Approdato a Bologna, l’adattamento di Orpée Et Euridice da parte del giovane David Alagna ha fatto storcere il naso a parecchi “filologi” per le massiccie modifiche apportate alla partitura e l’ambientazione tetra e realistica. A Modena, con lo straordinario pianista iraniano Ramin Bahrami, si è aperto il festival di interpreti bachiani “Pianisti di Piano Bach”. In programma L’Arte Della Fuga, ultimo lampo di genio del compositore tedesco.
Orphée Et Euridice, tragédie opéra in tre atti di Pierre-Louis Moline, da Orfeo Ed Euridice di Ranieri De’ Calzabigi. Adattamento di David Alagna dalla versione di Parigi del 1774. Regia: David Alagna. Orchestra e coro del Teatro Comunale di Bologna, direttore Giampaolo Bisanti.
Ultimamente, quando c’è di mezzo il nome di Alagna la polemica sembra assicurata. Anche se, stavolta, non è stato il tenore (ormai famoso per aver abbandonato anzitempo, l’anno scorso, l’Aida alla Scala, indispettito dai fischi) ad aizzare i puristi e i benpensanti dell’opera, bensì i suoi fratelli David e Frédérico, rispettivamente regista e scenografo di questo nuovo allestimento di Orphée Et Euridice di Gluck, andato in scena al Comunale di Bologna. Una produzione che portava il sigillo della famiglia Alagna, compreso il celebre Roberto, stavolta, per lo più, risparmiato dalle critiche.
Intervenire su un’Opera è un’impresa affascinante e rischiosa, soprattutto se si decide di sovvertire l’ordine del libretto e della partitura e, addirittura, aggiungerci alcune musiche. Sacrilegio! Chi si permette tanto oltraggio nei riguardi di un sommo compositore come Gluck? Per evitare queste critiche, la stragrande maggioranza dei registi si limita a mettere in scena ciò che è scritto, adattandolo alla propria invenzione, ma senza toccare la “sacra reliquia”. Ebbene, David Alagna, con coerenza e coscienza nelle scelte, va lodato anche soltanto per il rischioso passo che ha deciso di fare, mettendo probabilmente in preventivo la marea di rifiuti e offese cui ha dovuto rispondere. Per il regista, intervenire chirurgicamente su una partitura, nel tentativo di adattarla alle esigenze drammaturgiche della modernità, è l’unico modo per mantenere in vita un repertorio così antico. E in questo Alagna non è certo un pioniere, essendo l’opera lirica, praticamente dalle sue origini e fino ad un secolo fa, un oggetto vivo, sempre in trasformazione (basti ricordare, nel Settecento, l’esistenza delle cosiddette arie “da baule”, brani che i cantanti portavano con sé, pronti ad inserirli in qualsiasi opera, pur di essere apprezzati).

Ad onor del vero c’è da dire, però, che il regista ha un po’ calcato la mano nella sua rivisitazione del capolavoro gluckiano, che forse non aveva bisogno di tanti “tagli”: il preludio totalmente inventato, numeri spostati da un atto all’altro, registri vocali completamente stravolti e addirittura uno dei tre personaggi principali trasformato da Amore in Guida. Certo, dal punto di vista filologico, il risultato di questi interventi non può che provocare ribrezzo. Ma se tutto ciò risponde ad una struttura narrativa coerente ed è supportato da una scenografia dal realismo sconcertante, se si riesce a godere dell’opera in quanto rivisitazione e non semplice interpretazione, beh, i fatti danno ragione ai tre fratelli.
Orphée Et Euridice, versione francese del titolo più noto della Riforma di Gluck, spogliata di tutti i fronzoli di cui si erano riempiti fino all’orlo i drammi metastasiani, è un’opera essenziale, nella quale la musica, come nelle intenzioni dell’autore, è sottomessa alle esigenze dell’azione scenica. Il mito dei due amanti diviene, nelle mani del compositore tedesco, una storia tremenda, costruita su atmosfere oscure e paesaggi torbidi, che accompagnano Orfeo nella sua discesa agli inferi. David Alagna estremizza questa caratteristica dell’opera, limando, dove fosse possibile, la leggerezza di alcune parti, per dare vita ad un’opera tutta tendente verso il basso: scendono le voci (un baritono al posto del soprano, Orfeo nella parte del tenore-come dalla partitura francese) e scende la scenografia (tutta giocata sul saliscendi dei personaggi dalle buche ricavate nel palco). Come se non bastasse, il regista trasforma Orfeo ed Euridice in due borghesi vittime di un incidente stradale e la Guida (Amore nel testo originale) in un becchino stile Le iene di Tarantino, scegliendo come finale quello più tragico (e meno utilizzato), nel quale il semidio perde per sempre la sua bella e muore egli stesso disperato. Il tutto ambientato in luoghi tetri come cimiteri e camere ardenti, mentre gli inferi sono dipinti come un'enorme camera frigorifera di un obitorio, colma di morti appesi in una sorta di non-tempo. Molto dark, non c’è che dire. Anche se il giovane direttore Giampaolo Bisanti, con una conduzione fin troppo sobria, non è riuscito a rendere musicalmente la forza della messinscena.
Viene da chiedersi quale scandalo possa provocare un’opera così ben costruita, se non quello di scoprirsi ancora troppo legati a “quello che avrebbe voluto l’autore”. La lirica, nel frattempo, e anche grazie a questi azzardi, continua a respirare.

L’Arte della Fuga non rappresenta l’ultima opera di Bach, anche se il mito ha voluto che divenisse l’emblema dell’estremo saluto al mondo da parte del compositore tedesco. Il motivo è la presenza, all’interno della raccolta (la cui composizione abbracciò almeno un lustro), dell’incompleto Contrapunctus XIV, una tripla fuga interrotta, proprio all’inizio dello sviluppo dei tre soggetti, dalla morte dell’autore. Un’interruzione che ha lasciato aperta qualsiasi soluzione, ma che, i grandi della musica, sia per l’estremo fascino che contiene l’incompiutezza o per semplice timore reverenziale, hanno preferito considerare un punto estremo sulla musica di Bach. Il silenzio improvviso che interrompe le voci, intrecciate tra loro in equilibri matematici, aspettando di trovare il bandolo della matassa, è più forte di qualsiasi cadenza. Se ne accorse Glenn Gould (che dell’Arte della Fuga fece uno dei suoi simboli, insieme alle Variazioni Goldberg), che conferì a quella pausa definitiva un carattere propriamente musicale. Come dire: nulla meglio del silenzio può musicare la pagina bianca, la linea d’interruzione tra il genio e il nulla.
Ramin Bahrami, che di Gould è un seguace, ha dimostrato ancora una volta di essere debitore al pianista canadese almeno quanto lo è del suo maestro Andras Schiff. Certo, il giovane iraniano è più compito ed educato dell’iconoclasta Gould, ma non sfigura in quanto a fantasia e libertà nelle scelte esecutive, come ebbe a dichiarare anche il suo maestro al Conservatorio “Verdi” di Milano, Piero Rattalino: “Ramin Bahrami scompone la musica di Bach e la ricompone in modi che risentono di un modello, Glenn Gould, senza veramente assomigliare al modello”.
Tocco deciso, a volte ironico, ma comunque sempre preciso nel fraseggio, Bahrami ha eseguito quasi tutto il libro di fughe (omettendo soltanto alcuni episodi secondari), dimostrando di essere un virtuoso, ma non solo. Il trentunenne pianista iraniano ha dato sfoggio della sua tecnica senza trascurare l’espressività dell’interpretazione, senza mai sfociare in uno stile mieloso o esageratamente severo. A volte “pizzica” letteralmente il pianoforte, come fosse un clavicembalo, altre sottolinea con pathos passaggi armonici che hanno tutta l’aria di voler precorrere i tempi.
L’Arte della Fuga, opera concepita come studio progressivo e scientifico sulla fuga, non è certo lo spartito più “facile” di Bach, né dal punto di vista dell’esecutore, né dell’ascoltatore. Eppure il pubblico che ha gremito il Comunale di Modena, si è mostrato coinvolto e interessato dall’inizio alla fine, trattenendo gli entusiasmi per l’applauso finale. Tanto che Bahrami, dopo aver suonato ininterrottamente per quasi un’ora e mezza, ha dovuto fermarsi al secondo bis nonostante il pubblico continuasse a chiamarlo sul palco spellandosi le mani. Peccato solo che, per salutare l’appassionata platea, Ramin non abbia trovato di meglio che una sua versione di My Way, presentata come “un omaggio a Frank Sinatra”. Contento lui… noi lo eravamo già.