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On Connaït la chanson

Una rubrica dedicata alla nuova canzone francese a cura di Andreas Flevin
Thomas Fersen è uno dei personaggi più singolari nel panorama contemporaneo francese. Più che un imitatore è un imitato e a dispetto del suo apparente legame con la tradizione, le sue intuizioni ed invenzioni sono assolutamente contemporanee e riferite esclusivamente a se stesso.
Foto: Thomas Fersen

Moi Qui Me Croyais Un Saint...
Un’ introduzione a Thomas Fersen

di ©2004 Andreas Flevin

Thomas Fersen è uno dei personaggi più singolari nel panorama contemporaneo francese. Più che un imitatore è un imitato e a dispetto del suo apparente legame con la tradizione, le sue intuizioni ed invenzioni sono assolutamente contemporanee e riferite esclusivamente a se stesso. Sin dagli esordi, l’elemento che da subito viene recepito quale marchio distintivo dell’autore, sono i suoi testi, le sue parole. Si tratta in definitiva di racconti che gradualmente emergono da complessi intrecci linguistici, non di rado risultato di una comunione di suoni piuttosto che di un senso narrativo. O meglio si tratta di storie per così dire “condizionate dalla rima”. Questo è piuttosto tipico nella lingua francese quando è musicata ma nel caso di Fersen a determinarne l’originalità sono le scelte dei soggetti sui quali indugia. Il risultato è spesso ironico e delicatamente surreale; a tratti malinconico ed, eccezionalmente, serioso. Il suo universo è popolato di esseri buffi, saggi, solitari, traditori, affabili e di amori sfuggenti. C’è un costante movimento dal dentro verso il fuori e viceversa; dalla dimensione privata a quella urbana, dall’immaginazione alla realtà. Prima un continuo altalenarsi, dopo una completa fusione che dà luogo ad un insieme nel quale non è più possibile distinguere dove finisce la verità e dove inizia l’invenzione. Tra le sue parole, i titoli degli album e le copertine, compaiono un numero considerevole di figure animali. Dal primo album intitolato Le bal des oiseaux (il ballo degli uccelli) passando per la acrobatica Le chauve-souris (il pipistrello) sino alla copertina dell’ultimo album in cui posa con in mano una testa di maiale, quella degli animali è una costante da cui sembra non volersi distaccare.

Come lui stesso spiega, gli animali gli offrono la possibilità di disporre di un numero infinito di caratteri retorici, precostituiti. Così piuttosto che parlare di qualcuno o del suo carattere, fa riferimento all’animale che secondo l’idea popolare risponde a quel genere di soggetto. Dunque la bestia è qui assunto in quanto simbolo. Ho utilizzato il termine “popolare” perché è proprio questo elemento a venire evocato in quasi tutti i brani: si tratta di una concezione di popolare non tradizionale per definizione riferendosi piuttosto ad un tempo ed un luogo non ben precisati e che forse nel tempo si sono perduti, in una memoria che appartiene a tutti ma che non è di nessuno.

È il tempo storico della fiaba che tocca la memoria di ognuno senza essere mai stata davvero vissuta. Ciò che il cantautore ci induce a credere è che la Fiaba (con la f maiuscola intendendo così sottolineare che si tratta della fiaba delle fiabe, ovvero una sorta di storia parallela e fantastica lunga quanto tutta la storia dell’Uomo) sia sempre presente in tutto ciò che viviamo e sia con il nostro quotidiano permeabile e pronta a venir fuori in paesaggi che in un primo momento ci sembreranno inadeguati. Tuttavia ci accorgiamo che le favole sin ora tramandate, sono in effetti nate in un tempo che è stato anch’esso il presente per qualcuno; così non c’è da meravigliarsi se anche nel nostro presente si possa ambire ad inventare (e vivere) delle fiabe contemporanee. Allora la geografia del racconto non sarà più un castello nella foresta nera, ma un vecchio immobile nel quartiere di Pére La Chaise; i folletti popoleranno le metropolitane, gli animaletti della foresta ci parleranno nei grandi magazzini, la principessa amata sarà la commessa di una panetteria e il grillo parlante sarà felice di venire a bersi una birra con noi.
Il mondo ferseniano è un mondo scandito, come in una novella, in tempi che accompagnano gli eventi narrati. C’è un inizio, uno sviluppo ed una fine. Nonostante la progressione temporale è però da notare come in realtà la volontà dello chansonnier, la sua direzione, sia quella di creare una sorta di tempo sospeso, non necessariamente collocabile in un periodo o luogo, cosicché la storia possa essere adattata ed adatta a chiunque la ascolti. Al fine di destabilizzare l’ascoltatore e dissimulare l’attendibilità dei fatti, Fersen è incessantemente impegnato in pratiche di mistificazione della realtà, in manomissioni, alterazioni. La realtà, per un grande osservatore come lui, è innanzitutto la materia prima delle sue invenzioni, è lo spunto da cui partono una serie di divagazioni fantastiche che la reinterpretano. Ogni qual volta si inizia ad ascoltare interessati i suo racconti, essi appaiono spesso credibili per quanto l’insidia sia sempre in agguato. Siamo tratti in inganno dall’intendere nomi e luoghi facilmente verificabili e che sappiamo esistano ma che vengono di tanto in tanto miscelati con fantasie spesso surreali. I cenni autobiografici di Fersen passano attraverso la storia di persone su cui Fersen stesso fantastica risultandone delle altre storie che non sono quindi mai totalmente vere ma neanche totalmente immaginate, proprio come nelle storie tramandate dal folklore di cui si dice abbiano sempre un fondo di verità.
Il gusto per la parola, per il suo suono, per ciò che essa può trasmettere e rappresentare, porta l’autore a compiacersi del solo nominare le cose, metterle insieme e vedere che effetto riescono a sortire. Le parole sono sole e semplici, ma il loro potenziale è infinito. Gli oggetti nominati possono essere dadaisticamente reinventati, servire da strumento per creare e sviluppare un canovaccio in cui numerose sono le trasformazioni dei personaggi, anzi, la trasformazione è essa stessa un espediente per creare nuovi risvolti in una storia; è anche e non meno sintomo della volontà di adattarsi alle situazioni o ancora è la maniera con cui si viene premiati o puniti per ciò che si è fatto (il caso classico del rospo che diventa principe o i sei fratelli trasformati in cigni).
Nonostante l’apparente leggerezza delle sue tematiche (che qualche incauta ed ottusa frangia di retaggio sessantottino definirebbe “disimpegno politico”), le liriche dell’autore non sono mai ingenue e, tanto meno, frivole; piuttosto lo definirei come una felice combinazione di serio e faceto. Quello a cui si riferisce è un universo colto, letterario in cui la letteratura funge da strumento per trasmettere delle idee, dei sentimenti, delle fantasie senza mai sopravvalutare la parola in sé che altro non è se non un veicolo di emozioni.

Foto: Thomas Fersen

qualche cenno sulla musica…

Le musica di Fersen tradisce un’eredità folklorica (ritornando sull’aspetto “popolare” del suo lavoro) che è però piuttosto un miraggio; gli spunti presenti nella sua musica sono molteplici e non sempre – anzi raramente – coerenti tra loro per provenienza geografica o ascendenza storica. Così non di rado assistiamo a rivisitazioni della tradizione ungherese accompagnate da tipiche armonie parigine il tutto condito dal suo inseparabile ukulélé. O ancora a tempi presi in prestito dalla bossanova elegantemente puntellati di ricami barocchi per clavicembalo. Non mancano neanche il tango, il mambo e la musica zigana.

Il passato rock di Fersen è, anche quello, sempre in certo modo presente nelle sue composizioni che, al di là delle varie ispirazioni, sono comunque melodie che affascinano, che puntano sulla sensibilità dell’ascoltatore e sulla loro ripetibilità. La sua voce un po’ rauca ed inconfondibile (fa un po’ pensare ad una versione più educata e maschile di Carla Bruni) è il miglior strumento di narrazione per i suoi testi. Infatti Fersen è soprattutto un interprete – autore, compositore ed interprete – che riesce con disinvoltura a porre i giusti accenti sui nomi e sulle cose, inoltre creando spesso un intenso dialogo tra ciò che dice e ciò che la musica suona, riuscendo sorprendentemente a mantenere il brano in una forma nitida e puntuale.
Fersen è un compositore che con il tempo migliora (a differenza della musica, i testi sono già dall’inizio completi e maturi) e questo appare evidente ascoltando i suoi album in ordine cronologico: a partire dal primo (Le bal des oiseaux), purtroppo pervaso da una sgradevole atmosfera da piano bar che si affievolisce nel secondo (Les ronds de carotte dove per altro è presente una improbabile versione di Bella ciao) sino ad essere solo un triste ricordo nel terzo (Le jour du poisson). Il culmine lo raggiunge in quello che è a mio avviso intanto un album oggettivamente bello e, in secondo luogo, la sua opera più riuscita (Quattre). A questa segue l’altrettanto bello ma con non poi così tante novità come quelle annunciate, Pièce montée des grands jours in cui Fersen duetta con l’ormai scomparsa Marie Trintignant.

alcuni cenni biografici…

Originario del XXesimo arrondissement di Parigi (Père La Chaise), Thomas Fersen nasce il quattro gennaio del 1963 da un padre impiegato bancario e una mamma infermiera. Inizia verso i quindici anni ad interessarsi di musica prendendo lezioni di chitarra jazz. Si diploma in un liceo scientifico prima di assolvere il servizio militare.
Già verso i 16 anni, in pieno periodo punk, Fersen forma il suo primo gruppo, gli UU al quale seguono i Figure of Fun. Fersen parte per un viaggio più o meno lungo in America latina ed in seguito in Scandinavia dove inizierà a comporre le sue prime canzoni e dove prenderà definitivamente il nome di Thomas Fersen. Rientrato in Francia svolge alcuni lavori di nessuna rilevanza, si sposa e con la moglie pianista inizia a girare per locali facendo piano bar. È in una di queste occasioni che conosce il chitarrista Vincent Frèrebeau già attivo nell’etichetta Vogue. È proprio con questa che Fersen riesce ad incidere il suo primo vinile 45 giri che esce nel 1988 con il titolo Ton héros Jane a cui segue il secondo, due anni più tardi, intitolato Le peuple de la nuit.

I singoli non hanno alcuna risonanza e così Fersen torna a suonare nei piano bar iniziando ad accumulare un po’ di repertorio proprio. Nel 1990 lo stesso Frèrebeau diviene direttore della casa discografica WEA offrendo nel 1991 a Fersen la possibilità di firmare per il suo primo album 33 giri. Sarà però solo due anni dopo che l’album sarà licenziato dalla Label con il titolo Le bal des oiseaux con la copertina firmata dal fotografo Robert Doisneau. L’album diventa subito oggetto di interesse per la critica e per le radio. Fersen parte per la sua prima tournée alla quale seguirà l’invito a partecipare al festival des Francofolies prima in Francia e successivamente in Canada.

Segue il riconoscimento da parte delle Victoire de la Musique come rivelazione maschile dell’anno.

Nel 1995 esce il secondo album Les ronds de Carotte nuovamente ben accolto da pubblico e critica. La copertina questa volta, e per tutte le successive, è firmata da Jean-Baptiste Mondino, il fotografo che ha contributo a rendere noto l’immaginario di Thomas Fersen.
Seguono in un crescendo di riconoscimenti gli album: Le jour du poisson del 1996; Quattre del 1999 e un triplo Live in cui sono raccolti brani vari di tutti gli album sin ora pubblicati e per finire, nel 2003 Piece montée des grands jours.

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