Boogaerts è un musicista nel senso di un genuino legame che già dagli esordi lo lega alla musica. Il suo modo di comporre e di pensare le armonie è del tutto spensierato, scevro da preoccupazioni sul risultato finale ed in questo risulta indicativamente prossimo ai suoi colleghi Dominique A e Mickey 3D.

Alla domanda “Come definiresti il genere di musica che fai?”, Mathieu Boogaerts risponde:
“Innanzitutto sono canzoni. Romantiche, malinconiche, ma con una specie di umorismo alla base. Sono canzoni calme… A ogni modo cerco di fare diversamente dagli altri artisti che conosco”.
Questa semplice, quanto efficace autodefinizione già sarebbe sufficiente a descrivere la sua produzione; resterebbe solo da ascoltare e giudicare…
Tuttavia vale la pena di soffermarsi su alcuni aspetti secondo i quali, se da un lato meritatamente possiamo annoverare Boogaerts nella rosa dei più validi autori contemporanei francesi, d’altro canto riesce difficile classificarlo nella cosiddetta “Nuova onda” transalpina.
Boogaerts è un musicista nel senso del genuino legame che dagli esordi lo lega alla musica. Il modo di comporre e di pensare le armonie è spensierato, del tutto scevro da preoccupazioni sul risultato finale, e in questo risulta indicativamente prossimo ai suoi colleghi Dominique A e Mickey 3D.
Quando il fare musica è un’attitudine innata, la composizione diventa meno ragionata, meno progettata, meno costruita a tavolino. Le idee nascono spontanee e le ascoltiamo come un breve refrain che ci è rimasto per caso in mente. Da lì parte il resto. Boogaerts non sembra preoccuparsi di quali effetti la sua musica debba sortire, limitandosi a un lavoro di semplice trascrizione, per così dire, direttamente dalla testa al multitraccia. Ne risultano una freschezza e una genuinità quasi disarmanti, un po’ come il disegno di un bambino che per capacità congenite riesca a cogliere sempre nel segno, soprattutto grazie all’aver lavorato senza il cruccio di dover dimostrare qualcosa a qualcuno.
Boogaerts è un viaggiatore, prima ancora che un musicista, e non solo nel senso di esplorazioni sonore e voli linguistici: questi sono una conseguenza. Mathieu viaggia tanto e davvero, soprattutto in aree geografiche e all’interno di culture lontane dall’industrializzazione e dal pensiero occidentale: fu proprio al ritorno da un viaggio durato sei mesi in Africa, nel 1995, che iniziò a pensare le prime composizioni. Da ogni viaggio ritorna con una grande quantità di souvenir che, assemblati tutti insieme, danno corpo a una musica sempre permeata di un’atmosfera näif; una musica che è un continuo peregrinare in salopette alla ricerca di un dove. Forse è proprio nello spostamento, nel rifiutare la stabilità, che va individuata la caratteristica principale del suo lavoro.
Non è casuale, quindi, data l’attitudine spiccatamente non occidentale, che il nome di Bob Marley figuri tra i suoi ascolti preferiti (il brano Je me detends è un adattamento di Boogaerts su musica di Marley). Ma nonostante abbia un’ascendenza musicale standardizzata e difficilmente reinventabile come il reggae, Boogaerts sembra indugiare ben poco su qualsivoglia cosa già sentita; il melange è talmente compatto da non consentire una vera e propria identificazione dei generi e dei gusti personali che sono alla base, lasciando invece il passo a un sound ritmato, minimale, molto armonico, leggero e penetrante al contempo.
Boogaerts dimostra così che non è affatto necessario lanciarsi in improbabili acrobazie sonore atonali e rumoriste per fare qualcosa di unico e originale (l’idea stessa di lavorare con questo obiettivo è di per sé fuorviante). Le buone idee nascono da una particolare sensibilità tutta personale che non si apprende e non si insegna. Lavorare con l’idea a priori di voler realizzare un prodotto unico nel suo genere dà necessariamente luogo a risultati artefatti, posticci e di nessun interesse. Seguire la propria vocazione, attitudine e istinto è l’unica via per creare opere uniche e disinteressate; alla fine avrà la meglio chi davvero quell’attitudine ce l’ha per natura.
L’appartenenza di Boogaerts a un retroterra europeo è in ogni caso palese: la musica francese degli anni Sessanta e Settanta ha il suo peso. E forse non è tanto un’eredità musicale, quanto un modo di vedere e vivere le cose che ha la funzione di un filtro attraverso il quale passano tutte le nuove acquisizioni: potremmo parlare di una tribalità intellettualizzata, di una presa di coscienza su cose che sono sempre esistite senza che nessuno vi facesse caso, la resa teorica di una musicalità di per sé concettualmente svincolata.
Il lavoro sui testi si sviluppa come quello sulla musica, sovente lasciando supporre un apporto linguistico posteriore all’invenzione sonora. O meglio, la parola ha qui una funzione sonora prima ancora che contenutistica: non vi sono veri e propri argomenti di cui Boogaerts scrive, trattandosi piuttosto di piccoli quadretti, immagini di vissuti non necessariamente rilevanti, ma sapientemente organizzati sia sul piano fonetico, sia per comune leggerezza con la musica.
Classe 1970, Boogaerts ha trascorso l’infanzia nella vicina periferia di Parigi.
Il primo strumento che incontra, all’età di dieci anni, è un piccolo organo. A tredici anni ha già formato il primo gruppo, in cui ricopre il ruolo di batterista, mentre inizia a farsi strada l’idea di fare il musicista a tutto tondo. A diciassette anni aggiunge all’organico il basso elettrico e solo un anno più tardi decide di lasciare la scuola per dedicarsi a tempo pieno alla musica, avendo come principali riferimenti i paladini Bob Marley e Dick Annegarn.
Il primo viaggio importante lo vede in Africa, in Kenya, dove inizia ad abbozzare qualche canzone, in particolare Ondulé, che al rientro a Parigi diventerà un videoclip realizzato grazie a un’idea funzionante e a Emilie Chédid. Nel video Boogaerts, reduce dal viaggio durato sei mesi, ha barba e capelli lunghi, che gli sono tagliati durante tutta la durata del brano, a un ritmo lento, quasi caraibico. Il video e il brano piacciono: Boogaerts ottiene il primo contratto con la Label Remark.
Segue il debutto discografico con l’album Super del 1996, che riscuote, soprattutto grazie al singolo Ondulé, un notevole quanto inatteso successo di pubblico e radiofonico, dandogli il via libera nei più importanti festival francofoni. L’album è tuttavia ancora troppo permeato di atmosfere riconoscibili, suggerendo l’idea che si tratti di un tributo ai suoi ascolti preferiti piuttosto che il frutto di una ricerca personale. Solo a un ascolto più attento emerge una certa intenzionalità nella composizione, mirata a creare qualcosa di differente.
Dopo numerosi concerti affrontati da solo con la chitarra, Boogaerts chiama accanto a sè un bassista e un batterista. Nel 1997 ha occasione di esibirsi dal vivo con uno dei suoi campioni, il franco-olandese Dick Annegarn, le loro voci e una chitarra.
Il 1998 è l’anno di J’en ai marre d’être deux per la Island, registrato in Svezia con la collaborazione di Tore Johanson, già ingegnere del suono per i Cardigans.
L’album, anche al cospetto dei successivi, risulta essere il più riuscito, variegato, originale.
Non tradendo le sue preferenze musicali. Boogaerts riesce tuttavia a distanziarsene creando una dimensione poetica che non somiglia a niente di già sentito. È etereo, raffinato, infantile, giocoso, dolce, ben dosato. L’utilizzo quasi artigianale della strumentazione lascia comunque spazio a minimi interventi elettronici, usati non con intellettualismo quanto piuttosto per mera semplificazione di certe basi.
La voce, ritmica e melodica, assume quasi una funzione strumentale, intrecciandosi agli accordi e alle scale eseguite ora da una chitarra, ora da un organo, ora da un piano elettrico.
Ben quattro anni più tardi, nel 2002, Boogaerts pubblica il terzo album, bizzarramente intitolato 2000 (Tôt ou tard/WEA). Nelle dodici tracce i toni si fanno più adulti, senza però rinunciare a quella freschezza che ha contraddistinto il suo lavoro sinora. Boogaerts risulta essere più introspettivo, più cantautore e meno musicista, in termini sia compositivi, sia poetici: i testi evocano le storie di una vita (talvolta immaginata) non proprio entro i limiti della consuetudine, mentre la musica ha un che di più ricercato all’origine, giungendo però alla versione definitiva nella maniera più scarna possibile, quasi avesse operato un processo a levare diversamente dal procedere per sovrapposizioni di J’en ai marre…
A ogni modo, un album nel complesso più che riuscito.