questi Crabway mi stanno simpatici a pelle. Sono in quattro, stanno insieme dal '95 e si rifanno ad un'idea di rock principalmente eighties, con tutto quel compenetrare elettrico e sintetico, spigoli e vaporosità, romanticheria algida e minaccia sofisticata. Un po' Japan, un po' Propaganda, un pizzico di residua furia progressiva Yes: posti in apertura del loro My Time, il funkettino algido di Weekend Lover ed il piglio affilato di Sweet Crystal sono più che emblematici.
Più avanti però i Nostri non mancano di bazzicare vibrazioni psichedeliche (vedi l'hammond tra i guizzi pastello e gli strali elettrici di Dreams), pantomime folkloristiche (la fisarmonica nell'esotico struggimento di Princess) e scorribande teatrali (l'acideria swing waitsiana di In amore). La voce di Silvia mantiene il calore entro i ranghi di un flemmatico struggimento, molto poseur se vogliamo e quindi ben accordata alle linee guida del progetto. Un progetto che non sa scrollarsi di dosso l'aria dilettantesca, che traballa quando più osa (le strane alchimie digitali nel funk di My Time, le aperture errebì in Control) ma che comunque e vivaddio osa, lasciando così intuire potenzialità che qualche occhiuto produttore potrebbe mettere meglio a fuoco. Ideale chiosa è la cover di Psycho Killer, dove l'insidia nevrastenica dell'ineffabile Byrne procede a passo d'uomo tra chitarrine volatili, organi e synth per una stilizzazione oppiacea e deliziosamente affettata. (6.3/10)

A Venezia tira aria di strane novità. Non mi riferisco al famigerato Mose, ma ad un duo elettronico con qualche ideuzza davvero particolare. Dietro l'egida Pinkie & S.A.D.E. si nasconde il sodalizio tra Andrea e Marco, allestito nel 2004 per cospirare suoni elettroacustici che non disdegnino impronte rock. In occasione del progetto Untitled però decidono di non suonare alcunché e darsi al campionamento integrale. Messi da parte basso, tastiere e glockenspiel, realizzano un collage di trenta minuti coi tagli, ritagli e frattaglie del repertorio pop-rock più o meno recente. Tre tracce, dieci minuti esatti ciascuna, non c’è neanche bisogno d’inventare titoli. Minimal trip-hop, drum'n'bass e guizzi post-soul, riff alieni e vocalizzi sottomarini, pulsazioni pressurizzate e loop attoniti, chitarra jazz blues e vetrosa iridescenza.
Mentre ascolti accade una specie d'esplosione orizzontale del sentire, una dilatazione che concerne il tempo e riorganizza lo spazio emotivo, fa collassate l'electro e il rock nel transito delle sensazioni. Fai fatica a discernere frammenti Vangelis o Massive Attack o Radiohead o Wu Tang Clan. E ancora Vincent Gallo, Bjork, Giardini Di Mirò, Juliette Lewis, Beth Gibbons... Sai che ci sono perché sta scritto negli "ingredienti". La frammentarietà mimetizza l’origine, crea l’artefatto nuovo. Disorienta e incanta, dieci minuti per tre di angoscia stilizzata, veicolata, espansiva. Il risultato è forse un po' troppo distaccato e progettuale, si sente un bisogno quasi fisico di qualche grado centigrado in più. Ma la fusione, si sa, può accadere anche fredda. Bravi (7.0/10)

E veniamo ai Sofia da Ancona. Anzi no, quello è il nome che sta scritto sul cd. Nel frattempo sono tornati all'antica ragione sociale Sister Dew. Il nome non è poi così importante, d'accordo. La musica viene prima. Ma un nome è anche e soprattutto identità, quindi attenti a non trascurare certi segnali. Poi metti L'intangibile voglia nello stereo e smetti di pensare a tutte queste bischerate: sei tracce più una che è una gioia veder sbocciare nel praticello dell'italico rockeggiare. Cantautorato e pop, venature soul e strali rock, la franchezza indolenzita dei testi cantata con malferma intensità Greg Dulli (Dedica), quel disincanto indossato come una maschera a stemperare un languido malanimo Perturbazione (Scivola). E poi improvvise palpitazioni pop-prog a squarciare un ironico rovello Marlene Kuntz prima di una liberatoria deflagrazione lo-fi (Ieri). Ed il senso di hip-hop sfibrato, quel calcare le impronte dei tempi come per un'inerzia inevitabile, per poi rifugiarsi tra ruvide vibrazioni funk (Again).
Vanno poi messe nel conto una bossa capace di travestirsi pop-prog (Vorrei) e quella specie d'intruglio acido lo-fi con additivo soul-psych e sfuriate Agnelli (Il dialogo), la quale sigillerebbe il programma se non fosse per una ghost track che fa salire su un palco immaginario gli Afghan Whigs e i CSI, post punk accartocciato soul per un'invettiva ebbra da fare invidia al Bugo. Ricapitoliamo: sono quattro ragazzi, maneggiano chitarre, tastiere, basso e batteria. Il cantante e leader canta come scrive, con un nodo tra stomaco, cuore e cervello che ogni tanto fa le capriole. Stanno organizzando un suono non banale attorno ad una sensibilità acuta, sanguigna, impudente. Si chiamano, almeno per ora, come una canzone dei dEUS. Teneteli a mente. (7.2/10)