Questo mese: gli abissali Netherworld, gli elettronici 2 Genial Idiots e poi Fabryka, Underground Railroad, Tutt'unoconlamacchina, 3noir, Mosaico, SingleSignOn

E’ un piacere sottile perdersi nelle atmosfere pacate e nelle chitarre liquide dei SingleSignOn. Una sensazione che assomiglia un po’ a quello che si prova quando ci si immerge sott’acqua, d’estate, e si ascoltano per un momento i suoni attutiti e morbidi che arrivano alle orecchie. Merito dell’atmosfera senza gravità, delle lentezze ritmiche, dei vocalizzi espansi che si respirano nei tre brani di dell’EP omonimo, episodi che pur essendo per lo più strutturati su scambi da tre accordi hanno il pregio di non annoiare. A Long Way Home si nutre di un beat elettronico quasi impercettibile e di litri di flanger, Full Joy fonde armoniosamente carezze melodiche e continuum fluidi a distorsioni vagamente psichedeliche, Fade Out minimizza i Jesus & Mary Chain addomesticandone le pulsioni selvagge, in favore di una musicalità tutta arpeggi e sfondi sfocati. Un sentire quello della band, piccolo ma prezioso, capace di riappacificare con il moto armonico dei corpi celesti anche il più tenace dei metallari. (6.7/10)

Metallari che presumibilmente non esiterebbero un momento ad abbracciare senza riserve l’hard rock nerboruto che propongono i MSK da Ortona. Degli otto brani raccolti nel demo, rispettivamente due del 2004 e sei del 2005, paiono più “quadrati” i secondi in virtù di geometrie razionali costruite su riffoni di chitarra a struttura circolare. Il battere del gruppo lascia, talvolta, quasi senza fiato, una botta d’adrenalina vecchio stile che oltre a rimandare all’ hard anni ’70-‘80, taglia trasversalmente i territori del punk e del grunge. Basti citare il clima torrido e decadente à la Soundgarden di Buonsenso, i riff sparati di Progresso o i due minuti di apnea di HC, presi a prestito dalle cose migliori dei Punkreas.
Lobotomania allarga il raggio d’azione dell’ ensemble anche al funk e completa una proposta musicale che pur concedendo qualcosa all’irruenza fine a sé stessa – soprattutto nei testi –, merita sicuro apprezzamento. (6.5/10)

Terzo disco del mese è Incomincia dei 3noir, band dalla storia lunga e travagliata partita nel lontano 1998 e protrattasi con alterne fortune fino ad ora. Composto da musicisti dal palmares di tutto rispetto – collaborazioni con Pasquale De Fina e Carlo Carcanola, strumentisti e arrangiatori, tra gli altri, per Cristina Donà, Massimo Volume, Morgan – il gruppo padovano propone un noise scuro e malinconico, caratterizzato da tempi lenti, un’evidente ricerca melodica e la voglia di mediare tra distorsioni e musica d’autore. Se l’accostamento strumentale pare piuttosto classico – rispondono all’appello chitarra, basso, batteria e voce -, lo stesso non si può dire del prodotto finale, che presenta invece caratteristiche peculiari: Demoni abbina un tempo marziale ad una sei corde ruvida e compressa, Incomincia è un crescendo appena sussurrato, J’accuse è un crepuscolo allungato tra arpeggi e toni dimessi, La grande ustione uno svilupparsi melodico in bilico tra tinte monocromatiche e lirismo evocativo. (6.4/10)

Con un titolo che metterebbe in fuga anche il più navigato tra i recensori, Studi in fase di sperimentazione sulle interferenze di onde improvvisative rappresenta il lavoro dei Tutt’unoconlamacchina. Un disco quello della band bolognese che non esita ad abbracciare il significato profondo della parola “studio”, nel senso di sperimentazione a tutto tondo, mantenendo un approccio in bilico tra improvvisazione jazz a base acustica – i dieci movimenti dello Studio n.1 – e impasti scuri di elettronica. Tra rumori di fondo, distorsioni e interferenze non ben identificate – campionamenti, basso, chitarra, programmazione, la strumentazione utilizzata nel disco – trovano posto brani come Studio n.3: Il caso e la necessità, Studio n.5: Deux Ou Trois Choses Que Je Sais De La Vie o Studio n.8: La vita è uno spreco, la vita è uno spreco, la vita è uno spreco. Episodi che sembrano voler riunire sotto lo stesso tetto gli impeti oltraggiosi del Metal Machine Music di Lou Reed e ritagli audio tratti da qualche film di fantascienza, con tanto di condotti di areazione in funzione, varietà di “bip” e sonar, rumori di laser e propulsori di astronavi. Sintomatici in questo senso i sette minuti dell’episodio conclusivo – Studio n.4: Music for Spaceports - vero e proprio sabba rumoristico dal vorticoso crescendo. (6.8/10)

Dal punto di vista della mia cassetta postale, l’underground sonico italiano ha l’aspetto di un insalatone variegato e fremente. Incroci, azzardi, eterogeneità. E tanta energia. A proposito di energia, vi presento gli Underground Railroad e il loro album autoprodotto Blessed With A Curse. Insieme dal novembre 2002, sono un trio che gioca al power-blues come un Jon Spencer in trip glamadrenalinico. Quindi, corde turgide e torride, parata di ovvietà al fulmicotone, quel senso del didascalico così umorale da sfiorare l’umoristico, quello scolpire le forme quasi a volerne incendiare lo stereotipo. Insomma, il motore gira che è un piacere, i ragazzi si divertono e ci divertono. Scomodano con nonchalance estro Led Zeppelin e funkerie post-garage (sentite come pesta Don't Know), perseguono al bisogno acidità hendrixiane come in Bring You Down, giocano con disinvoltura la carta del più prevedibile hard-blues (Stripper Blues) e sciolgono le giunture con toste e stradaiole sgroppate R’n’R (Wonderland, Dead a Thousand Times). La voce ha grana e impudenza eminentemente rock, la chitarra è disinvolta e impertinente, il basso e la drum machine seguono con rodata diligenza. Tutto qui? No. Infatti c’è l’altro lato della faccenda, quello del folk blues acustico dagli echi John Mellencamp (Faithful), quello del malanimo gospel-soul vagamente Black Crowes della conclusiva Sing a Song (con abili contributi di piano e organo). Prove tecniche di next big thing de noantri? E perché no? (6.7/10)

Salto mortale triplo carpiato per tuffarsi nella poptronica evoluta dei Fabryka. Vincitori allo scorso Arezzo Wave nella sezione progetti multimediali audio-video, già opening act per Matmos e Popolus, sono un quartetto dalle idee chiare e accurate. Le tracce di Testing Toys, ep di debutto scaricabile gratuitamente dal loro sito, imbastiscono ballad folk cibernetiche condite di umori mitteleuropei (vedi la splendida fisarmonica in Handful Of Dust, tra Oi Va Voi e Lali Puna), oppure danze Subsonica a base di bassi veementi e microtrame Warp/Morr (A Cure), e ancora certi trepidi slittamenti Mùm (i found voices, l'elettronica inafferrabile e le rifrazioni di chitarra di Rainfall), quando non la solennità oleografica di Bjork (nella mischia di evanescenze e grumi soul di Hang On). Alla divina islandese guarda palesemente il canto di Tiziana Felle, soprattutto per il modo in cui si estenua e si frange nel chorus di Legoland. Ebbene, si sa che in queste situazioni la voce deve dare il colore fondamentale, per non rischiare di (s)perdersi nel mare delle proposte consimili. Quella di Tiziana è bella, ha potenzialità, ma per ora si ferma un passo prima di. É un invito a lavorarci, perché non farlo sarebbe un peccato. Comunque, la proposta è fresca e intensa. (6.9/10)

Ancora elettronica con i 2 Genial Idiots, ma il versante è ben più brusco, acido, sperimentale. Se con gli Zmigavac tentarono fin dal remoto 1999 la carta dell'elettropop, col dissolversi del gruppo ai due producer varesini Andrea e Simone rimase la voglia di far collidere/coincidere i loro diversi background: l'elettricità e l'elettronica, la ruvidità e il minimalismo. Nel 2003 remixano Salirò di Silvestri guadagnandosi airplay su Radio Popolare, poi vincono il premio Creatività alla rassegna Microsolchi II, facendosi conoscere e apprezzare nell’ambiente electro indipendente. Il cd che mi hanno inviato contiene gli ep già editi - Coded Rock e Mio figlio egoista: perché? - più le ultimissime composizioni. Nei primi, la doppia anima del progetto sembra allestire un conflitto perenne e fruttuoso: mostruosa ibridazione tra un funk/rock preso per la cresta (quelle chitarre aspre e graffianti, quei bassi turgidi e screanzati), electro sottile e techno pulsante, col risultato di mimetizzare irrequietezza dietro la giocosità, un vibrare mnemonico che non trova pace mentre cerca quel centro di gravità (permanente) che gli è fisiologicamente negato. Puoi scorgere così spettri M.A.R.R.S. e Art Of Noise, l'Hancock robotico che sbrana technofunk, Santana divorato da spasmi e astrazioni digitali. Spiace un po' che le tracce più nuove vedano progressivamente sparire l’aspetto più sporco, più rock della questione, ma rimane quel gioco a mitragliare la forma canonica con perturbazioni ritmiche, con improvvisi crash del sistema, come se la normalità fosse una condizione inaccessibile. Così l'abbozzo di techno dance dritta viene gambizzata in Rage Condenser da mostriciattoli sintetici ed insidie Autechre, mentre Fingers prima l'ammansisce di coloriture eighties quindi la trafigge e infine la trasfigurata in una cosmica ascensione Terry Riley. Piuttosto geniali, per nulla idioti. (7.2/10)

E veniamo - e qui vi voglio - a mister Netherworld, del cui Otherworldly Abyss va innanzitutto ammirata la bella confezione, la cui grafica a dire il vero m’intimorisce piuttosto e anzichenò. Alla prova dei fatti, trattasi di oltre un'ora di lento, misterioso, avvolgente precipitare in un abisso (compiuto via acronimo brano dopo brano) che per quanto ne sappiamo potrebbe risiedere nel più remoto angolo dell'universo oppure nel tuo (mio, suo) cervello dopo ore di catodica lobotomia. Vapori cosmici, rimbombi cupi, il respiro di Alien, gas di scarico di astronavi organiche, fruscii pressurizzati, chincaglierie imperscrutabili (come retaggi di antichi suoni vaganti nel vuoto), musica d'ambiente collassato, attonita transustanziazione Brian Eno - John Cage, suites per anime con un piede già nel post-sensibile, dove e quando non ci sarà più nulla a cui aggrapparsi. Ed ecco che, nel pieno dello spaesamento spazio-temporale, viene voglia di alzare il volume e farsi ingoiare dalla nebbia, alla ricerca di corpi solidi, voci, presenze, appigli concreti. Forse è concettualmente "troppo" per una rubrichetta come questa. Ragion per cui, il voto è più ipotetico che mai. (7.0/10)
Fausto Bossola
Pierpaolo Bottino
Giorgio Pilon
Francesca Trinca
Federico D’Intino
Edmondo Ciminieri
Tommaso Pizzico
Pasquale Scevola (voce)
Michele Simeoni (basso)
Andrea De Marchi (batteria)
Luca Iazzetta (chitarra)
Paolo D’Alonzo (chitarra, campionamenti, programmazione)
Giacomo di Paolo (campionamenti, basso)
Enrico Cipollini - guitars, piano, organ, lead vocals
Andrea Orlandi - bass, backing vocals
Nicola Fantini - drums, percussion
Tiziana Felle – voice, guitar
Stefano Milella – programming, keyboards, drums
Giovanni Chiapparino – vibes, piano, drums, accordion
Agostino Scaranello - bass
Netherworld: loops, synths, gong, voice, field recordings