Caratteri: [Small] [Medium] [Large]

A night at the Opera

E a Lucia rimase solo la voce

Foto: Rocco Casaluci

di Daniele Follero
Una regia e una scenografia ridotta ai minimi (ma proprio minimi) termini lascia alle sole voci, tutte giovani, il compito di esprimere la drammaticità dell’opera di Donizetti. A Modena il compositore polacco si mostra nel suo ruolo di direttore d’orchestra alla guida dei Virtuosi Italiani.

Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti – Teatro Comunale di Bologna (23 febbraio – 5 marzo 2008)

Lucia di Lammermoor, dramma tragico in due parti di Salvatore Cammarano, musica di Gaetano Donizetti. Regia: Walter Le Moli. Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna, direttore Antonello Allemandi.

Le critiche dei “parrucconi”, per quel che riguarda l’Opera, non mancano mai. E meno male, viene da dirci, altrimenti, se la lirica accontentasse in pieno il gusto di certa gente, sarebbe già da tempo lettera morta. Dove c’è una resistenza conservatrice c’è sempre qualcosa che non si guarda troppo indietro e progredisce. Ma stavolta, quasi quasi, la voglia di accodarsi al coro di critiche che ha accompagnato la Lucia di Lammermoor andata in scena al Comunale, viene anche a noi “giovani”.

Che non si trattasse del fiore all’occhiello della stagione lo si sapeva, che non fosse un tentativo rischioso di mettere in scena qualcosa di veramente nuovo, anche. Ma nessuno, credo, si sarebbe immaginato il nulla. Va bene il minimalismo concettuale, e passi anche la semplicità dei costumi (per carità, non siamo stucchevoli), ma non ci si voglia far credere che la quasi completa assenza di scenografia e una regia da belle statuine risponda a questi criteri estetici. Sennò andiamo ad assistere ad oratorii e cantate e le opere ce le ascoltiamo su disco o per radio, ma lasciamo perdere il teatro.

Lucia di Lammermoor - Foto: Rocco Casaluci

Peccato. Peccato perché, nonostante l’insipidezza scenico-registica, la musica di questa Lucia, co-produzione tra il teatro bolognese e il Comunale di Ferrara, non ha per nulla deluso per freschezza ed interpretazione. Le potenzialità espressive di un cast giovanissimo (i cui protagonisti, solo in alcuni casi superavano i trent’anni), degnamente diretto dall’esperienza del milanese Antonello Allemandi, hanno dato l’impressione di avere le ali tappate da una staticità eccessiva nei movimenti. La passione e la follia di Miss Lucia, la rabbia del suo amato Edgardo, la meschina perfidia di Lord Enrico Ashton (interpretato ottimamente dal baritono Giorgio Caoduro, classe 1980) sono rimasti intrappolati nelle voci dei personaggi, senza tramutarsi in azione scenica. Il tutto su uno sfondo completamente nero, “annebbiato” da giochi di luce. Che volesse essere un omaggio al clima torrido della Scozia? A parte gli scherzi, si fa fatica a dare ragione ad una lettura scenografica costruita unicamente su grandi blocchi cubici che fuoriescono dal palcoscenico, venendo a costituire, di volta in volta, lo spazio nel quale gli attori si muovono (poco): il palazzo degli Ashton, le mura di casa Ravenswood, le nicchie di un cimitero. Largo all’immaginazione, dunque.

Peccato. Anche perché le risorse drammatiche che fornisce l’opera di Donizetti sono sterminate: la contrapposizione tra la passione di Lucia e l’onor di Stato che muove le decisioni di suo fratello Enrico, i drammi nel dramma della follia, dell’omicidio, del duello, avrebbero meritato un contrasto più marcato, una maggiore enfatizzazione degli atteggiamenti radicali che contraddistinguono i tre personaggi principali. Che spesso, invece, si confondono in una massa borghese indistinta, per niente agevolati da costumi, collocabili in un anonimo e poco definito Novecento. Il regista Walter Le Moli aveva considerato la Lucia “un dramma della contrapposizione tra l’individuo e il sistema”. Ed ha proprio ragione. Lucia rappresenta la tragicità delle conseguenze dell’imposizione, del rapporto impari tra Stato e uomo libero, del fragilissimo equilibrio tra amore e ragione. Ma che fine ha fatto poi, nella pratica questa riflessione? Riflettere su tutto ciò, ascoltando le agili voci di Dèsirèe Rancatore, di Francesco Meli e del già citato Caoduro (qualche volta ancora un po’ acerbe ma già piene e sufficientemente teatrali), non fa altro che rafforzare l’idea che questa Lucia di Lammermoor rappresenti un’occasione mancata di riportare con rinnovata freschezza a Bologna, dopo più di vent’anni, il capolavoro del compositore bergamasco. Il pubblico, come sempre, apprezza. E poi mormora.

Penderecki

Krysztof Penderecki dirige i Virtuosi Italiani. Musiche di Pokorny, Penderecki e Dvořak - Teatro Comunale di Modena (9 febbraio 2008)

Che Penderecki fosse anche uno stimato direttore d’orchestra, oltre ad essere un degno rappresentante dell’avanguardia musicale a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, non c’era bisogno di confermarlo, ma vedere all’opera il compositore polacco, anche durante le prove e, per di più, dopo averlo intervistato un attimo prima (per l’intervista vedi SentireAscoltare PDF ## 41), è stato utile a capire quanto i due ruoli si amalgamino benissimo, rispecchiando una personalità seria ma non scorbutica, consapevole ma non altezzosa, modernista ma non a tutti i costi. Il gesto risoluto del suo dirigere assomiglia tanto alla chiarezza delle sue idee musicali e alla compostezza della sua persona.

Il programma che Penderecki ha presentato al pubblico modenese sul podio dei Virtuosi Italiani, ensemble di archi a metà strada tra l’Emilia e il Veneto, era estremamente variegato: un abbraccio alla storia della musica che a un’estremità stringeva il Secondo Settecento e all’altra la contemporaneità. Probabilmente nessuno dei presenti aveva mai sentito parlare di František Xaver Pokorny, anonimo compositore boemo contemporaneo di Mozart. Eppure è stato proprio il suo Concerto Per Flauto Ed Archi n.27 (ma fino a poco tempo fa attribuito al più celebre Luigi Boccherini) ad aprire la performance, che nella prima parte ha visto protagonista il flautista Massimo Mercelli, un po’ sotto tono, considerate le aspettative che il suo nome e il suo curriculum possono creare: primo flauto alla Fenice di Venezia e collaborazioni di lusso tra cui vale la pena ricordare almeno quella con Philip Glass e i Solisti della Scala. Insomma, non proprio uno sprovveduto che però non ha brillato particolarmente né per chiarezza di fraseggio, né per espressività, tantomeno per virtuosismo. Precisissimi i Virtuosi, anche nell’ interpretazione più difficile, quella della successiva Sinfonietta, opera recente (1994) di Penderecki strutturata, a dispetto del titolo, sul modello del concerto per solista, testimonianza tra le tante dell’interesse del compositore polacco per la sperimentazione sulle forme classiche.

Ad incollare i due episodi, cronologicamente, oltreché stilisticamente, distanti, ecco il giusto mezzo: la Serenata Per Archi In Mi Maggiore Op. 22 di Dvořak. Una composizione poco impegnativa, che va poco oltre i costumi convenzionali dell’epoca, ciò che potremmo definire, forse un po’ semplicisticamente (ma tant’è) “musica di consumo” dell’epoca (secondo Ottocento). Abbandonato Mercelli, i Virtuosi hanno continuato a risultare convincenti e hanno meritato il bis, per il quale si è scelto l’AgnusDei, ancora di Penderecki. Nessuna particolare sorpresa, né sussulti, per un programma che già di per sé risultava poco interessante.

Niente male, tutto sommato, ma anche niente di particolare, considerato chi ci trovavamo davanti. Ehm… pardon.. di spalle.