Benjamin Biolay è tra i nuovi autori francesi forse il più completo in quanto a capacità compositiva, varietà di riferimenti, retroterra professionale, elasticità. Peccato che in Italia lo conoscano quasi solo per aver sposato Chiara Mastroianni. Ma adesso rimediamo.

Benjamin Biolay è uno dei pochi autori contemporanei francesi di cui si sappia qualcosa in Italia, e questo solo grazie a quelle armi a doppio taglio che sono le major, in questo caso la Virgin. Parlo di armi a doppio taglio in quanto se da un lato una major consente a un artista di poter essere conosciuto anche fuori dai Paesi che parlano la sua lingua, d’altro lato significa che se un artista non ha la fortuna di firmare per una major, rischia di restare per sempre di nicchia; e se la nicchia è l’intera Francia passi, ma quando si tratta del pub sotto casa, allora diventa un tantino deprimente. Adesso non voglio criticare il pubblico italiano accusandolo di conoscere certi importanti autori solo perché una major gli ha comodamente spedito in patria il cd, però un po’ meno di pigrizia quando si tratta di cultura non guasterebbe.
Fatto sta che di Biolay prima del contratto con la major in Italia non se n'era mai sentito parlare, e questo ancora non è nulla: la cosa più basente (coniato da me, da basire, basito) e ancor più divertente è che su di lui - a giudicare dai numerosi link in italiano in cui compare il suo nome - esistono poche informazioni. E sbagliate. Gran confusione su chi ha scritto cosa e per chi, sino all'ossessiva associazione del suo nome ad altri, grazie ai quali Biolay sarebbe ora conosciuto anche nella penisola italiana. Così risulta che un certo Biolay è il marito di Chiara Mastroianni e che quest’ultima ha fatto un cd con il marito. E ancora, Benjamin Biolay non è il poliedrico compositore più acclamato di Francia, ma il fratello di Coralie Clément, per tacere di altre astruse informazioni su collaborazioni mai verificatesi o che non sono andate proprio come descritto.
Insomma, una specie di telefono, anzi, di Internet senza fili in cui le informazioni scorrette si sommano alle odiose valutazioni di sufficienza del pubblico italiota abitualmente indirizzate a tutto ciò che è francese: si sprecano paralleli con un’accozzaglia di autori transalpini, praticamente tutti quelli sentiti nominare, e ancora abbondano conclusioni di articoli con "Eh, l’amour…" o peggio "Paris, Paris!", o ancora "Oui, c’est moi", sino a quel simpaticone che in un blog ha giudicato Biolay tout court “una faccia da culo”.
Benjamin Biolay è tra i nuovi autori francesi forse il più completo in quanto a capacità compositiva, varietà di riferimenti, retroterra professionale, elasticità. Molte qualità riscontrabili nei tre album pubblicati a suo nome sono il frutto di una lunga esperienza in veste di autore per altri grandi della musica francese; esperienze che hanno consentito a Biolay di confrontarsi con differenti atmosfere, diverse voci, adattare la propria creatività a distinti caratteri interpretativi e con svariate finalità.
Le esplorazioni dell’autore/compositore si estendono sino a toccare ambiti estranei alla canzone francese tradizionale, indugiando sull’indie-rock come sul brit-pop e sul folk americano. Non mancano naturalmente estrazioni lounge-bossanova (ormai tradizionalmente presenti nella musica francese già dai primi anni Sessanta), come sempre presenti sono il cantautorato non impegnato - o comunque non impegnato in maniera esplicita - e il bagaglio classico, che prepotentemente spicca specie negli arrangiamenti. In ultima istanza, Biolay sembra non disdegnare neppure il dub, che non di rado compare con i campioni di altre musiche (di altri tempi), inseriti con eleganza e intelligenza inseriti nelle sue canzoni.
La sua musica ispira tale molteplicità di riferimenti, suggerendo che vi sia un altrettanto diversificata maniera di ascoltarla; numerose sfaccettature che sommate formano un carattere, una linea, una personalità artistica. C’è dell’ironia nella musica di Biolay, a volte condita da un velato cinismo, ma questo non preclude a dolcezza e nostalgia di caratterizzare la medesima composizione. Nonostante la compresenza di riferimenti plurimi e plurime letture, resta sempre evidente la matrice personale del compositore, che rende la sua musica e i suoi testi un tutt’uno inscindibile da se stesso, lì dove non esiste soluzione di continuità tra l’uomo e la creazione, e senza dar luogo a contraddizioni stilistiche o a improbabili accostamenti che, al contrario, certi musicisti sperimentano nel patetico tentativo di creare nuovi linguaggi (sommandone di vecchi?).
Benjamin Biolay resta sempre in costante equilibrio sul filo delle sue composizioni, al centro di quell’universo chiaroscurale - in penombra - che è l’immaginario stesso della sua scrittura; e questo significa in primo luogo fidarsi delle proprie scelte, del proprio gusto musicale e delle proprie attitudini. Ne risultano composizioni mature, da autore navigato (nonostante la giovane età, poco più di trent'anni), da uno che con una sorta di spavalderia sa cosa fa e ci crede.
Certamente si tratta di un musicista/compositore con una notevole conoscenza della storia della musica e dei generi, e con un’attenzione particolare al panorama contemporaneo su scala extraeuropea. Non è legato alla tradizione, non si limita all’ascolto della musica francese (sia pure quella con la F maiuscola) e neppure è uno scimmiottatore di tendenze; abbiamo a che fare con un compositore enormemente creativo, che fa della propria musica un progetto senza confini, dotato di una contemporaneità tale da renderlo in una volta al passo con i tempi e classico (nell’accezione di “sempre attuale”).
C’è da dire che il suo trascorso da studente di conservatorio ha enormemente contribuito a che la sua scrittura procedesse con mestiere e ponderatezza, consentendogli certe sofisticazioni normalmente affidate ad arrangiatori professionisti. Biolay, a differenza di tanti altri chansonnier coetanei, si occupa non solo dei testi e della musica, ma anche degli arrangiamenti, ai quali lavora in maniera quasi maniacale, riuscendo tuttavia a non appesantire troppo il risultato finale. Unica (se così vogliamo chiamarla) pecca è forse l’eccessiva attenzione alla produzione, curata in prima persona: alcuni brani riescono quasi meglio dal vivo, vale a dire in circostanze nelle quali non vi sia troppo spazio per le artefazioni.
Nella costruzione dei pezzi, Biolay non bada a spese (bisogna dire che non ci bada neppure la major...), utilizzando un assortimento di strumenti fuori dal comune; troviamo così, talvolta simultaneamente nello stesso brano, chitarre acustiche ed elettriche, ensemble di archi e fiati, batteria acustica ed elettronica, campionamenti, synth, clavicembalo, theremin. A questa esuberanza va però associata una componente eclettica: i brani non sono concepiti interamente su un’unica idea, ma su raffinati cambiamenti armonici, sovrapposizioni e sottrazioni, sostituzioni di organici.
Interessante è poi notare come all’impeccabile scrittura musicale sia contrapposta una maniera di cantare quasi ingarbugliata, sottovoce, con sillabe finali praticamente mangiate o inglobate dalla musica sino a essere appena distinguibili. Inoltre non di rado il cantato sembra sempre in procinto di uscire dalla scala armonica della melodia, in particolare sui bassi più bassi, a cui Biolay non arriva (premettendo che la voce si muove comunque su ottave sotto), arrestandosi su note che non sono quelle volute. Tutto ciò, però, anziché produrre effetti sgradevoli, diventa il marchio distintivo della soggettività del compositore, nonché fonte di estremo fascino.

Benjamin Biolay (1973) proviene dalla zona di Lione, Francia. Sin da piccolo riceve un’educazione musicale soprattutto grazie al padre musicista. Iscritto al conservatorio, impara a suonare violino, basso tuba e trombone, abbandonando successivamente, in coincidenza con il passaggio dal trombone alla chitarra, la musica classica per il pop. Nel 1992 scrive la musica di qualche brano; bisognerà attendere il 1994 per le prime registrazioni, che non avranno una grande risonanza. Seguono altre esperienze, tra le quali va segnalata la presenza nei lionesi Affaire Louis Trio.
Come lui stesso racconta, grazie a un azzardo riesce a far ascoltare i propri brani a un produttore della Emi, con la quale firmerà il primo contratto per il 45 giri La revolution, seguito dal singolo Le jour viendra. Per quanto siano già evidenti le qualità di autore, il successo di pubblico (e di vendite) dovrà attendere.
Nel '99 inizia la collaborazione con la cantautrice Keren Ann, insieme alla quale scrive La biographie de Luka Philipsen. Con lei realizzerà anche il brano Jardin d’Hiver, pensato per Henri Salvador, che Keren Ann porterà al successo (del fondamentale apporto di Biolay al brano si parlerà soltanto tempo dopo). Nel frattempo, consci del suo talento, molti artisti lo convocano per lavorare ad arrangiamenti, orchestrazioni o scrivere per loro. Tra questi, da ricordare Isabelle Boulay, Ol, Hubert Mounier, Bambou (l’ultima compagna di Serge Gainsbourg).
É solo nel 2001 che Benjamin Biolay pubblica finalmente il primo album solista con la Virgin, intitolato Rose Kennedy.
L’opera è ispirata alla vita della celebre famiglia presidenziale, con particolare riguardo alla figura di Rose, moglie di Joseph e madre di Jfk. L’album, più che un diretto omaggio alla famiglia Kennedy, si avvale di quell’insieme di elementi forti della capacità di dar vita a un intreccio romanzesco. Le tematiche affrontate sono l’amore, la vita pubblica e privata, i viaggi, le idee, il destino, la Storia. L’album è popolato di fantasmi plasmati in melodie eteree, quasi una memoria lontana che riaffiora dalla mente di un sopravvissuto. A momenti di luce si contrappongono profonde gole di buio e vuoto, felicità interrotte dal dolore, il tutto guardato da lontano, con una sorta di distacco, l’autorità del tempo e una certa nostalgia. La musica di Biolay trova terreno fertile in certe tematiche ed episodi, essendo essa stessa connotata da una forte matrice “antica” e da un volto moderno. Il vecchio e il nuovo convivono qui pacificamente, dando vita a musiche e testi sempre molto coinvolgenti, di tanto in tanto visitati da piccole apparizioni di un’epoca trascorsa, talvolta invece impennando verso spazi più alti e aerei, come a voler sottolineare la perdita di quel coinvolgimento che provoca emozioni incontrollabili, divenendo invece piacevole riepilogo di un passato.
L’album si rivela un successo: Biolay è invitato a partecipare a importanti festival francofoni e ad aprire i concerti del celebre cantante Alain Souchon. Nel 2002 sposa l'attrice Chiara Mastroianni, figlia di Marcello. Nel 2003, dopo un considerevole numero di collaborazioni tra le quali spiccano quelle con Juliette Greco e Julian Clerc, Benjamin Biolay bissa il successo con il secondo album Negatif, un doppio edito ancora per la Virgin. La strategia non è molto dissimile da quella adottata nelle composizioni di Rose Kennedy, tuttavia il non essere legato a un concept apre nuove strade nell'invenzione musicale. I differenti momenti sonori convivono nella medesima opera, celebrando il pop più leggero o di matrice gainsbourghiana come la musica da camera contemporanea. I momenti più commoventi e penetranti sono toccati da “classici” come La penombre des Pays Bas, Chere inconnue e La vanitè. Il primo disco è tutto molto valido, a differenza della seconda parte, che può risultare di tanto in tanto un po' fiacca.
Dopo meno di un anno dall’uscita di Negatif, Biolay pubblica con la moglie Chiara l’album Home. Cantato in duo, recupera la folk-song più tradizionale con l’utilizzo del duetto in perfetto stile francese; non mancano momenti di profonda ispirazione di coppia. Il 2004, per finire, apre a Biolay le porte del cinema, facendogli firmare la colonna sonora del film di Arnaud Viard "Clara et moi", che dà il titolo all'ultimo disco. Chapeau…

Di Benjamin Biolay, da quando è apparso per la prima volta su questa rubrica, si è detto molto e ancora molto si sta dicendo. La sua fama ormai internazionale lo ha naturalmente costretto al confronto con molteplici culture musicali, nonchè con giudizi estremamente vari e contraddittori.
Non mancano poi le varie ipotesi di discendenza artistica e debiti musicali. C’è chi lo trova straordinario e chi invece lo giudica il classico (per non dire scontato) strimpellatore senza voce, che non esita a rubacchiare qui e là nella musica francese come in quella anglosassone.
Al di là di tutto ciò, Benjamin Biolay è un autore e un ricercatore. Il suo lavoro va ascoltato attentamente e nei dettagli e soprattutto andrebbe rivisto con il senno di poi, con la possibilità di riconsiderare la sua vastissima produzione come tanti pezzi di un’unica idea ed un’unica mente.
E’ partendo da questo approccio che A l’origine, il suo ultimo album, risulta con evidenza il prodotto di tutte le esperienze precedenti di compositore e produttore artistico. Biolay si è sempre dimostrato versatile ed elastico nell’avvicinarsi ai vari generi, atteggiamento spiegabile in quanto nella sua idea non è il genere, l’etichetta a fare la differenza tra una musica e l’altra, bensì il pensiero che vi è dietro. L’atteggiamento. Così è possibile che un certo umore o pensiero possa essere all’origine delle più svariate manifestazioni dello spirito e che possa fungere da comune denominatore a stili apparentemente molto diversi tra loro. In Biolay la musica come i testi sono sempre estremamente personali e A l’origine è un album profondamente personale, per quanto il tentativo sia quello di creare paesaggi e sensazioni nei quali far riconoscere l’ascoltatore, così come Biolay stesso vi si riconosce.
Le precedenti esperienze di Rose Kennedy e Negativ hanno dato modo a Biolay di tastare il terreno, di iniziare l’opera di ricostruzione di quel complesso e variegato edificio che è la sua vena artistica, fatta di tanti tasselli, tanti cassetti in ognuno dei quali si cela una canzone, un progetto, un arrangiamento. E’ per questo che il singolo lavoro di un autore non può in nessun modo essere esaustivo rispetto all’interezza del suo pensiero. La grandezza di Biolay in questo nuovo lavoro è la capacità di far convivere più ispirazioni e gusti, più epoche in un solo risultato senza essere minimamente forzato o contraddittorio; senza, infine, risultare simile a nessuno. In A l’origine tutto suona decisamente coerente ed autentico. E’ palese in tutta la scrittura dell’album, una decisione ed una sicurezza che negli altri album non mancavano, ma non erano tuttavia così evidenti. Qui Biolay prende totale possesso della propria voce, notoriamente sussurrante, utilizzandola anche in modi inediti, forzandola, raschiandola; così come nella musica non manca in quasi nessun brano l’azzardo di un suono, l’improvviso ingresso di strane voci di donne e bambini e chitarre elettriche molto effettate. In definitiva non manca mai l’idea che vi sia la volontà di rischiare, ma con la coscienza di sapere come e perché. Le basi elettroniche mischiate a strumenti ad arco, tastiere, riproduzioni in stile dub con arpeggi di chitarra classica, evidentemente non rappresentano un problema nell’ottica della coerenza stilistica. E’ persino presente un brano in levare di pura ispirazione ska, nel quale però, delle inquietanti diminuzioni in minore o il ritorno del leit motiv del brano che dà il titolo all’album, rendono il pezzo singolare al punto da non farlo più sembrare uno standard. Scavando più a fondo è certo che viene fuori un retroterra di cantautore ascrivibile alla tradizione francese, così come è palese l’infatuazione per l’indie anglosassone, il folk americano e gli studi classici; resta tuttavia sorprendente che la comunione di tutti questi spunti abbia dato vita ad un sound assolutamente personale, tanto da poterlo definire Biolayano. Non è forse questo un album d’amore al primo ascolto, come poteva esserlo Rose Kennedy, ma certamente è la miglior sintesi dei i suoi due primi album, nei quali le differenze tra eredità musicali ed i suoi ascolti erano invece identificabili singolarmente.
Con queste quattordici tracce che parlano di amore come della condizione dell’individuo nel mondo, di giorni normali e giorni straordinari, Benjamin Biolay ha sintetizzato il suo brevetto, il suo marchio di fabbrica grazie, naturalmente, alle molteplici esperienze con le quali si è confrontato anche in veste di produttore e non solo per se stesso (vedi Keren Ann, Coralie Clement, Françoise Hardy, etc.). E’ così che il materiale grezzo di una registrazione prende vita attraverso quel processo alchemico che è la così detta produzione: ovvero prendere dei suoni sporchi e trasformarli attraverso un’idea forte in sound, in espressione. Biolay in questo è diventato un mago, così come molti autori contemporanei francesi che negli ultimi anni prestano sempre più importanza alla lavorazione del suono.
Ascoltando A l’origine più volte si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un classico, a qualcosa che ci ha segnato e con il quale conviviamo da molto tempo.
L’origine di cui si parla è quella che ha segnato i nostri comportamenti e modi di pensare; è un’origine così perduta nel tempo che quasi stentiamo (o ci rifiutiamo) a riconoscerci in essa, persi nel tentativo di diventare ciò che siamo guardando al futuro. Benjamin Biolay, al contrario, come artista, sembra proprio che nell’Origine abbia (ri) trovato se stesso.