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On Connaït la chanson

Una rubrica dedicata alla nuova canzone francese a cura di Andreas Flevin
Quella dei Superflu è una perfetta simbiosi tra i testi e la musica dal cui incontro nascono storie dal gusto spiccatamente cinematografico, un tratto comune di molti autori
Foto: Sonia dei Superflu

Regarde-nous Vingt-cinq ans…
Un’ introduzione ai Superflu

di ©2004 Andreas Flevin

Apriamo questo primo numero di On connaït la chanson con un articolo dedicato ai Superflu, gruppo formatosi a Lille nel 1994 e poi trasferitosi a Parigi nel 1996, data in cui la band conta al suo organico cinque elementi. Quattro anni più tardi, in occasione della registrazione del loro secondo album “Tchin tchin” entra a far parte della band il batterista Michaël. Da questo momento in poi la formazione resterà invariata: Nicolas (voce, chitarra, piano), Sebastien (chitarra, piano, batteria e cori), Sonia (voce, piano, percussioni), Gilles (violino, fisarmonica, glockenspiel), Michael (batteria, chitarra, piano), Gauthier (basso, batteria).
Il primo dei loro due album, “Et puis après on verra bien” pubblicato per l’etichetta indipendente Le Village Vert (1998), mostra come i Superflu siano già pienamente coscienti di quale sia la loro strada. Questo anche grazie alla non breve gavetta di Nicolas, voce del gruppo, costellata da molteplici registrazioni in casa, piccole auto produzioni e ai quattro anni trascorsi con il gruppo prima di incidere il loro primo album ufficiale. Chi si trovasse di fronte ad un brano qualunque di questo meraviglioso album, non potrebbe avere dubbi su quali siano le atmosfere che esso evoca e per far questo (magia dell’arte) non c’è assolutamente bisogno di capirne i testi o essere al corrente del background del gruppo. Ciò che colpisce nelle composizioni è un innato talento per la melodia e una capacità di sintesi che fa di ogni brano un piccolo gioiello di raffinatezza. Gli strumenti più presenti sono per lo più acustici senza però disdegnare di tanto in tanto qualche piccolo inserto elettronico. I brani sono costruiti su linee melodiche sempre ben dosate alle quali si accompagna la voce intima di Nicolas spesso in duo con la vocalist Sonia. Ad ascoltarli, in conformità ad un preconcetto largamente diffuso, si direbbe che i Superflu siano “tipicamente francesi”, ma per ribattere a questo basta dire che la critica francese li trova alquanto “americani”. Il mio parere è che il sentimento che emerge ogni volta dalla loro musica parla chiaro a chi che sia, e questo fa di loro un gruppo internazionale. Una lode anche ai bellissimi testi, sempre opera di Nicolas, che riescono in frasi semplici e giustapposte ad essere poetici senza essere banali pur trattando argomenti di ordine comune quali le relazioni sentimentali, la vita di tutti i giorni, le aspettative per il futuro.
Quella che si crea è una perfetta simbiosi tra i testi e la musica dal cui incontro nascono storie dal gusto spiccatamente cinematografico, tratto comune, come vedremo, di molti autori francesi. Ciò che fa della canzone francese contemporanea un prodotto sempre equilibrato a metà tra il razionale ed il sentimentale e tra il malinconico e l’ironico, è l’esigenza di cercare nella propria dimensione personale/quotidiana un motivo di ispirazione; ed il vivere quotidiano è, infatti, a volte doloroso pur riservando piccole e apparentemente insignificanti sorprese che fanno sorridere e ti fanno pensare che infondo non è poi così male. Il titolo ottimistico o piuttosto non troppo serioso del loro album la dice lunga in proposito: “Et puis apres on verra bien” (poi si vedrà) indica proprio un certo atteggiamento rispetto alle proprie ambizioni soprattutto se riferite alla giovane età in cui sono vissute (all’epoca dell’album i componenti della band avevano una media di 25 anni). Le loro canzoni sono una colonna sonora per i giorni: quelli normali, quelli ispirati, quelli annoiati, quelli faticosi. Sono anche un ritratto delicato, e al contempo disincantato di una piccola grande vita che chiunque può trovarsi a vivere a patto che in essa si sia capaci di individuare la poesia anche dove non si vede.
Quest’album praticamente introvabile in Italia e ormai difficile anche in Francia, rappresenta per la band più che una tappa, un lavoro finito in cui sono già perfettamente rintracciabili poetica, immaginario, intenzioni, gusto. E di gusto ne hanno da vendere.
Trascorrono due anni e sette dischi tra singoli, maxi singoli e raccolte per lo più con titoli già inseriti nel loro primo album e con qualche anticipazione del secondo, che vedrà la luce nell’ottobre 2000 con una track list di ben tredici titoli.
Se il primo album con molta probabilità piace già al primo ascolto, il secondo, “Tchin -Tchin”, va ascoltato qualche volta in più prima di iniziare ad apprezzarlo; sarà perché la semplicità (mai facile) del primo album è qui sostituita da una ricerca più tecnica degli arrangiamenti; sarà perché (ahimè) iniziano già a citarsi addosso, questo album è meno empatico di “Et puis apres…” e per apprezzarlo bisogna farlo più con la testa che con l’emozione: cosa che stona in un progetto che è proprio alle emozioni che mira. E’ un po’ come se usciti dal sogno, avessero cercato di rifarlo da svegli. Loro però ne vanno molto fieri e le opinioni dei fans qui si dividono. Ascoltare per giudicare.
Ad ogni modo al quarto o quinto ascolto i Superflu di “tchin-tchin”, perfettamente riconoscibili nel loro stile, si riconfermano come una band dalle rare capacità melodiche e prodiges (non tanto più enfants) nella costruzione della forma canzone, pratica tutt’altro che semplice.
In fine una piccola parentesi dedicata ai loro video dove lo spirito della musica è perfettamente traslato in immagine che, come dicevamo prima, è l’immagine di un possibile film (d’autore) e non la solita magra esibizione del gruppo in stile MTV. Questo grazie al coraggio di uscire dalle stupide ed improduttive logiche a cui la quasi totalità dei video clip resi pubblici è soggetta. E grazie alle qualità artistiche dei registi ai quali hanno affidato il compito di tradurre in video (spesso girati in pellicola) le loro canzoni fatte di semplicità, di spessore e, ancora una volta, di buon gusto.

Discografia

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