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A night at the Opera

Una Norma cantata sottovoce

Foto: Rocco Casaluci

di Daniele Follero
A causa di un’indisposizione, che ha costretto il soprano Daniela Dessì ad interpretare a mezza voce un ruolo già di per sé non del tutto consono al suo stile, la replica del 7 maggio dell’opera di Bellini al Comunale di Bologna ha mostrato una Norma monca, privata del suo perno principale. Un vero peccato considerato il bell’allestimento costruito sulle famose scene disegnate da Mario Schifano per il Petruzzelli di Bari e con esso andate in fiamme.

Norma di Vincenzo Bellini – Teatro Comunale di Bologna (29 aprile – 9 maggio 2008)

Norma, tragedia lirica in due atti di Felice Romani, musica di Vincenzo Bellini. Regia: Federico Tiezzi. Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna, direttore Roberto Polastri.

Il tempo, si sa, seppur relativo, ha i suoi codici, per i quali lo stesso minutaggio cronometrico non ha sempre lo stesso valore. Come, infatti, in ambito universitario, il “quarto d’ora accademico” rappresenta una soglia di tolleranza condivisa per l’attesa, lo stesso tempo è intollerabile in altre istituzioni educative come la scuola, dove quindici minuti di ritardo, se non appropriatamente giustificati, possono essere causa di richiamo formale per il ritardatario. Anche nel mondo dello spettacolo il tempo mantiene la sua relatività rispetto ai tempi d’attesa. Cosicché, mentre in un concerto rock l’attesa spesso diventa funzionale all’aumento della tensione e utile a creare un ambiente “caldo”, a creare aspettativa, non allo stesso modo viene percepito in un teatro d’opera, dove una manciata di minuti si trasformano in una attesa sospettosa e nervosa. E’ per questo che non pochi, tra il pubblico che ha assistito alla replica del 7 maggio della Norma di Bellini al Comunale, si saranno chiesti il motivo di ben venti minuti di ritardo prima dell’inizio. Cosa sarà successo? Uno sciopero “selvaggio”? Qualcuno si aspetta un annuncio. Nulla. Solo dopo una mezz’oretta, quando l’attesissima Daniela Dessì ha attaccato il canto della celebre aria Casta Diva, i più avvezzi alla lirica avranno avuto sentore di ciò che stava succedendo: la voce della Dessì, fioca, sforzata, soffocata, era solo l’ombra delle reali potenzialità vocali del soprano. Sospetti confermati verso la fine del primo atto, quando, a sipario chiuso, la voce fuori campo ha annunciato l’indisposizione della cantante, che ha comunque deciso coraggiosamente di non dare forfait. Il pubblico, manco a dirlo, ha apprezzato l’audacia ricambiandola con la fiducia.

Foto: Rocco Casaluci

Ma che peccato! Che peccato non poter apprezzare appieno le famose doti dell’ugola d’oro della Dessì, soprattutto nella meravigliosa cornice dell’allestimento in questione. Un allestimento che riprendeva quello del Petruzzelli di Bari del 1991, con le scene disegnate da Mario Schifano, in questa occasione riprodotte a partire dagli originali, alcuni dei quali purtroppo irrimediabilmente persi tra le fiamme che bruciarono il teatro barese tra il 26 e il 27 ottobre di quello stesso anno. Disegni minimali, figure semplici contornate dal tipico tratto dell’artista. Tante variazioni sul tema raffiguranti un albero e la luna, due oggetti cardine attraverso i quali si sviluppa la storia di Norma. L’albero, simbolo del bosco, luogo rituale, ma anche culla degli incontri amorosi di Norma e della sua inconsapevole rivale in amore Adalgisa. La luna, divinità protettrice e pianeta legato indissolubilmente alla figura della donna, indiscussa protagonista di tutta la vicenda. Il regista Federico Tiezzi, lo stesso autore della messinscena barese, sembrava voler assecondare la dimensione simbolica delle creazioni di Schifano “disegnando” anch’egli scene in forma di quadri mobili, le cui figure alternavano staticità e movimento a seconda del punto focale dell’azione. Anche i costumi hanno rappresentato una scelta curiosa, che ha aggirato in modo particolare le scelte filologiche e per questo merita nota: i Galli vestivano abiti dell’epoca imperiale romana, i Romani divise dell’epoca napoleonica, in una sorta di scambio di ruoli temporale.

In questo contorno si sono inseriti un ottimo cast di cantanti-attori (un possente Rafal Siwek-Oroveso, la profonda Adalgisa di Kate Aldrich e il dignitoso Fabio Armiliato nel ruolo di Pollione) e la svelta e energica bacchetta di Roberto Polastri, un direttore in passato un po’ oscurato, a Bologna, dalla figura del suo concittadino Daniele Gatti, ma che si è saputo meritare spazio e fiducia. Tutto bene, tranne lei, Norma. E non è poco, considerata l’importanza e la centralità del personaggio belliniano e delle sue caratteristiche vocali. Un incidente, quello occorso alla Dessì, che ha un precedente storico legato ad un’altra pregevole Norma bolognese. Quella di Leyla Gencer che, nel 1967 interpretò il ruolo della protagonista in evidente stato di disagio per un disturbo alla gola. Lasciando da parte gli eventuali scongiuri di qualche soprano prossimo ad affrontare il ruolo, resta soltanto da stabilire se in arte valga più il coraggio o l’umiltà, se valgano più gli applausi presi cantando a mezza voce o la presa di coscienza di non potercela fare, se sia meglio una Dessì senza voce o una sua sostituta, magari mediocre ma in perfetta forma.

Foto: Rocco Casaluci