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On Connaït la chanson

Una rubrica dedicata alla nuova canzone francese a cura di Andrea Flevin
...la musica inglese è divisa per generi; quella francese o italiana o tedesca che sia, sono identificate loro stesse come genere non tenendo sprovvedutamente conto delle molteplicità di generi e linguaggi coesistenti in quella che loro chiamano, ad esempio, musica italiana.
Immagine: Superflu

La nuova canzone francese

di ©2004 Andrea Flevin

Entrando in un qualsiasi negozio di musica salta subito agli occhi la distinzione per generi, cosa che tecnicamente torna molto utile nella ricerca di titoli che sarebbero altrimenti introvabili . Esiste il pop, il rock, l’elettronica, il jazz, la musica contemporanea, la classica. Una cosa che però davvero non si capisce e che non riesco a mandar giù, è il perché quando si dice musica pop-rock, implicitamente si intenda “musica inglese”; ovvero musica cantata in inglese (se è americana va bene uguale).

La musica è quella inglese, ma non si scrive, mentre al contrario gli altri sono “musica francese”, “musica italiana” e così via. Il problema in sostanza sta nel fatto che la musica inglese è divisa per generi; quella francese o italiana o tedesca che sia, sono identificate loro stesse come genere non tenendo sprovvedutamente conto delle molteplicità di generi e linguaggi coesistenti in quella che loro chiamano, ad esempio, musica italiana.

Cosa centrerà mai Gigi d’Alessio con Battiato? E Tony Esposito con De Andrè? E Laura Pausini con Morandi?…ok ho sbagliato esempio…E Alizée con Aznavour? Io dico assolutamente nulla; le etichette dicono che in comune hanno di provenire dalla stessa nazione che non è anglofona e che per questo la devono pagare cara. Una generalizzazione di questo tipo inevitabilmente porta a provincializzare i prodotti e a dare per scontato che al di fuori di un contesto nazionale questi non avrebbero vita lunga. L’abitudine e le consuetudini di norma diventano vere e proprie spade di Damocle all’interno delle culture e le loro radici non sono affatto facili ad estirpare. Uno dei peggiori crimini che si possano commettere nei confronti della musica, è quello di inserirla in un genere nazionale. Questa scelta assume poi valore di condanna nella misura in cui l’etichetta che le viene attribuita diventa sempre più ingombrante sino ad annientare musica e autore per infine prenderne il posto.

Questo è quanto è accaduto ed ancora accade ad innumerevoli autori letteralmente schiacciati dal peso di un’attribuzione di genere che neanche volevano. E questo è anche il motivo per cui in Italia, autori del calibro di De Andrè, Battisti, Battiato – solo per dirne alcuni – minimizzati nella loro etichetta di “cantanti italiani” sono stati letteralmente spazzati via dal loro presunto genere trovandosi così sbarrata la strada per una carriera internazionale. Ora, bene inteso, io non ho nulla contro gli etichettamenti ma solo se questi sono riferiti a chi davvero, e volutamente, intraprende un percorso spiccatamente nazionale o persino regionale. Questo però non è il caso dei suddetti artisti italiani i quali nulla hanno mai avuto da invidiare ai più noti interpreti della canzone internazionale davanti ai quali reggono egregiamente il confronto quando non abbiano persino qualcosa da insegnargli.

Ora, cosa avranno mai di così inesportabile? Perché anziché eleggerli già dai tempi dei loro esordi a maestri di un certo fare musica e scrivere testi, si è scelto di confinarli ad una seppur gloriosa carriera nazionale? Quando questo accade, di chi è la colpa? Il problema sta in uno strapotere della lingua anglofona e prima ancora in quello economico che il mondo anglofono detiene. Come è sempre accaduto ogni cultura in vantaggio rispetto ad un’altra in termini di potere, si impone alla più debole radicandosi in essa. E’ facile comprendere come questo possa essere accaduto , ad esempio, per i francesi in nord Africa o per gli inglesi in Sud Africa…Meno facile è ammettere che esista una dittatura che gli Stati Uniti e l’Inghilterra esercitano su tutte le realtà “minori” europee. Questo i produttori di musica e i distributori, lo sanno benissimo e non hanno alcun interesse a creare problemi a chi potrebbe distruggerli con uno schiocco di dita. E gli artisti ne pagano le conseguenze. Allo stesso tempo possiamo anche serenamente riconoscere all’Inghilterra di essersi a ragione affermata sul piano della musica per innegabili qualità, innovatività, inventiva producendo esempi di generi, arrivati sempre con ritardi di qualche anno, anche in Italia, Francia, Germania e nella gran parte dei paesi dell’est europeo.

Ora se questo vale per l’Inghilterra - e ci va benissimo - noi vorremmo che lo stesso valesse per tutte le altre produzioni artistiche di qual si voglia provenienza qualora queste avessero qualcosa da dire ed insegnare all’intero panorama artistico mondiale (cosa che se pur di rado e in ambiti della musica molto diversi, è anche capitato ad artisti come Gainsbourg, Conte, Pavarotti vabbè, ai Neubaten etc). Perché la cultura e l’arte, in quanto tali, non possono essere provinciali; e se lo sono per scelta o per mancanza di capacità artistiche ed intellettuali (vedi D’Alessio, Ramazzotti, la Pausini, Ligabue, la cantante dei 99 Posse) allora diciamo che è folklore che fortunatamente resta ben nascosto tra le vergogne nazionali. Ma qui viene il punto, ovvero il danno dopo la beffa: quelle appena citate come vergogne nazionali (anzi, nazional/popolari) per dei misteriosi quanto perversi meccanismi commerciali sono, guarda un po’, gli unici ad essere esportati (!) contribuendo a diffamare l’intera cultura di un paese. E non venite a dirmi che il pubblico è questo che vuole!

E se lo vuole se lo tenga ma è un sacrosanto dovere di chi diffonde cultura far sapere che non sono tutti dei Ramazzotti o degli Zucchero i cantanti. Fortunatamente la situazione francese e tedesca è decisamente più incoraggiante di quella italiana e spagnola: la Francia ha sempre esportato la canzoncina pop stupidina (rigorosamente cantata dalla jolie fille dell’ultim’ora), ma senza mai trascurare quelle produzioni che sono si popolari, o meglio tradizionali, ma di una qualità che decisamente manca ai tradizionali italiani, fatte solo pochissime eccezioni. La chanson française è ricordata per la Piaf, per Trenet, per Brel (anche se era belga) e così via ma questa è ormai solo storia. La Germania si è per fortuna risparmiata di diffondere i prodotti tipici nazionali, la Spagna no, l’Italia è conosciuta, non avendo avuto di meglio, per quell’onda di cantanti dalle voci super dotate che senza alcuna vergogna intonavano canzoni dedicate alla mamma, al mare di Sorrento e fatti in casa di ogni specie. Tornando a prima, se dunque il peggio riesce a eludere le dogane, vuole anche significare che non è impossibile tecnicamente diffondere anche al di fuori dei propri confini geografici della musica di qualità; è solo che si sceglie di esportare certi ignobili figuri (che io farei uscire dal territorio nazionale solo per l’esilio a vita) davvero folcloristici, piuttosto che riconoscere quello spessore artistico internazionale che contraddistingue numerosi autori in ogni nazione e che ne consentirebbe senza alcun dubbio una diffusione a livello mondiale. Come direbbe a questo punto Moretti, “ve lo meritate Alberto Sordi…

Non avendo alcuna intenzione di assecondare questi meccanismi tesi a minare la credibilità culturale di ogni nazione, e non augurando a nessun artista di essere relegato ad essere “francese” o “italiano” o “ungherese”, così da non poter essere apprezzato e riconosciuto che in patria, ho deciso di dedicare questa rubrica alla così detta “nuova canzone francese”, tenendo conto però anche di quei fenomeni più o meno contemporanei ad essa correlati. L’intenzione è quella di creare un ponte con una situazione musicale al momento in gran fermento e che merita davvero dell’attenzione per aver dato vita ad autori che farebbero gola al pubblico di qualunque teatro ma che purtroppo vedono le loro tournée (distribuzione di cd compresa) limitate ai confini francesi eccetto rare incursioni in Belgio (quello francofono, s’intende!) e in svizzera (…quella francese…).

Autori che affondano le loro radici nella tradizione come nell’alto cantautoriato e nel pop degli anni ’70, avendo fonti ispiratrici che iniziano con Brel e Salvador, passando per Brassens e Ferrè sino a Gainsbourg, Souchon e Renaud. Come vedete non manca la varietà e nemmeno la qualità. Alla FNAC di Parigi accortisi del valore artistico e commerciale di questo fenomeno, gli hanno dedicato un intero settore con tanto di pubblicazione di cd-raccolta che fa il punto sul fenomeno e sui suoi più rappresentativi interpreti. Vero è che per l’ennesima volta ci troviamo davanti ad un tentativo di etichettamento ad opera della Francia stessa nei confronti di artisti francesi che per l’occasione sono stati divisi in “musica francese” e “nuova musica francese”, ma ci sembra già qualcosa. Vero è anche che in questo modo si corre il rischio, e più che di rischio parlerei ormai di realtà, di fare un po’ di confusione su quale sia il senso della “nuova canzone francese” che per il momento vede coinvolti indistintamente Carla Bruni come Vincent Delerm; ma anche qui i nodi verranno al pettine.

Anche vero che tra le scelte fatte dai chi cura e promuove la musica francese, ci sono a mio avviso alcuni illustri assenti e a questo ci pensiamo noi… Il proposito di questo spazio è dunque di fare il punto su tutto quel validissimo panorama francese (non solo degli ultimissimi anni) vicino alla forma canzone comprendendo in questa realtà sia i singoli autori che le formazioni, scegliendo tra loro quelli che a mio avviso avrebbero pieno diritto di essere considerati artisti internazionali validi tanto in Francia quanto in Oceania ma che per il momento devono accontentarsi delle loro piccole glorie locali.

Nell’augurio che accada sempre più di rado di sprecare l’intera vita artistica di un musicista limitando le sue qualità ad una mera questione linguistica, e nell’augurio che questa iniziativa venga copiosamente imitata in tutta Europa (per il momento ci accontentiamo di questo), vi auguro una buona lettura.