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We Are Demo #3

di ©2006 Stefano Solventi
Da questo mese, impegni permettendo, We Are Demo avrà due “lati”, proprio come i vecchi vinili. Il motivo è semplice: ci state sommergendo di materiale, di buon materiale. Bravi, continuate così.

Side A

di Fabrizio Zampighi

Il side A di We Are Demo si apre con i tre brani di Senza Tranquillità, a firma Koinè A dispetto del nome, che potrebbe lasciar pensare ad una mescolanza di stili musicali lontani anni luce tra loro, i cinque titolari del progetto propongono una formula musicale energica e sferzante, tutta chitarre, batteria, basso, voce. Solide fondamenta e deflagrare di distorsioni non lontane dagli ultimi Tomahawk, ritmiche quasi punk e melodia: questa l’idea di rock del quintetto ferrarese, divisa tra riff frenetici e armonie orecchiabili, stop and go millimetrici e assoli sparati. Il risultato è un prodotto maturo e dal buon potenziale, suggellato da un video della tiltle-track, amatoriale e dalle evidenti fascinazioni scolastico-giovanili. (6.5/10)

Chitarra, batteria elettronica e qualche loop è invece quanto serve a Denize per organizzare un suono che, messe da parte precisione e tecnica, si spende tra post-rock e stoner, sputacchi lo-fi e Cool Edit Pro, rumorose sovrapposizioni strumentali e soggetti naif. La cosa strana è che quello che inizialmente pare niente di più che un divertissement da adolescente alle prese con qualche diavoleria elettronica rivela invece inaspettati spunti melodici: Drunk naviga a vista tra arpeggi soporiferi e saliscendi vocali strascicati, Your Eyes solletica la spina dorsale con sentiti – ed apprezzabili - omaggi ai Queens Of The Stone Age, Neato è un crescendo strumentale da due accordi e multistrati di chitarra, Solo un deragliare fuori tempo sulle ali del campionatore. (6.2/10)

La palma di miglior disco del mese va a S/T, dei bolognesi Non Compliant Cardia. La band emiliana dimostra di possedere un ottimo bagaglio culturale, sfruttato a puntino tra preziosismi tecnici e un sound che dal post-rock eredita le geometrie, dal jazz la raffinatezza, dal funk il feeling, dal pop l’insospettabile facilità d’uso. La musica trae giovamento dalle libertà espressive previste dal progetto, trovando una propria ragion d’essere in ritmiche dispari e mutevoli, digressioni melodiche periferiche, pulizia del suono e puntualità negli attacchi. Quattro brani razionali e dall’ottimo appeal, con l’ago della bilancia spostato nettamente a favore dell’impianto strumentale. (7.2/10)

 

Last but not least, Canzoni in distruzione di Giovanni A. Sechi. Il titolare del progetto si affretta a sottolineare nelle note stampa quanto l’ep – cinque i brani in scaletta – sia frutto di improvvisazioni estemporanee pianoforte, batteria, voce, effetti. Tuttavia – e per fortuna – la proposta musicale si rivela meno aleatoria e “campata in aria” di quanto non la si vorrebbe far sembrare, caratterizzata com’è da soluzioni melodiche talvolta non lontane dal lavoro di Marco Parente ed una tecnica d’esecuzione piuttosto classica. Approccio al cantato dalle inaspettate coloriture e lirismo di spessore rivelano un’identità musicale precisa, che se razionalizzata nel modo opportuno, potrebbe davvero riservare gradite sorprese. (6.9/10)

 

Side B

di Stefano Solventi

Il side B consta di quattro selezioni molto distanti per genere, obiettivi e – last but not least – coordinate geografiche. Iniziamo dai palermitani Moque, quintetto fresco fresco (si sono formati nel settembre 2005) che fa tesoro delle esperienze noise, punk, indie e stoner dei componenti trasformandole, come vedremo, in qualcos’altro. Nel loro Demo 2005 emerge infatti una voglia di melodia problematica, un’inquietudine Marlene Kuntz cui la vocalist presta timbri asprigni, forse un po’ legnosi e a tratti acerbi ma – che dire – sempre meglio che certe leziosità pseudo-soul e para-jazzistiche tanto in voga. Impressiona la conduzione dei pezzi, il modo in cui ad esempio Fari fendinebbia nel traffico di Palermo sboccia da soffici sincopi alla Jim O’Rourke, per poi accelerare sul piglio chitarristico Sonic Youth e frullarsi in un chorus che alterna sanguigne venature grunge a languori shoegaze. Aggiungete poi una coda fantasmatica che tra rifrazioni di corde e vocalizzi pastello ricorda certe prestazioni particolari alla Ginevra Di Marco, e capirete che questi ragazzi non sono tipi da buttarla lì semplice e scontata. Le altre due tracce – i testi sempre in italiano, non brillantissimi ma neanche banali - scomodano roghi emocore tra angolosità post (la saltellante ballata Senza meta) e passioni stoner prima addomesticate indie e poi infuriate noise (nel valzer serrato di Volume dentro). Non possiamo certo parlare di originalità, ma rimane il sospetto che l’intuizione decisiva sia dietro l’angolo. (6.3/10)

Altri che non sposano certo la causa della semplicità sono i perugini This Harmony col loro album autoprodotto Leila Saida. Dal manifesto programmatico (una riflessione di Vasilij Kandiskij) alla confezione (il disegno in copertina, il cartoncino piacevolmente rugoso) passando dai titoli dei pezzi (elusivi e generici, in ossequio a certe opere del pittore russo) per arrivare infine a struttura e arrangiamenti (per basso, chitarra, batteria, violino più found sounds sparsi), la tenzone si svolge al modo di una rivendicazione accorata e accurata delle possibilità “art” che il rock può (ancora) avocarsi ed evocare. Le nove tracce sono tutte strumentali e trovano nel dialogo ossessivo, talvolta capriccioso tra chitarra e violino, il segno dominante di ambientazioni bucoliche e irrequiete, romantiche e marziali. Suggestioni blues-prog contagiate da malanimo post, strapazzate da impeti crossover e acidule funkerie, organizzate in suite fluviali, stranianti, impressioniste, imbastiscono improbabili ma in qualche strano modo efficaci vie di mezzo tra Doors e High Tide, tra GY!BE e Dirty Three. La posta in gioco era alta, quindi non stupisce che gli esiti sembrino talvolta sconnessi e dispersivi (ora il drumming è troppo quadrato, ora il basso fa storia a sé, ora quella suite ha un po’ troppe stanze e ramificazioni…). Ok, c’è della velleità nel loro progetto. Ma c’è del fascino, in questa velleità. (6.5/10)

Ci tocca fare un bel salto mortale triplo fino a Ravenna (per la precisione Cotignola, in provincia di), per parlare di Problems with my mind, progetto electro per i due cugini Terenzio (voce) e Francesco (elettroniche) Tabanelli. Ci propongono in questo Album l’evoluzione del loro percorso espressivo, dai Suicide martoriati punk e intorbidati Depeche Mode riscontrabili nelle prime dieci tracce (in virtù del basso elettrico che ancora utilizzavano) fino alle visioni più minime e vagamente claustrofobiche in stile Warp del materiale più nuovo. Ferma restando l’asprezza truce, l’invettiva nevrastenica dei tetri vocalizzi, l’ascendenza wave evidente nell’allarme e nei barbagli sepolcrali che continuano a pervaderne la calligrafia. Ancora una volta, difficile percepire elementi di novità, sintesi soniche inedite eccetera. E’ una fiera del già udito, ma ne parliamo comunque e volentieri perché è ben chiara la capacità di manipolare la materia, con una padronanza che consente di modulare le influenze per farne puro strumento estetico: ad esempio quando in I Wanna Be Adored declinano deliri Can e post-apocalisse Brian Eno in un eterno presente sintetico, o quando imbalsamano i Visage in un bozzolo horror movie nella febbrile Paradise, o quando posterizzano certe microcalligrafie Autechre nelle ultime composizioni (di cui ignoriamo il titolo, ma fa nulla). Parossistici e impetuosi, adorabilmente teatrali e sotto sotto autoironici, questi due pazzi non ce la faranno mai. Ma se ce la faranno, c’è da aspettarsi un bel botto. (7.0/10)

Farmer Sea

Completiamo il giro del belpaese raggiungendo Torino e l’indie-pop dolciastro dei Farmer Sea. Insieme dal 2004, sono un quartetto che predica disimpegno asprigno e struggimento dissimulato, prendendo decisamente a modello (non so quanto consapevole) i Go-Betweens. C’è infatti l’impronta caracollante e dolciastra degli australiani tanto nell’iniziale Same Old Rain (arpeggi argentini e spigolosi, tastierina giocattolo, melodia dalla suadente semplicità) e nella dinoccolata Sedinho (voglia di languore latino tra shaker e chitarrina, un controcanto femminile che titilla l’anima, abbandono sixties che s’incendia in un bailamme di tromba e chitarre nel finale). Le altre due tracce dispiegano un’apprensione più netta, sia in Teenage Love (fiorellino Corgan sbocciato nel praticello indie, lievi asprezze e coretti a snidare tentazioni REM) che nella conclusiva Jazz Me (ballata tremolante, gli Yuppie Flu convertiti ad un disincanto Wynn, talkin’ telefonico e assolo conclusivo pavementiano), confermando un approccio al lo-fi così diretto da innescare una simpatia disarmante. Non è un caso infatti che il canto e una certa propensione alle sgangheratezze di contorno (i giocattoli sprimacciati in coda a Teenage Love) rimandino direttamente alla flemma beffardella del signor Malkmus. In definitiva, la notizia più bella è come sanno pilotare la vettura, più che la vettura in sé. Fossimo nella redazione del NME, scommetterei più di una sterlina su di loro come prossima next big thing. Per quel che vale. (7.2/10)

 

Link & Notes

Koinè – Senza Tranquillità

  1. Senza tranquillità
  2. Cliché
  3. Strettallagola

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Denize – Less than ten

  1. Drunk
  2. Stay For Me
  3. Your Eyes
  4. Less Than Ten
  5. Neato
  6. Waste Paper
  7. Solo

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Non Compliant Cardia – Four tracks demo from the S/T album

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Giovanni A. Sechi – Canzoni in distruzione

  1. Un Fascio di Nervi
  2. Mare
  3. Milano
  4. Pierpaolo
  5. ...

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Moque - Demo 2005

  1. Fari fendinebbia nel traffico di Palermo
  2. Senza meta
  3. Volume dentro

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This Harmony - Leila saida

  1. Introduzione 19
  2. Improvvisazione 13
  3. Composizione 12
  4. Improvvisazione 2/3
  5. Improvvisazione 11
  6. Impressione 15
  7. Improvvisazione 7
  8. Impressione 16
  9. Composizione 18

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Problems With My Mind - Album

  1. Crazy
  2. I Wanna Be Adored
  3. Incantato
  4. White Cemetery
  5. Love Was Dead
  6. Electroshock
  7. Pesticide
  8. Hope In My Soul
  9. Paradise
  10. Puttana + Ghost Song

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Farmer Sea - Where People Get Lost And Stars Collide

  1. Same Old Rain
  2. Teenage Love
  3. Sedinho
  4. Jazz Me

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