Non tradisce le attese l’allestimento del requiem di Pier’Alli con la direzione dello “storico” Georges Prêtre. Lucio Dalla ci riprova nel ruolo di regista (perseverare diabolicum est), ma la sua Beggar’s Opera all’italiana, messa in scena in un Duse in contestazione, non entusiasma.
Messa da Requiem per solisti, coro e orchestra. Progetto visivo: Pier’Alli. Orchestra e coro del Teatro Comunale di Bologna, direttore Georges Prêtre.
Dedicata alla memoria di Alessandro Manzoni, la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi affonda, in realtà, le sue radici nel dolore per un’altra illustre perdita per il mondo musicale a lui contemporaneo, quella di Gioachino Rossini (13 novembre 1868). La genesi del Requiem abbraccia, infatti, un arco temporale di sei anni. Un periodo durante il quale il sessantenne Verdi, compositore assai maturo e nel pieno della sua fama, lavorava, contemporaneamente, ad uno dei suoi più noti capolavori mai rappresentati, l’Aida.
Il motivo principale per il quale il Requiem verdiano continua ad essere una delle composizioni sacre più eseguite nei luoghi profani (e in particolar modo nei teatri d’opera) è collegato alla caratteristica drammaticità della messa in musica del testo. Una forza “rappresentativa” (come la definì il compositore Ildebrando Pizzetti) derivata direttamente dallo stile teatrale di Verdi, che dona alla musica un carattere sospeso tra la trascendenza meditativa della sacralità e l’immanenza dell’azione drammatica. Il Requiem è una composizione che esprime diversi dualismi nella sua umanizzazione della visione della morte. Dualismo tra uomo e divinità, tra il singolo e la comunità, tra sensuale invenzione melodica e maestosità architettonica, tra gioia e terrore. Il ruolo di primo piano dei quattro cantanti solisti (soprano, mezzosoprano, baritono e basso), nella sua interazione continua con un’orchestra e un coro imponenti, traduce in musica questo doppio atteggiamento dell’uomo rispetto alla sua fine: intimo e condiviso allo stesso tempo, spaventoso, inesorabile e totalizzante, accomunante. Un esempio su tutti, la celebre sequenza del Dies Irae, racchiude in sé tutti gli elementi che rendono questa pièce sacra una vera e propria messa in scena di un dramma, con l’avvolgente e infiammato tema principale, che lascia il posto a episodi solistici di grande intensità come il Lacrymosa, Recordare, Liber Scriptus, Domine Jesu Christe, per poi tornare, tremendo, a ricordare l’inevitabile.

Preceduta da esecuzioni prestigiose (le ultime quattro dirette in successione da Riccardo Muti, Riccardo Chailly, Georg Solti e Daniele Gatti), il Comunale di Bologna ha riportato nel capoluogo felsineo il capolavoro verdiano dopo dieci anni, approfittando dell’occasione della Pasqua e di un allestimento d’eccezione. Un evento inserito nella stagione lirica e che da subito è diventato la punta di diamante del cartellone, se non altro per le premesse straordinarie. Vedere all’opera insieme uno dei migliori soprani in circolazione (Daniela Dessì), un direttore di fama internazionale e di talento da vendere come Georges Prêtre e il quotatissimo regista e scenografo Pier’Alli, non è da tutti i giorni e, anche se ciò non soddisfa le attese di per sé, per lo meno le infonde e stimola.
Per la messa in scena, Pier’Alli sceglie un’impostazione alquanto minimale, ma suggestiva. Il coro, sul fondo del proscenio, resta, per tutto il tempo, seminascosto dietro un telo bianco, mentre su un enorme schermo vengono proiettati disegni geometrici e immagini che concettualizzano (più che commentare) le varie parti della messa. Immagini semplici, che si trasformano con lentezza, disegni chiari e simbolici (una croce, un rosone) che non rendono invasiva la figura rispetto alla musica, ma al contrario si impregnano della sostanza di quest’ultima. La Dessì non dà l’impressione di essere in ottima forma, ma la sua performance non impeccabile è compensata dall’ottimo Prestia (basso) e soprattutto da un’orchestra numerosissima e dall’eccezionale potenza rappresentativa, tenuta insieme dal gesto esperto e “operistico” di Prêtre, che gioca con i chiaroscuri di una tavolozza di colori vastissima. L’inizio è da brividi (con il sussurrato incipit che sfocia con irruenza nel tema del Dies Irae, con l’orchestra ad accentuare i contrasti timbrici addensandosi e poi rarefacendosi senza mai perdere limpidezza), e da solo meriterebbe i dieci minuti di applausi che il pubblico ha generosamente elargito alla fine.

The Beggar’s Opera (L’opera del Mendicante), ballad opera di Christoph Pepusch su testo di John Gay. Drammaturgia e versione italiana di Giuseppe Di Leva. Regia: Lucio Dalla. Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, direttore Giuseppe Grazioli.
In un’epoca, la nostra, in cui si cerca in tutti i modi di criminalizzare la figura del mendicante (e va da sé, dello zingaro, dell’immigrato clandestino, in quanto persone non “utili” alla società), che diviene inconsapevole recettore di tutto il malessere sociale, i temi trattati, i ruoli sociali, i topoi della Beggar’s Opera, appaiono più che mai attuali.
Nata come satira alla società inglese governata dai poco amati Hannover e dall’odiato e temuto Robert Walpole, primo ministro dal 1721 al 1742, l’Opera del Mendicante, creata dalla penna dello scrittore John Gay, contemporaneo e amico di Jonathan Swift e di altri intellettuali oppositori che si riconoscevano nello Scribelius Club, rappresenta un capitolo a sé nel mondo dell’opera in musica. Il testo di Guy musicato da Johann Christoph Pepusch, infatti, è il primo esempio di “ballad opera”, quel fenomeno tutto inglese che, attraverso la critica all’opera seria italiana (imperante all’epoca anche in Gran Bretagna) mescolava ironicamente teatro di prosa, melodie popolari e tradizione operistica. L’idea di Gay era quella di mettere in scena la società “oscura” dei bassifondi per evidenziare quanto i loro atteggiamenti non fossero poi tanto dissimili da quelli, corrotti e cinici, della classe dominante. Con grande brillantezza e senso dell’umorismo, i due autori hanno dato vita ad un’opera pungente, metaforica, estremamente critica. Il suo successo popolare, dovuto in parte anche all’astuta operazione di riprendere musiche molto note e diffuse all’epoca, costrinse Walpole in persona a scomodarsi per vietarne il continuo (Polly) che, nonostante il divieto di rappresentazione, divenne presto un successo editoriale. Un teatro libero dagli schemi rigidi e trionfalistici dell’opera seria, aperto alle trasformazioni e alle rivisitazioni e precursore a tutti gli effetti di quello che molto più tardi diventerà il musical. Della Beggar’s Opera si innamorò Brecht che, con l’Opera Da Tre Soldi, volle darne una sua personale interpretazione a distanza di due secoli.
Attualizzazioni, reinterpretazioni, rifacimenti, riarrangiamenti della Beggar’s si perdono nel tempo e, soprattutto, a causa della mancanza di una vera e propria partitura, è praticamente impossibile una riproduzione filologica vicina alla prima rappresentazione, datata 1728. Tanto vale trasformarla, adattarne gli spunti e la comicità a situazioni nuove, vicine alla contemporaneità, senza snaturarne il senso di fondo, che rimane, come detto, attualissimo. Questo il tentativo di tanti musicisti nella storia, tra i quali vale la pena di citarne almeno due: Frederic Austin (autore della versione messa in scena al Duse) e Benjamin Britten.
Con l’atteggiamento disinvolto di un veterano frequentatore della cultura pop (già mostrato nel remake della Tosca e nella regia del dittico Arlecchino (di Busoni) / Pulcinella (di Stravinskij), Lucio Dalla si è lasciato coinvolgere dalla leggerezza e dal carattere popular dell’opera di Gay e Pepusch, trovando l’occasione per perseverare nel nuovo ruolo che di recente si è attribuito, vale a dire quello di regista, pur non avendo una “tecnica dichiarata” in materia (come egli stesso ha affermato). Con l’aiuto di Giuseppe Di Leva, che ne ha riscritto il libretto in italiano, Dalla ha ambientato l’opera in un epoca indeterminata, nella quale convivono costumi settecenteschi e macchinette del video poker. Anche nella scelta del cast, un misto di voci impostate e cantanti di cabaret, gli autori hanno evidenziato questa dimensione da varietà, uno strano mix tra opera, operetta, cabaret e teatro dialettale. Una scelta intrigante, ma alla lunga poco praticabile (o mal praticata): Peppe Servillo (nel ruolo del perfido avvocato imbroglione, nella versione italiana ribattezzato Speja-“spia” in dialetto bolognese) è un cantante molto teatrale, ma un attore molto modesto; Angela Baraldi (la moglie di Speja) un’ottima attrice dialettale ma come cantante lascia molto a desiderare. In questo contesto da cabaret, le voci “impostate” di Borja Quiza (Capitan uccello), Eleonora Buratto (Polly) e Paola Gardina (Lucy) creano un contrasto non sempre piacevole. L’impressione è quella di tanta carne al fuoco che produce tanto fumo e si brucia ancora prima di cuocersi. La resa complessiva risulta piatta, senza sbalzi emotivi e l’ironia è ridotta a singole gag, giocate sulla comicità implicita negli stereotipi dialettali, piuttosto che sulle soluzioni satiriche offerte dal testo. Neanche il pubblico ha mostrato di gradire più di tanto, lasciando in fretta (ma qualcuno era già andato via prima) un Duse già non proprio pieno, subito dopo un applauso che potremmo, senza esagerare, definire “di circostanza”.