Novembre 2005

Inauguriamo la rubrica con quattro lavori molto diversi tra loro. Si parte con Raven Sad, al secolo il toscano Samuele Santanna Boschelli. Suona la chitarra in non specificati gruppi progressive rock, ma - come egli stesso si premura di informarci – i suoi veri punti di riferimento sono altri: Nick Drake, Red House Painters, Jackson Browne. A sentire le tracce in scaletta di Raven Sad And Other Stories – in cui fa le veci di produttore, autore, chitarrista e cantante - direi più Sparklehorse e Robyn Hitchcock (come nell’incedere tra il marionettistico e l’allibito di Stars) con frequenti declinazioni Mojave 3, il cui sdrucciolare onirico è evidente in Movin’ Around e nel finale di Those Good Words. Organi e pianoforti, chitarre elettrificate o meno, valzer mesti e frusti, trasporti obliqui come talora gli Elbow (si ascolti Bartender), bucoliche digressioni folk/prog (a complicare la magia liquida di The Hell We Have), cupezze baldanzose circa Dire Straits (Try To Understand) e addirittura brumose collisioni spacey (Have No Time): l’insieme è un po’ malfermo, sembra quasi reclamare una produzione più robusta e consapevole, ma la scrittura è piuttosto ispirata, figlia evidente di una passione genuina. Peccato per la pronuncia inglese, un po’ legnosetta, che finisce col guastare il già non brillantissimo timbro vocale: perché non fare un pensierino all’italico idioma? Anyway , non merita meno di 6.5/10.
Sembrano invece a loro agio con l'inglese i Cherif Galal, progetto circa il quale ahinoi non ci è dato sapere molto. Per notizie più precise non resta che attendere che il loro sito esca dal desolante stato di “under construction”. Dunque considereremo omonimo questo disco, ma la verità è che un titolo non è stato ancora deciso, e in compenso non c'è neppure uno straccio di copertina con relative note. Se non altro le idee sonore sono chiare e vivide: un folk-pop bagnato di vapori sintetici eighties, nel solco di un’accomodante propensione melodica che gioca con certe crepuscolari suggestioni Psychedelic Furs/Tears For Fears, come appare chiaro in quella The Mirror che potrebbe essere un cocktail soffice e ombroso di The Ghost In You e Pale Shelter. Sette pezzi agili, a volte un po’ troppo ruffianelli (il romantic-AOR di My Universe, la falsariga Verve/Smiths della conclusiva Travelmind) ma sempre ben curati, sorretti da idee efficaci e quasi mai gratuite, come le iridescenze spaziali nella trepida I’m Thinking About U (For U) o quello stemperare l’empito A-Ha tra burle New Order in Fears ‘N Troubles. Ok, non è il genere che mi fa sobbalzare, però il fatto che una band ancora in fieri se ne esca con tante intuizioni e immediatezza da fare impallidire i primi Starsailor che mi vengono in mente, mi sembra evento considerevole. E meritevole di un ricco 7.0/10.

Chi invece non ci fa mancare credits e copertina (puntuali i primi, piacevolmente demoniaca l'altra) sono i Pater Nembrot, trio romagnolo dedito ad un blues rock acido e febbrile, capace di masticare sardoniche disanime à la Marta sui Tubi(i testi sono in italiano), strafottenza QOTSA e nevrosi Fu Manchu con brusca naturalezza. Sentiteli come negli otto pezzi che compongono questo Hombre Scarlatte masticano rumba infernale e trame stoner (accade in Bonsai, tra sfrigolamenti Hendrix e coretti fantasma), sentiteli scattare funk e garage nel boogie stecchito di Elettrica noia, sentiteli ripercorrere cimiteriali brume Black Sabbath, scorribande Motorhead e sabbiosità Kyuss nella conclusiva, ipertrofica Se un giorno è grigio il mondo. A tratti lo stereotipo l'inchioda, ma a riscattarli ci pensano l'asprezza beffarda, quella sottile vena parodistica e una laconicità che potrebbe insegnare qualcosa agli One Dimensional Man. Senza contare la disinvoltura con cui in Fastidi danzanti crogiolano torrida psichedelia, frenetici tribalismi e scellerati vortici sci-fi, o come quasi ovunque il canto faccia slalom tra amarezza e understatement, dimostrando ulteriormente quanto il frutto sia già bello maturo. Bravi, 7.2/10.

Con l'ultimo cd-r cambia drasticamente lo scenario, il panorama, l'atmosfera. Macbeth è un altro di poche parole. Di lui (lui?) non ci è dato sapere che lo pseudonimo, una mail stringata & pacata, l’impalpabile angoscia della copertina e - naturalmente - le canzoni di Con un brivido in seconda battuta. Canzoni? Sì, almeno per come si possano concepire alla luce di quel post-rock che, dopo l’iniziale tabula rasa, è tornato sul campo di battaglia a soccorrere i corpicini disastrati, inventandosi nuova tenerezza e nuove trepidazioni. Canzoni, certo, fragili e mute, in cerca di riscatto tra la decadenza e la poesia del quotidiano. Potremmo tirare un filo invisibile tra Early Days Miners e Giardini di Mirò e nel mezzo rintracciare le coordinate di queste architetture palpitanti. Che molto però devono anche all'esotismo nordico dei Mùm (le evanescenze, il piano elementare, l'incedere placido tra spazi vaporizzati di Piccole solitudini a colazione) e alla allure pop-soul di certi Lali Puna (i riverberi d'organo, di chitarrine e di elettroniche varie in Rester Ou Sortir?). Frammenti delicati, romanticismo angoscioso, sensi di perdita e strane elevazioni, sensi di vuoto che disseppelliscono addirittura i Songs: Ohia più scarni (in Quello strano silenzio dopo l'abbraccio) quando non i Floyd di Wellcome To The Machine (in La sequenza delle anime erranti). Prima che pensiate di avere già dato con questo genere di cose, sappiate che ne sono convinto anch’io, e che pure questo disco mi ha intrigato come una ragnatela di zucchero, misteriosamente amara. Da tenere d'occhio, soprattutto se saprà spostare l’obiettivo in maniera decisiva. Voto 7.1/10.