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On Connaït la chanson

Una rubrica dedicata alla nuova canzone francese a cura di Andreas Flevin
Quello in cui Keren Ann vive e si muove con sicurezza è un mondo che esiste all’insegna del mistero, del “tutto sconosciuto”, a cui ci si avvicina con lo stupore di chi ha per la prima volta una rivelazione: un cerchio di luce nel buio.
Foto: Keren Ann

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Un’introduzione a Keren Ann

di ©2005 Andreas Flevin

Keren Ann Zeidel nasce in Israele nel 1974 da una famiglia di origini miste; il padre è un ebreo russo, mentre la madre è per metà olandese e per metà javanese. Keren trascorre l'infanzia quasi interamente nei Paesi Bassi, finché all’età di undici anni si stabilisce a Parigi.

A sottolineare ulteriormente la varietà di culture e lingue in cui Keren è vissuta, ci sono i numerosi studi da lei intrapresi, tra cui la filosofia, l’oceanografia, l’informatica e la psicologia. Adolescente, sperimenta la scrittura di alcune canzoni, ma solo nel 1998 deciderà di dedicarsi a tempo pieno alla musica, fondando il suo primo gruppo, gli Shelby , con i quali incide un album intitolato l+l+l. Nello stesso periodo conosce l’ormai celebre autore Benjamin Biolay, con il quale inizia una costante collaborazione, dalla quale nascerà il primo album a nome Keren Ann, dal titolo La Biographie De Luka Philipsen (e non è un caso che anche il primo album di Biolay sia una biografia, quella di Rose Kennedy): una biografia inventata, quasi un pretesto per poter raccontare delle storie legate a un personaggio nel quale chiunque possa riconoscersi.

Il disco esce nell’aprile del 2000 e per l’occasione viene organizzata una prima tournèe, che vedrà Keren aprire, in qualche data, i concerti di Joe Cocker; una scelta bislacca, di cui conserverà un pessimo ricordo. Facendo da spalla a M, Anna Karina e Luz Casal inizia però a essere notata e applaudita dal grande pubblico, sino all’approdo al noto festival Les Inrockuptibles.

Tornando all’album, nonostante sia un esordio il disco è già un’esperienza matura, grazie anche alla scrittura degli arrangiamenti in gran parte a opera di Biolay, e diventa subito un evento. Inevitabile che qualcuno cerchi di rintracciare le varie fonti d'ispirazione: c'è chi dice l’intimità e la melanconia di Françoise Hardy, chi il pop-folk di Suzanne Vega, che all’epoca la Nostra ammirava particolarmente, al punto da chiamare “Luka” il personaggio della sua biografia, come il “Luka” del celebre brano della Vega. Ma, ricerca delle affinità a parte, l'album è accolto in maniera molto positiva sia dalla critica che dal pubblico. Se di una cosa il disco pecca, è nell'uso eccessivo di espedienti elettronici e di effettistica, che se all’epoca potevano suonare contemporanei, ascoltati ora risultano quanto mai polverosi.

Del resto, non è l'essere contemporanea la qualità che più si addice a un’autrice della sua statura, la cui produzione successiva sarà pervasa da uno spirito senza tempo e per questo classico. Molto orecchiabile e gradevole, con molti brani che potrebbero essere potenziali hit, La Biographie De Luka Philipsen è poco o nulla incisivo, fatta eccezione per la bellissima Jardin D’hiver, scritta con Biolay in origine per Henry Salvador e divenuta subito un successo internazionale. Degna di nota anche On Est Loin, che anticipa certe atmosfere tipiche delle successive produzioni.

Dopo aver aperto i concerti di Salvador, aver partecipato alla Victoire De La Musique e coronato finalmente il sogno di fare da spalla al suo idolo Suzanne Vega, Keren si mette al lavoro per incidere il secondo album, La Disparition, uscito nella primavera del 2002. Undici tracce creano un’opera omogenea e di una bellezza fuori dal comune, nella quale nessun brano è di troppo.

La voce è qui più singolarmente naturale, più viva e vibrante, tanto da dare l’impressione di averla a pochi centimetri di distanza, tanto carezzevole quanto fonte di grandi emozioni. I luoghi nascosti in ogni angolo del suo immaginario sono di tanto in tanto svelati come bellissime sorprese, e l’ascolto diventa un viaggio alla scoperta di paesaggi intimamente commoventi, tra sentieri labirintici alla ricerca del luogo ideale che non c’è e che Keren tenta - comunque - faticosamente di raggiungere.

Le dimensioni del vicino e del lontano sono qui azzerate e ricondotte a un'unica realtà, seppur immaginata; il senso del vivere è un sogno perpetuo in cui la propria presenza non appare ingombrante e limitativa. Essere presenti a se stessi significa abituarsi all’idea di non potersi disperdere nei luoghi e nelle cose, ed è proprio con questa rassegnazione che l’autrice proietta il suo ideale in un lontano “altrove”, la cui esistenza - chissà quando e dove - può suonare come un’amara consolazione. Non mancano, tra le canzoni, velature di ironia o una saltuaria leggerezza, ma sempre sottili e amare, con un loro rovescio della medaglia.

Questa ambiguità porta così a riconoscere un lato oscuro dietro ogni sorriso e ad accettare il ruolo di tramite tra le cose terrene e le astrazioni. Da queste intermittenti incursioni nella dimensione parallela del sogno (a occhi aperti) nasce quel bellissimo album che è La Disparition, un lavoro nitido e nebuloso al tempo stesso, che suona magnificamente maturo, come dettato dall’esperienza di un essere millenario, quindi sicuro di ogni sua scelta.

Foto: Keren Ann

L’anno successivo, il 2003, segna la separazione artistica dal compagno di viaggio Benjamin Biolay e l’incontro con un nuovo personaggio, che sarà incisivo sia in termini sentimentali, sia artistici: Bardi Johannsson, leader del gruppo islandese Bang Gang.

Le origini del loro incontro e della decisione di costruire un’opera insieme restano tuttora oscure, perfettamente in sintonia quindi con le sensazioni che il loro lavoro suscita. Con il nome di Lady & Bird, i due pubblicano l’album omonimo, che non sarà un grosso successo discografico, ma rappresenterà comunque una delle uscite più significative del 2003. Lady & Bird è un album più che riuscito, in termini sia di ricerca, sia di coerenza. Non è propriamente un concept, ma mantiene una dimensione sospesa e oscura che accomuna tutte le tracce, trasformandole in un’unica discesa verso le più remote e cupe pieghe dell’animo umano.

A differenza del precedente album, qui sono presenti forti influenze rock e folk soprattutto anni Settanta (tra l’altro il nome del duo è ispirato alla Ladybird di Lee Hazelwood e Nancy Sinatra e nell’album sono presenti la cover dei Velvet Underground Stephanie Says e il tema del film Mash di Robert Altman , Suicide Is Painless,), nonché certi spunti psichedelici che alimentano ulteriormente la sensazione di trovarsi in luoghi e tempi non precisabili. Si tratta di un viaggio nella memoria o, piuttosto, del tentativo di ridare memoria a qualcosa di scomparso, che tenta prepotentemente di affacciarsi ad una dimensione che non gli appartiene più.

Lady & Bird sono probabilmente due bambini, due esseri candidi e indifesi che si sono trovati per caso - o per errore - a vivere in due corpi/involucri di adulti. Si sono scoperti incapaci di relazionarsi con il presente, con le persone o, per meglio dire, con la vita. E’ un tema, questo, sempre presente nelle ispirazioni di Keren Ann. La molteplicità di culture e di esperienze, se da un lato non può che arricchire culturalmente e umanamente una persona, dall’altro induce a non riconoscersi più chiaramente in qualcosa, ossia a riconoscersi e sentirsi parte integrante di molteplici realtà, quindi di nessuna in particolare.

Il senso di sradicamento diventa al tempo stesso una liberazione e una gabbia, il motivo di un pellegrinaggio lungo una vita, alla ricerca di un posto dove tornare senza riuscire a trovarlo.

Ci si può disperdere nel mondo e appartenere a ogni angolo in esso contenuto, però quando cala la notte ed è ora di ritornare a casa, non sappiamo dove cercarla e per questo ci accontentiamo della provvisorietà, della sospensione a metà tra un passato negato e un futuro senza fondamenta, trascorrendo il tempo a immaginare la nostra vita.

Questa ambivalenza, per cui la libertà diventa una costrizione, questa continua aspirazione a un Altrove che resta sempre e comunque altro, è l’incipit da cui nasce il successivo album Not Going Anywhere, scritto interamente in inglese e pubblicato nello stesso anno per l’etichetta statunitense Blue Note.

L’aspetto più evidente di questo album (per scelte stilistiche del tutto riconducibile al precedente La Disparition) è una sorta di rievocazione di un passato non necessariamente lontano nel tempo, ma che si separa dal presente per affermarsi come tempo che è trascorso e non tornerà più: il tempo di un idillio - forse solo immaginato - per giustificare la delusione del presente e la sfiducia nel futuro. Spesso le canzoni non sono vere e proprie storie, ma il tentativo - per altro riuscitissimo - di trasferire in parole immagini che altrimenti non avrebbero corpo.

La voce di Keren è sempre flautata e usata con cognizione, mentre le melodie continuano a disegnare splendide vedute che portano sussulti e palpitazioni. I luoghi - ovunque e per questo irraggiungibili - sono spesso ambientazioni bucoliche, elementari. La natura è quanto di più vicino e simile a un’astrazione, ovvero quanto di più simbolicamente rappresentativo del complesso di emotività che caratterizza una persona. Si manifesta come quell'ambiente da cui l’uomo si è separato, costruendo gradualmente tutto ciò che ne ha determinato l’allontanamento. Sino al momento della riconciliazione, in cui si riconosce tutto ciò che è di troppo e si scopre che in fondo l’uomo non è altro che - ancora una volta - il rovescio della medaglia della natura.

Nel discorso di Keren Ann non c’è nulla di mistico e tanto meno new age, ma solo un tentativo sanamente panico di recuperare ciò che in lei è rimasto intatto: l’emozione. Anche quando in una canzone compaiono elementi urbani, questi sono privati della loro dimensione caotica e sociale. Le finestre dei palazzi si trasformano in punti di vista, attraverso i quali tentare di uscire dalla propria dimensione/gabbia privata, per definire un altro da sé con il quale relazionarsi e nel quale trovare un’ulteriore spiegazione alla propria condizione.

Foto: Keren Ann

Trasferitasi a New York, nel 2004 Keren incide il suo ultimo album Nolita (Capitol / Blue Note), dall’acronimo del quartiere in cui risiede (North Little Italy). Le atmosfere di questo disco si fanno, se possibile, ancora più rarefatte, la voce più fragile e diafana. Il senso di solitudine è estremo e sembra che per la prima volta lei stessa inizi a disperare nella possibilità di (ri)trovare quel tempo e quel luogo perduti che le causano tanta nostalgia.

Si fa invece avanti la consapevolezza di essere predestinati a un’attitudine melanconica, quella che la guida nelle proprie peregrinazioni e nelle proprie scelte; una condizione che rappresenta sia un dono che un’avversità, una fortuna e una condanna, come per tutti i poeti e gli artisti.

L’attesa è disarmante e si cerca di ovviarla rifugiandosi nell’amore, in bilico su una zattera persa in un oceano senza coordinate, oppressi dalla gravità del vivere ( Seguire l’onda amara/ Imparare a vivere a cielo coperto/Abituarsi a non avere più ripari/Ed averne l’aria).

Questa condizione di impotenza non è quindi avvertita come una causa esterna da cui si può fuggire, ma come parte integrante del proprio essere, qualcosa di imprescindibile con cui imparare a convivere, poiché forse è proprio questo il suo soffio vitale, e non c’è luogo dove ci si possa rifugiare per scappare da se stessi.

I sentimenti che aleggiano su queste composizioni diventano qualcosa di pericolosamente necessario, un amore idealizzato al punto da non riconoscerlo nemmeno quando finalmente diventa reale, tangibile, perché tutte le cose assolutamente belle e adorate non possono essere qui tra noi e tanto meno a portata di mano.

E’ straordinario come quasi l’intera produzione di Keren suoni come “classica” già dopo averla ascoltata una sola volta; le mescolanze di generi di cui ha fatto esperienza convivono in perfetta armonia, creando un’unica identità musicale fatta di cantautorato, jazz, folk, musica classica e talvolta qualche venatura alternative. In ugual misura le sue plurime identità l’hanno resa unica e irripetibile, nella libertà obbligata in cui si muove a testa alta, mirando al cielo, cercandolo e aspettandolo.

Dietro la bruma della sua musica si cela un animo chiaro ed etereo, misto a un senso di ineluttabilità, lì dove ogni gioia ha un suo lato oscuro. Per citare lo scrittore Michel Houellebecq, Keren Ann è riuscita a dare forma alla sofferenza, perché questa non deve essere uno scopo, ma solo un tramite, se non si vuole finire per esserne divorati.

DISCOGRAFIA

La Biographie De Luka Philipsen (EMI France, 2000)

La Disparition (EMI, 2002)

Lady & Bird (EMI France, 2003)

Not Going Anywhere (Capitol / Blue Note, 2003)

Nolita (Capitol / Blue Note, 2004)

Self Titled (Capitol, 2007)

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