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We Are Demo #6

di ©2006 Stefano Solventi e Fabrizio Zampighi
Così tanti e buoni demo continuiamo a ricevere, che questo mese si è resa necessaria una “bonus track” con giudizi sintetici su un pugno di lavori. Un po’ per svuotare il cassetto, ma soprattutto perché ci è sembrato doveroso dedicare almeno qualche riga a lavori appena meno buoni dei “prescelti”. Probabile che il prossimo mese lo rifaremo, soprattutto se dimostrerete di gradire (il forum serve anche a questo). E’ proprio il caso di ripetere, a costo di sembrare dischi incantati: abbiate pazienza, ascoltiamo tutti, tutto e di tutto. E poi ancora: non smettete di stupirci, continuate così.

Side A

di Fabrizio Zampighi

Che il gotico-dark non sia il genere prediletto dei lettori di SentireAscoltare è un fatto assodato - almeno a giudicare dalle classifiche che si leggono sul forum - come lo è il fatto che oggigiorno i revanscismi che vanno per la maggiore sono altri, uno per tutti quello dedicato alla new wave. Perché allora riservare una parentesi di questo numero di We Are Demo alle oscurità torbide della suddetta deriva stilistica? Sostanzialmente per un’unica ragione, e cioè l’arrivo in redazione di un EP a nome Lunacy Box, nero come il carbone ma dalla forma mentis dichiaratamente indie: un’esperienza trasversale ben fatta, che lascia intravedere capacità e intuizioni su cui sarebbe un peccato sorvolare solo per questioni di gusti personali.

Non abbiate paura, nessun eccesso in queste tre tracce, se non musica che fonde virtuosi vocalizzi femminili a compressioni di chitarra “al trotto”, estetica decadente a trattamenti elettronici di superficie, atmosfere seducenti a toni evocativi: un ingranaggio sonoro quadrato in cui doti tecniche e rigide geometrie si spartiscono oneri e onori, tese come sono a generare malinconie espanse, scenari chiaroscurali avvolgenti, ampie schiarite elettrificate.

Tra i loschi figuri coinvolti nel progetto l’italo-danese Lunacy L, front-girl di razza dalle notevoli impennate vocali, e Cristiano Santini, già attivo nei Disciplinata e qui chiamato ad organizzare con passione e mestiere il suono delle sei corde. Punte di diamante di una compagine che potrebbe riservare, in futuro, gradite sorprese. (6.9/10)

Di tutt’altro genere l’approccio alla materia dei No Seduction, che fin dalla copertina del disco dichiarano senza remore la fisicità heavy e quasi disturbante della loro musica: una mistura riuscita di chitarre circolari, accenti sudisti, frequenti ammiccamenti stoner e un apparato muscolare scattante sul modello Unida.

E proprio la band di John Garcia è l’involontaria responsabile delle scelte melodiche del gruppo, un esempio di integrità che quando non è citato apertamente - Midday Microwaves -, viene rievocato dalle geometrie - Tastefully Wasted - o magari mixato ad elementi musicali risalenti all’epoca aurea del grunge (Memories Of An Irresistible Masochist). Nella lotteria dei riferimenti non manca nemmeno l’omaggio garbato all’Iggy Pop solista, chiamato in causa dalle fucilate di User Frendly Plague e dall’ossessiva The Infection.

Ottime potenzialità creative, suoni sporchi e un’attenzione per la varietà e il tiro delle strutture fanno pensare ai No Seduction come a musicisti ben sintonizzati sugli scopi da raggiungere, in grado di stimolare gli appetiti dei rocker più intransigenti, ma anche di applicare il metodo scientifico ad una materia, per sua natura, alquanto dispersiva. (6.9/10)

Il terzo disco del mese ci viene gentilmente recapitato dai Casa. Prima che gli immancabili maligni ce lo facciano (giustamente) notare, è giusto mettere in rilievo che della band fa parte (ne è il cantante) Filippo Bordignon, collaboratore di SA. Armatevi dunque - se volete - di sana diffidenza, e proseguiamo: l’ensemble proviene dal profondo nord-est italico ed è votato ad un rock talmente delirante da conquistare - almeno, stando a quanto affermano le note dell’EP - anche uno “navigato” come Arrigton de Dionyso degli Old Time Relijun.

Chissà se credere o meno alla voce di corridoio, vista l’ironia di fondo e la voglia di rompere gli schemi della band. Certo è, comunque, che al di là delle parole, ci si trova davanti ad una musica entusiasmante, innervata da cambi di ritmo incessanti e perennemente in bilico - va da sé, all’interno dello stesso brano - tra generi e arrangiamenti differenti.

Occhi Di Cammello pare una via di mezzo tra le saturazioni mentali dei Cluster e l’approccio selvaggio dei Can, Mozo mescola progressioni armoniche dal sapore mediorientale e geometrie incapaci di stabilizzarsi per più di dieci secondi sullo stesso ritmo, Trionfo Dell’amore è un free-post-rock che nel finale trova il modo di accelerare verso una psichedelia scardinata.

Come se non bastasse, al piatto già ricco c’è da aggiungere un cantato da squilibrato - in senso positivo, si intende -, che oltre a non avere nulla da invidiare in quanto a slanci e virtuosismi allo stile dell’insuperato ex-vocalist dei Quintorigo John De Leo, si rivela il vero motore della band, accompagnato com’è - o forse sarebbe meglio dire controllato - dal lavoro degli strumenti. (7.4/10)

Side B

di Stefano Solventi

Il side B inizia all’insegna di una trepida pacatezza, e di ciò dobbiamo ringraziare l’omonimo ep di The Night, moniker di Agnellox, al secolo Daniele Carretti. I più vispi si saranno già accorti che nome e pseudonimo non sono affatto nuovi: Daniele è infatti il chitarrista degli Offlaga Disco Pax, qui impegnato a svelarci il proprio retroscena poetico/auditivo, per la verità abbastanza sorprendente visto che facciamo l’en plein di ballate. Ingredienti: folk accorato e appiccicosetto, ebbrezze oniriche, ectoplasmi wave, chitarre indolenzite, pianoforte vaporoso, buffetti in reverse, emulsioni e sgocciolii di tastiere. Lo spettro che si aggira un po’ ovunque è quello del Robyn Hitchcock acustico, quella grazia tossica, quel febbricitante tremolio. Poi, nello specifico, occorre rilevare una malinconia attonita Big Star (Never), certo solipsismo pietoso Linkous (Happiness Is Sad), uno sdilinquimento ipnotico Barrett (Ever) e - of course - la cupezza nevrotica e vulnerabile dei Cure, coverizzati in Jumping. Diafane irrequietezze capaci di segnare in profondità. (6.9/10)

Per Massimiliano Raffa occorre sottolineare innanzitutto quanto già detto per i Casa: anch’egli infatti è un collaboratore di SA. Alimentate quindi a piacimento la stufetta del dubbio, tenendo presente tuttavia che non ci sarebbe costato molto tenerli fuori dai giochi: oggigiorno con una mail si fanno miracoli, e senza giocarsi neanche un pezzetto di faccia. Detto ciò, ho trovato ad un tempo eccitanti e spossanti le quindici tracce del suo I (Didn’t) Mean It. Il motivo: sono talmente cariche di idee e ideuzze, di ascolti digeriti e rigettati, di visioni e scarabocchi, di troppo e di poco che alla fine ti ritrovi in tasca uno spaesamento frizzante. Il guazzabuglio è tale che il giudizio va in overflow, e in fondo è giusto così visto che si tratta di una sorta di work in progress, inciso circa tre anni orsono quando il Nostro era - udite udite - appena tredicenne. E allora, come la mettiamo con le minacce tribali Peter Gabriel-The Books di Trust Disease? E col Daniel Johnston squinternato tra folate digitali di Hatred Glance? E con la techno-videogame tra deliri Barrett e algidità Nico di It Sucks? E coi turgori industriali squarciati da nevrastenia Nina Hagen/Xiu Xiu di Just Waiting? E col sogno storto in un mattino Warp di Get A Purge? Ok, può bastare. Detto che sembra imminente un nuovo demo, riattiviamo un istante la capacità di giudizio per mollare il voto che segue. (7.0/10)

Ci ho messo un bel po’ a decidere se reclutarli in We Are Demo, perché i catanesi Marlowe sono una band dal sound e dalla direzione già fatti e torniti, nulla da invidiare alle produzioni “professionali” a parte un’etichetta che li distribuisca “professionalmente”. Un folk-blues intenso, cupo, processione di lancinanti amarezze nel solco tracciato da quel Cesare Basile che guarda caso compare in un paio di tracce di questo Mai Perdonati. Proprio come il venerabile concittadino, i quattro puntano molto sui testi, scanditi laconicamente tra canto e reading, a precipizio in un malanimo masticato con rabbia stentorea, quasi spossata. In Senza Sangue vanno a carezzare il Lanegan più assorto al ritmo di tre quarti elettrico. Ne La Terza Croce indagano impronte Gun Club con strali di chitarra riverberata, arpeggi liquorosi e un’armonica (suonata da Basile) che squaderna il paesaggio e l’anima. Ne Il Nudo E Il Castigo caracollano indolenziti tra cigolii post, mentre le parole sgranano flebili un sanguigno rosario De André. In Crowded Song segnano a dito quella porzione di DNA debitrice delle brume Leonard Cohen, tra fatamorgane di piano, vibrafono, cori e slide spiritata. Otto i pezzi, non uno debole, tolta una Fiocchi Di Neve appena più scontata. Ma è il classico pelo nell’uovo. (7.1/10)

Bonus Track

di Stefano Solventi

Gli ska-core Boogamen ci mettono grinta e ingegno per sfornare con R.A.B. - Ritorno Alla Barbarie uno ska-core - appunto - grintoso e ingegnoso. Estro acidulo di tastiere intanto che le chitarre macinano il macinabile. Testi battaglieri in italiano e in inglese. (voto: 6.3/10 - web: www.boogamen.com). Invece i salentini Leitmotiv giocano sul versante di una poliedricità indemoniata. Il loro buon Safarà incrocia ballad esotiche, irrequietezze caposseliane e swing-wave tipo i Litfiba dei bei tempi. Anche per loro testi in italiano e inglese, impegnati, analitici, nevrotici. Interessante la voce, tra Pelù e Fortis. (voto: 6.5/10 - web: www.leitmotivonline.net). Coi piemontesi Drink To Me passiamo ad un indie-wave nervoso e agile, un romanticismo per ogni sordidezza. Il loro Kralle Brau Sessions - spigoli, brume, languori, ringhi di chitarre, synth a gracchiare caligini vintage - esce per la Stuprobrucio, neonata etichetta dedita alla diffusione di sussulti underground in formato cd-r. (voto: 6.6/10 - mail: drinktome@stuprobrucio.com). Fa invece un rock-soul accattivante, perlopiù strumentale e puntellato d’elettronica, il batterista Claudio Scolari. Nel corposo In My Fourteen Songs (16 tracce) alterna suadenti sonorità 4 Hero, azzardi etnici, disarticolazioni jazzy ed elettricità blues, quest’ultima previa la chitarra capace ma forse troppo auto-compiaciuta di Donnie Romano. (voto: 6.3/10 - web: www.claudioscolari.com). Chiudiamo col solipsismo autoriale di Gabriel Sternberg. Milanese, classe ’79, sforna un Silent Days denso ed etereo, fragile ma tenace, impressionista e trepidamente folk. Cartilagini di piano, chitarra, tastiere, voce. Found sounds urbani che diventano pastelli bucolici. Memorie impalpabili, minacciose come se covassero qualcosa che non sai mettere a fuoco, ma c’è. (voto: 6.6/10 - web: www.gabrielsternberg.com)

Note

Lunacy Box - Duel

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No seduction - No Seduction

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Casa - Casa

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The Night - S/T

  1. In The Night
  2. Ever
  3. Happiness Is Sad
  4. Sobeautiful
  5. Never
  6. Jumping (Smith / Tolhurst / Dempsey)

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Massimiliano Raffa - I (Didn't) Mean It

  1. It Sucks
  2. Money
  3. Close The Eyes
  4. One-Two-Three-Four
  5. I’m Happy
  6. Hatred Glance
  7. Trust Disease
  8. Get a Purge
  9. Just Waiting
  10. I would Say No
  11. Above
  12. Choking In The Air
  13. Worldside
  14. KissPackYouSee
  15. From Poet to Mountebank (Without Rancour)

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Marlowe - Mai Perdonati (febbraio 2006)

  1. Il Nudo E Il Castigo
  2. Senza Sangue
  3. Nell’ora Dell’odio
  4. Crowded Song
  5. Il Circolo Delle Quinte
  6. La terza Croce
  7. Fiocchi Di Neve
  8. Cento Di Queste Notti

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