Ad ascoltare Delerm si direbbe che tutto il suo lavoro sia malato di un’insanabile nostalgia; la nostalgia di un tempo che certamente non è appartenuto all’autore ma che egli fa rivivere (e rivive egli stesso) nel suo presente, consapevole del potere della poesia e, prima ancora, della possibilità di una vita poetica capace di rendere storica una piccola storia.

Figlio d’arte, Vincent Delerm, esordisce con un album omonimo.
Già dalla copertina il gioco si fa scoperto: un’immagine di Vincent bloccata su un frame durante lo scorrere di una pellicola. Cinematografica. Per quanto la musica di Delerm sia assolutamente aperta ad un pubblico di qualunque nazione, resta inequivocabile lo stretto legame con il cinema francese d’autore; fermo restando che quest’ultimo sia stato comunque d’esempio ad intere generazioni di registi di tutto il mondo.
ll giovanissimo Delerm con questo suo primo album uscito nel 2002 per la Tôt Ou Tard, si guadagna il primo premio come “miglior album rivelazione dell’anno” nelle classifiche francesi.
Aggiungiamo, meritatamente. Un successo di critica ma soprattutto di pubblico a giudicare dalle 270.000 copie vendute in meno di un anno.
È con il brano di aperura dell’album, Fanny Ardant et moi che Delerm si consacra agli ascoltatori: forte di un raffinato testo fatto di ironia, quotidianetà, genuini desideri e di un incalzante ritmo “New Orleans”, il brano colpisce nel segno guadagnandosi i primi posti nelle classifiche francesi. È la storia di una relazione domestica ormai collaudata con la nota attrice francese, o quanto meno con la fotografia di lei in bianco e nero che giace “posata sulla mensola tra un candelabro bianco dell’ikea ed una cartolina di Maria”.
Sono molteplici le qualità di questo talentuoso e giovanissimo chansonnier, che si possono facilemnete ravvisare nei suoi testi, nelle scelte degli arrangiamenti e in fine, ma non per ultima, nella sua particolarissima voce. Delerm non è un cantante nel senso scolastico del termine: non ha mai studiato canto e non ha mai avuto intenzione di farlo. Anche in questa scelta risiede la sua particolare concezione di musica e di parola applicata alla musica dalla cui fusione emergerebbe un messaggio rivolto direttamente ad ogni singolo ascoltatore. Si tratta in buona sostanza di una specie di dialogo confidenziale a due, quanto più schietto possibile, in cui Delerm si prodiga in confessioni che che emergono direttamente dal suo intimo e che nella loro onestà e sincerità, non hanno alcun bisogno di mediazioni che, se anzi ci fossero, sarebbero certamente deleterie.
È per questo che, superata una prima preoccupazione (forse più dei suoi produttori che sua) di non essere all’altezza di esecuzioni canore, la voce di Delerm, con tutte le sue imperfezioni, piccole stonature e fuori tema, risulta di gran lunga più bella e soggiogante di tante altre milioni di voci di cantanti d’accademia che non hanno nulla da comunicare a parte la loro virtù acquisita (che spesso si rivela anche fastidiosa). Complici nella riuscita della sua opera, gli arrangiamenti scritti a due mani con Cyrille Wambergue (o solo da quest’ultimo), capaci di catturare perfettamente lo spirito delle liriche Delermiane traducendole in musica (in concerto Delerm prediligerà comunque l’assetto piano-voce per una più diretta comunicazione con il pubblico) come nel caso del brano La vipère du Gabon dotato di un fascino tutto particolare, con un ritmo cadenzato, un po’ beffardo e come appartenente ad una non ben precisata epoca passata. È un episodio fatto di non detti durante l’incontro con una vecchia conoscenza allo zoo comunale: un disinteressato “Ah, bon” funge da espediente per non dire, per tergiversare su argomenti a cui si fa finta di essere interessati.
Quello di Delerm è un universo certamente non comune nel senso di popolare, o per meglio dire, non nel senso di “proletario”. Delerm, infatti, non ha proprio nulla di questa categoria trovandosi decisamente più a suo agio in ambienti borghesi, radical-chic, appannaggio di una certa sinistra colta e moderata, alto borghese e un po’ snob. Delerm certamente si riconosce in questo milieu sociale, ma allo stesso tempo lo supera con l’auto ironia e con un atteggiamento di snobismo nei confronti di tutto ciò che è intellettuale facendolo però egli stesso da intellettuale, ma con quella vena di superiorità che consente di non prendere sul serio gli altri, ma nemmeno se stessi.
E l’atteggiamento più snob ed intellettuale che Delerm adotta è il qualunquismo: lanciando pareri dozzinali, sarcastici e generalizzando un po’ su tutto. Lui minimizza e liquida in categorie un po’ ogni cosa che abbia delle pretese e a volte anche se non ne ha: dai genitori della sua fidanzata al teatro colto, a chi vuole condurre a tutti i costi una vita da alternativo sino ad arrivare persino ad alcune specie di uccelli dello zoo che sarebbbero “un po’ tutte uguali”… (è il caso delle tracce Catégorie Bukowski, Tes parents, Le monologue shakespearien e della storia di progetti finiti nel nulla di Charlotte Carrington)
Da suo padre Philippe, celebre scrittore, ha certamente ereditato quella sensibilità necessaria a far sì che la materia prima del quotidiano possa essere senza artefazioni riletta in chiave poetica. La lezione, di Rohmer e di Truffaut, in questo ha anche decisamente contribuito; ossia a fargli prendere coscienza dell’importanza delle piccole avventure della vita, che sono poi le avventure di molti e che fanno essere in qualche modo “eroici” senza dover necessariamente lanciarsi in imprese epiche.
Anche un incontro con un vecchio amico, o una storia d’amore nata per caso o ancora una visita ad una località disabitata d’inverno, sono avvenimenti memorabili. Certo memorabili per chi li vive, ma ancora una volta Delerm riesce a coinvolgere la sensibilità dell’ascoltatore toccando tali argomenti, seppur personali, con distacco, con un’ironia dolce-amara e una maniera di parlare di qualcosa ridendo e piangendo al contempo al punto da trasformare le sue situazioni in situazioni di tutti e la sua commozione per la semplicità della vita, in un sentimento comune. Esemplari in questo sono i brani Cosmopolitan, in duetto con Irène Jacob, Châtenay-malabry, Slalom Géant e L’heure du thé; quest'ultimo racconta di una visita ad un’amica nel pomeriggio per un thé insieme; un incontro che si evolve su discorsi colti, parlando ora di Gabriel Fauré, ora di Mozart e di Karin Redinger, seduti davanti ad un poster di Modigliani. Un incontro che in maniera del tutto inaspettata finisce con una delicata notte d’amore e poi una strana sensazione il mattino dopo, uscendo da casa di lei e tornando ad una città che della loro notte non sa niente.
Lontano dall’essere un artista dannato, un poeta maledetto, un bohemien del ventunesimo secolo, Vincent Delerm si limita a celebrare quei momenti che sono un “ideale” in chiunque sia dotato di sensibilità poetica nella vita prima ancora che nell’arte. Vero è che queste piccole circostanze, in fondo semplici ma tanto ambite, spesso nella realtà non si verificano, trovando invece nell’arte il luogo a loro più proprio e dove la fantasia ha il potere di decidere quale corso dare agli eventi.
Da questo piccolo (ma importante) gap deriva senz’altro la frustrazione di chi è portato ad idealizzare la propria vita senza però essere corrisposto nella realtà; e l’arte, in questo, ha sempre rappresentato la fuga più efficace e il miglior nascondiglio. Dalle canzoni di Delerm, per quanto non di rado ironiche e allegre nei ritmi, traspare un’amarezza di fondo, una tristezza irrisolta che guida l’uomo Delerm, o chiunque si identifichi con la sua musica, in un viaggio a piedi, in treno, in metrò, a spasso nei parchi pubblici o a trovare qualche amico, alla ricerca di una soluzione; di qualcosa che possa far affermare di essere finalmente arrivati, rendendosi subito dopo conto che sinchè si vive, il viaggio non è finito e che in fondo, forse, non si ha neanche tanto voglia di arrivare.
Una poetica fatta di immagini, dicevamo: un film, anzi tanti piccoli film messi in musica. Film che attraversano gli anni, i luoghi, i sentimenti ed in questo non difficilmente viene da pensare a tutta la “saga” di Antoine Doinel, leit-motiv di numerosi film di Truffaut o all’epoca d’oro del cinema di Lelouch; peraltro espressamente citato in Deauville sans Trintignant dove è la voce stessa dell’attore campionata dal film Un homme et une femme a fare da commento alla musica che procede come una passeggiata sotto un cielo invernale.
Ad ascoltare Delerm si direbbe che tutto il suo lavoro sia malato di un’insanabile nostalgia; la nostalgia di un tempo che certamente non è appartenuto all’autore ma che egli fa rivivere (e rivive egli stesso) nel suo presente, consapevole del potere della poesia e, prima ancora, della possibilità di una vita poetica capace di rendere storica una piccola storia. Ovvero trasformare l’histoire in Histoire laddove, nella piccola differenza di un’acca, si annida un desiderio poetico.
Discografia