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We Are Demo #12

di Stefano Solventi e Fabrizio Zampighi

Side A

di Fabrizio Zampighi

Se l'asse Padova - Treviso sembra sempre più una succursale della swinging London del “14 Hour Technicolor Dream” - a riprova il testamento lisergico di artisti come Jennifer Gentle, Father Murphy, Beatrice Antolini e via dicendo -, Brescia e dintorni pare invece la capitale del pop più intimo e raffinato, perennemente sospeso tra atmosfere eteree alla Labrador - l'etichetta - e scrittura tipicamente anglosassone. Ce ne eravamo accorti qualche tempo fa dando spazio ai Le Man Avec Les Lunettes; ne abbiamo un ulteriore riprova ora con gli Annie Hall. Rispetto ai citati conterranei, la band di Good Old Days spinge di più sul pedale degli arrangiamenti, cercando di diversificare le strutture ritmiche, aggiungendo dettagli strumentali di personalità, in poche parole spostando l'ago della bilancia dalla leggerezza più colorata e avvolgente ad una concezione di pop strutturata ma non noiosa, complessa ma non aulica. Atmosfere di impianto prevalentemente acustico partoriscono insapettate svisate elettriche – Little Room -, si fanno coinvolgere in trascinanti e irresistibili danze in puro stile Brit - Greetings (From A Place With No Name) - , aggiornano la Penny Lane dei Beatles – Mushrooms -, si addormentano in progressioni care ai Kings Of Convenience (Open 24 Hours). Quello che resta alla fine dei giochi è un (7.3 /10) strameritato e una spasmodica attesa per gli sviluppi futuri della band.

Volete la verità? Dando una scorsa al sito ufficiale dei Silveradio prima di ascoltare 8<, mi ero un tantino preoccupato. Colpa di coincidenze astrologiche prese un po' troppo seriamente – i membri della band si auto-paragonano ai quattro elementi universali, aria, terra, fuoco e acqua -, nomi d'arte pittoreschi – Izzo Pervert, Joe Dilorenzo, Blow Jimsy, Silver Dan –, tutine zebrate e tessuti optical usati come vestiti di scena e in generale un gusto per l'eccesso che sfocia inevitabilmente nella gratuità più “tamarra”. E invece. E invece ad ascoltare le dodici tracce del disco in questione ci si accorge che sotto la scorza ironica (?) e il machismo fuori tempo massimo della band batte un cuore rock 'n'roll passionale, abile a sufficienza nel concepire una formula musicale “vecchio stile” equilibrata e convincente. Chitarre a briglia sciolta – Guillotine (Kats) - e malcelato orgoglio pop – From The Window - fanno dei Silveradio dei dignitosi discepoli di quell'Hard smanettone di fine Settanta/Inizio Ottanta, anche se più che figliocci di Steven Tyler e Angus Young, i quattro sembrano una versione riveduta e corretta – in senso melodico - dei Radio Birdman. Approccio alla materia tutto riff e rapidi scambi per una loquacità strutturale e una varietà delle geometrie, raramente rintracciabile in formazioni votate al chitarrismo “classico” tout court. (6.8/10)

Folk e new wave, Sparklehorse e Dead Can Dance, idealmente insieme a dar voce ai Lovers 69. Un nome dietro cui si cela Federico Moi, polistrumentista dal passato – presente - glorioso, già nelle fila dei Morose ai tempi di People Have Ceased To Ask Me About You ed attualmente batterista degli Hollowblue. Per questo progetto solista il titolare decide di trasporre in note inquietudini e verietà umorali sotto forma di densi spaccati sonori a base di pianoforte – Monodose -, folk minimale - Life is statistic e Wrong -, scabrose ruvidezze sotterranee tipicamente Eighties – Young Mother Of An Old Son e You Are Life -, provocazioni sintetiche – Our Possible Dead Lives e You Are Growing in Me -, riuscendo nell'intento di confezionare un'opera dal fascino obliquo e di confine. Un album di immagini sfocate in continuo movimento che merita più di un ascolto distratto. ( 6.9/10 )

Side B

di Stefano Solventi

Ad un anno di distanza torniamo a parlare dei Cherif Galal. Oggi come allora non ci è dato sapere molto su chi veramente si nasconda dietro il progetto, a parte il produttore artistico Fabrizio La Fauci (dal considerevole pedigree). Quel che sappiamo invece è come quel disco sia cresciuto: ben otto infatti le tracce nuove per complessivi quattordici pezzi. Di nuovo c'è pure un titolo: We Are Not Bullet Proof. Ed è sempre più chiaro quanto il loro potenziale pop sia meritevole di attenzione. Un effort capace di sublima con disinvoltura Nick Kershaw e Verve (la già nota My Universe), PHD e Jeff Buckley (la nuova, bellissima A Winter's Prayer), cicalecci new-romantic e languori soul (la già nota The Mirror), vagheggiamenti folk ed electro-world gabrielliana (la nuova, evanescente Brother). C'è questo senso di modernariato eighties come una patina opaca che smorza la sfacciataggine catchy, stemperando le melodie adesive tra forme effimere, per uno svolgersi tanto sgargiante quanto aleatorio. Quasi che i Nostri volessero far coincidere il massimo dell'orecchiabilità (per dire, una Inside Of Me si fa beffe del miglior Robbie Williams concedendosi lussuosi preziosismi Manhattan Transfer, mentre la folk ballad For You annichilisce gli Starsailor sul loro stesso terreno) con una straniante inconsistenza. L'effetto complessivo è un soave sbalordimento. Certo, le cartucce sono tante, troppe, qualcuna inevitabilmente fuori sagoma. Ma la carne messa sul fuoco sfamerebbe un plotone di maniaci pop. (7.4/10)

Gli Albanopower sono un quartetto siracusano dalla genialoide ragione sociale (ne converrete) e dalle altrettanto genialoidi motivazioni, visto che spiegano la genesi di questo Christmas EP come una naturale reazione all'apertura dell'ennesimo centro commerciale nelle loro amene campagne. Come non provare un irresistibile moto di empatia? Insomma, armati di umanesimo fragrante, di genuinità rasoterra, di sensibilità sonora parcellizzante e iperrealista (devota - così dicono - al celebre Dogma di Lars Von Trier), confezionano un lo-fi indolenzito e luccicoso, sdegnoso e dolciastro, pazzarello e avant, analogico e sintetico, fanciullesco e inquietante, accorato e sarcastico. Messe nel caricatore quattro celebri arie natalizie, se le sparano addosso, nel ventre molle della memoria che accoglie di buon grado il proiettile e lo restituisce frollo, vibrante, pastoso. Non ci avrete perché non ci potete avere, sembrano dire i nostri quattro ineffabili antieroi: col dream pop coniugato teatrale post-wave di I Saw Mommy Kissing Santa Claus Last Night (una roba tipo i nipotini dei Devo nella stanza dei giochi di Patrick Wolf), con la mestizia frusta e ipnotica di Happy New Year (un Tom Barman minimale nel trepido accumulo di arpeggi e tastierine), col mesto incanto di Jingle Bells (la circospezione setosa del canto di Grace tra arpeggi di marzapane, scalpiccii, cigolii e organini giocattolo), e soprattutto con lo stralunato caleidoscopio di Silent Night, frullato di frammenti rag, hip-hop, gospel e downtempo, o se preferite un dolciastro frankenstein Morcheeba, Gomez e Beta Band. Dedicato a tutti quelli che si scoprono filastrocche impresse nell'anima, come mappe equivoche di tesori dimenticati. Cos'altro faranno questi ragazzi è un mistero che non vedo l'ora di scoprire. (7.2/10)

Ok, non si reggono quasi più tutti questi figliocci più o meno legittimi della coppia Agnelli-Godano. I Tenia, quintetto campano, rientrano nella categoria, eppure resisto alla tentazione di volarli nel cestino e rimango attaccato al loro Bianco per sottrazione, nero per composizione. A quel ghigno metropolitano, alle brume texacide, a quell'inquietudine capace di spigoli e languore, in trepida e instabile soluzione. Gli Afterhours e i Marlene Kuntz, dicevamo, proprio quell'asprezza cruda e teatrale (tanto nella sostanza dei testi che nella forma dell'interpretazione), ma nella cavalcata acida e scorbutica di La stasi s'avverte anche la lezione immarcescibile dei Gun Club, più qualche altra cosuccia, tipo quel repentino cambio di marcia nel finale che mette sul piatto una certa consapevolezza dei mezzi e una giù buona personalità. E' un vizio, perché un po' tutta Nessun ritorno è pervasa da questo senso di carte sbaragliate, con gli improvvisi turgori hard-blues, gli spaesa(n)ti intermezzi funk-jazz, un derapage sospeso con recitato fosco (è Umberto Palazzo dei Santo Niente) che manda gli Afghan Whigs a far comunella con certo prog. E gli improvvisi spurghi noise che prendono a sberle l'ebbrezza sgualcita vagamente Moltheni di Aikido, tra percussioni tumide e volatili, con la chitarra che scava solchi asprigni. Insomma, questi ragazzi sono immediatamente riconducibili a qualcos’altro, però fanno capire di avere numeri (tra amici avrei detto: le palle) per portarsi avanti il lavoro con una certa personalità. (6.9/10)

Bonus Track

di Fabrizio Zampighi e Stefano Solventi

Several Union vuole essere sinonimo di nu-metal e i quattro componenti della band cesenate non fanno nulla per nasconderlo. Interessante il connubio di influenze su cui si regge Resurrection, marchiato a fuoco dalle ritmiche serrate dei System Of A Down, innervato dai toni epici degli Evanescence, ma soprattutto capace di camminare con le proprie gambe grazie ad una creatività e un rigore strutturale apprezzabili. (voto: 6.4/10 web: http://profile.myspace.com/index.cfm?fuseaction=user.viewprofile&friendid=46323227). E' invece un tantino disordinato il lavoro di Marco Messineo, pur con qualche spunto interessante. Combattuto tra mire cantautoriale e pillole pop, arrangiamenti pacati e buone melodie, Scatola Nera scivola via piuttosto agevolmente regalando testi fiume e soluzioni strumentali degne di nota, melodie di impatto e estetiche convenzionali, nell'ottica di una scrittura che deve ancora guadagnare in sobrietà espressiva. (voto: 6.0 /10). Con i Melpein si naviga in acque tempestose ma a buona velocità di crociera, dal momento che lo scafo che solca i flutti impazziti si chiama Progressive Metal (chi si ricorda dei Dream Theather?). Doppia cassa d'ordinanza, cantato in italiano, ottime capacità tecniche ma brani in generale forse troppo algidi, per un EP che farà scendere qualche lacrimuccia ai nostalgici delle peripezie tecniche e degli assoli. (voto: 6.3/10 web: http://www.melpein.com/multimedia.htm). Gli Zetà invece fanno blues-rock autoriale, ricercato e intenso, piuttosto in bilico tra ascendenza folk ed evidenti tremori grunge. Nel loro ep omonimo mettono in fila tre pezzi ben registrati, ben cantati, ben suonati, dove il marchio Pearl Jam e Soundgarden – sponda più potabile – non smette un attimo di farsi notare (voto: 6.4/10 web: www.zetaband.com). Gli eMBra sono un trio milanese autore di un folk-wave-pop a base di chitarra, voce (femminile) e batteria. Purtroppo la registrazione non è un granché, possiamo però immaginare che - ben prodotte e incise - le tracce de La cucina di eMBra potrebbero somigliare alla proposta arguta e acidula di certi Ustmamò, con quelle inquietudini stilizzate e le melodie oblique. Interessanti, con riserva (voto: 6.3/10 web: http://embra.altervista.org). Il vicentino Strap-On-Hangers raggiungte con (Asphalt) la quota di tre lavori autoprodotti. Degli altri non so, ma questo è all'insegna di un folk-rock mesmerico, orgogliosamente lo-fi, slide guitar e chincaglierie, sbandamenti melodico-strutturali come un Howe Gelb alle prese con trame Sparklehorse, con palpiti eterei Karate, con improvvisi guizzi J. Mascis, con sdrucciolamenti Wilco. Inevitabilmente "a rimorchio di", ma parecchio vivo (voto: 6.8/10 mail: griarch@fastwebnet.it).

Note

Annie Hall – Good Old Days

  1. Open 24 Hours
  2. Mushrooms
  3. Greetings (From A Place With No Name)
  4. Little Room
  5. The Lost Wallet

 

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Silveradio – 8<

  1. Guillotine (Kats)
  2. Spinach Mr Popeye
  3. She's a Criminal
  4. Down To My Soul
  5. A punch On My Nose
  6. Kinda Whimsical
  7. Nothing's Left Undone
  8. The Bassgirl
  9. From The Window
  10. Prince Of Persia
  11. Someone Is To Blame
  12. (He Was Dancing Between Us (Fool To Cry)

 

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Lovers Of 69 – Privileged Window On Catastrophe

  1. Monodose
  2. Life Is Statistic
  3. Wrong
  4. Young Mother Of An Old Son
  5. Our Possible Dead Lives
  6. Stay
  7. It's Been A Long Time
  8. You Are Growing In Me
  9. Taste A Little Death
  10. You Are Life
  11. Crawling
  12. One Second Ago
  13. Before You'll Understand

 

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Cherif Galal – We Are Not Bullet Proof

  1. Fears And Troubles
  2. Helen
  3. The Mirror
  4. I Wash My Soul
  5. My Universe
  6. Inside Of Me
  7. Bitty
  8. Brother
  9. The Perfect Crime
  10. A Winter's Prayer
  11. It's All Been True
  12. For You
  13. Travelmind
  14. You Are My Sun

 

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Tenia - Bianco per sottrazione, nero per composizione

  1. La stasi
  2. Aikido
  3. Nessun ritorno (Vanessa in fondo al mare)

 

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Albanopower - Christmas EP

  1. Jingle Bells
  2. I Saw Mommy Kissing Santa Claus Last Night
  3. Silent Night
  4. Happy New Year

 

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