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On Connaït la chanson

Una rubrica dedicata alla nuova canzone francese a cura di Andreas Flevin
Jean Louis Murat è allo stesso tempo un classico e un outsider della canzone francese, un trovadore del ventesimo secolo dotato di una costante e spiccata vena individualista, la cui ricerca da sempre si distingue per cambi di direzione, scelte fuori moda e nomadismi intellettuali.
Foto: Jean-Louis Murat

Se Mettre Aux Anges
Un’introduzione a Jean-Louis Murat

di ©2005 Andreas Flevin

Jean-Louis Murat non potrebbe rientare a pieno titolo in una rubrica sulla così detta nuova canzone francese, in primo luogo perchè è ormai considerato un classico (ha iniziato la sua carriera già verso la fine degli anni ’80), e in secondo luogo perché la sua produzione – eterogenea e poco coerente – non sempre corrisponde alla canonica definizione di “canzone”, anzi spesso nemmeno si riconosce nella tradizione francofona. Infatti non mi soffermerò su tutta l’opera, ma sulla sua produzione a partire dalla fine degli anni ’90, periodo a cui si può far risalire l’inizio di quella nuova ventata di autori identificati poi come i nuovi chansonniers francesi. Sono gli anni in cui Murat pubblica gli album Dolores e Mustango, quest’ultimo considerato un punto di rottura sia per i testi che per la musica, nonchè l’inizio di una prolifica attività che lo porterà ad essere riconosciuto artisticamente.

Jean-Louis Bergheaud, originario dell’Auvergne, nasce il 28 gennaio 1954. In seguito alla separazione dei suoi genitori, trascorre gran parte dell’infanzia a Murat-le-Quaire a casa dei nonni (è da questa località che prenderà il nome Murat, specificando sempre “Bergheaud, detto Murat”). Inizia presto a studiare vari strumenti e canto al conservatorio, senza però prendere una direzione stilistica precisa nelle sue prime prove compositive. Ancora molto giovane, si sposa e diventa padre. Decide a questo punto di lasciare tutto per poter viaggiare, prima in territorio francese e poi in Europa. Gli elementi che caratterizzano questo periodo della sua vita saranno sempre più influenti, con l’isolamento dell’abitare in campagna a plasmare il suo carattere ritroso ed introverso, ed il viaggio a connotare gran parte delle tematiche affrontate nei testi e a rappresentare l’origine di migrazioni stilistiche in un crescendo di maturità compositiva.

La tradizione della terra di origine di Murat è quella dei trovadori, a cui si possono ricondurre due elementi salienti nel suo approccio alla musica, ovvero la musica intesa come un contorno alle parole (sulle quali l’autore indugia con estrema cura) e l’idea che l’armonia debba risultare immediata all’ascolto. Un’eredità concettuale quindi, più che un ricalcare gli stili dell’epoca, come di fatto avviene nella musica popolare.

Nel 1977 Murat fa ritorno a casa dove fonda i Clara, subito notati dal – purtroppo – quasi dimenticato William Sheller, il quale offre al Murat solista l’opportunità di registrare il suo primo 45 giri nel 1981. Un disco che rimarrà nell’ombra a causa di uno stile davvero troppo lontano dai fermenti dell’epoca, caratterizzata da quel particolare passaggio dalla generazione punk a quella new wave. Murat all’epoca non produce nulla di simile e, rimanendo fermo sulle sue posizioni, lascia incorrere nella stessa sorte anche il suo primo album Passions privèes (1984). In definitiva non si può dire che il destino sia stato ingiustamente avverso, trattandosi di esperimenti non particolarmente felici e dal risultato decisamente monotono (fatta eccezione per pochi momenti), se non ancora banalmente kitsch. A tal proposito, però, bisogna precisare che un comune errore nel giudicare la musica di Murat è il volerla considerare una produzione coerente e magari con mire commerciali. Innanzi tutto è erroneo valutare i singoli album come se fossero slegati tra di loro, in questa maniera si perde di vista il fatto che nella sua globalità il lavoro di Murat acquista un significato (naturalmente è un giudizio che si può dare solo a posteriori, con il senno di poi). In secondo luogo, l’idea di autore (che sia di cinema, letteratura o musica) si riferisce all’opera nel suo complesso, intendendo questa come il frutto di una ricerca senza fine, impossibile da circoscrivere ad un unico lavoro. Murat di fatto non è un hit maker, perché è proprio lui a non volerlo. Non ha mai gravitato nei circuiti musicali più ufficiali, in Francia come in Europa, perché nelle sue melodie si trovano di rado facili progressioni armoniche, passaggi d’effetto e strizzate d’occhio varie. La sua musica risulta estremamente ascoltabile – sino a sfiorare anche il commerciale dozzinale –, ma attenta ad evitare sistematicamente elementi che possano renderla prevedibile.

In seguito ai primi insuccessi ed al suo carattere troppo introverso per poter essere lanciato come personaggio pubblico, l’etichetta scioglie il contratto, ma dopo tre anni di silenzio gli si presenta una nuova occasione con la Virgin, per la quale incide il singolo Si je devais manquer de toi, il primo grosso successo. A questo ne fanno seguito altri, anche grazie ad una maggiore familiarità dei media e del pubblico verso la sua semplicità, la sua coerenza, doti molto apprezzare ed abilmente messe in evidenza nel videoclip Regrèts, girato in duo con la cantante Myléne Farmer.

La sua fama si stabilizza ed è ormai considerato un punto fermo nella canzone francese. La sua feconda produzione (dal 1989 al 1994) procede tra alti e bassi. Fra i sette album pubblicati (in studio e live) vale la pena segnalare in particolare Murat en plein air del 1991.

L’album Dolorés (1996) è un progetto piuttosto ambizioso in cui Murat fonde le sue esperienze precedenti con i recenti ascolti di dub anglosassone, quali Portishead, Massive Attack . Il risultato è gradevole, ma non molto incisivo; anche in questo caso sono i testi il vero punto saldo dell’opera.

Nel 1999, in seguito ad un lungo periodo trascorso in giro negli Stati Uniti, soprattutto nel sud, Murat dà luce all’album che apre le porte ad una nuova e più convincente impronta compositiva: Mustango. Registrato tra Tucson e New York, il disco porta certamente il segno di quanto accade negli States in quel periodo in ambito Indie, primi su tutti i Calexico. La critica lo accoglie positivamente, dando così il via ad un nuovo periodo ricco di stimoli ed idee come non si era mai verificato prima. È infatti il turno di Madame Deshoulières, strepitosa diversione verso sonorità seicentesche affidate all’esperto compositore Daniel Meier. Al suo fianco Murat vuole l’attrice e cantante Isabelle Huppert, che dona al lavoro un carattere unico ed inconfondibile. Il progetto nasce dalla scoperta di un libro di poemi della poetessa francese Antoinette Dèshoulières (1638-1694), dal quale Murat attinge talvolta usando i testi nella loro forma originale, talvolta mescolandoli con soluzioni personali sempre molto misurate. Una produzione memorabile, a cui fa seguito incredibilmente uno dei suoi peggiori lavori: Le moujik et sa femme (2003) è un pop rock senza nessuna idea notevole (fatta eccezione per un paio di tracce, che risultano del tutto fuori contesto).

Nello stesso anno Murat cambia nuovamente direzione dando alle stampe Lilith, un doppio in cui mette alla prova le proprie doti di scrittore e di compositore, riuscendo in entrambi i casi. Registrato in soli quattro giorni, l’album è caratterizzato da una forte intimità e sincerità, qualità per altro sottolineate dall’utilizzo di strumenti acustici e archi (preferiti questa volta a chitarre elettriche, tastiere e batterie), in cui la media delle 23 tracce presenti è decisamente buona.

Nel 2004 esce A bird on a poire un titolo, come si direbbe in Francia, scritto in franglese (dalla fusione di francese e inglese) per sottolineare l’ascendenza di certa musica pop anni sessanta inglese. Il risultato sono dodici tracce gradevolissime, musicalmente risolte grazie alla collaborazione del vecchio amico e collega Fred Jimenez.

Il 2005 conferma l’estrema prolificità di Murat con l’uscita di ben due lavori, molto diversi tra loro: Moscou e 1829. Il primo suona un po’ come un album che fa il punto su quello che è il Murat più riconoscibile, quasi una summa dei suoi lavori precedenti, in cui si avvale della partecipazione di Carla Bruni e Camille. E palese sarà il debito che autori come Dominique A, Bertrand Bourgalat e Stephan Eicher avranno nei suoi confronti. 1829 si sofferma invece più su un’idea di canzone classica ed orecchiabile, vicina talvolta alla forma da cantastorie, anche se i testi sono recuperati dal repertorio del poeta francese Pierre-Jean de Bèranger, uno tra i più celebri autori a cavallo tra il 1700 e 1800. Non è nuovo Murat all’utilizzo di testi di autori d’epoca, interesse che risale ai tempi in cui non si era ancora definito come cantante e musicista. E’ infatti nella scrittura e nella letteratura che risiede la sua principale fonte di ispirazione, una letteratura spesso antica, arrivata sino a noi per testimoniare la propria continuità e persistenza al di là dei secoli e delle mode. Come lo stesso Murat.

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