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(Gi)AntSteps

una rubrica jazz a cura di Stefano Solventi e Fabrizio Zampighi
L’uomo caduto da Saturno non era solo un alieno dedito alla dislocazione spaziale del proprio imprendibile genio. Talvolta si mostrava come un terrestre. Ed il suo jazz poteva somigliare a una cosa sbocciata dal suolo. Talvolta. E in apparenza.
  • Some Blues But Not the Kind Thats Blue
  • I'll Get By
  • My Favorite Things
  • Untitled [#][*]
  • Nature Boy
  • Tenderly
  • Black Magic
  • I'll Get By [#][*]
  • I'll Get By [#][*]

Sun Ra - Some Blues But Not The Kind Thats Blue (El Saturn 1977 - rist. Atavistic 2008)

di Daniele Follero e Stefano Solventi

C’è qualcosa nel jazz, un trait d’union che ha tenuto salde tutte le sue trasformazioni, rendendo la sua storia una sorta di continuum progressivo fatto di emancipazione. Questo qualcosa è il legame con la tradizione. E lo standard, in quanto punto di partenza e di riferimento per l’improvvisazione, ha rappresentato di per sé una tradizione, sin dagli inizi del Novecento e quindi dagli albori di questa musica. E’ proprio la rivisitazione del modello (nello specifico, della song americana degli anni ’20-’30) una delle strutture più solide a tenere insieme musicisti così lontani come Charlie Parker e Ornette Coleman, John Coltrane e Coleman Hawkins.

A testimonianza del fatto che anche i più radicali esponenti del free jazz fossero in qualche modo legati ai “classici”, queste registrazioni di Sun Ra appena ristampate dalla Atavistic (molto interessata, in questo periodo, alle riedizioni del jazz anni ’70) presentano un profilo inedito di Herman Poole Blount - tale il nome terrestre dell'uomo caduto da Saturno. Some Blues But Not The Kind Thats Blue, uscito nel '77 per l'etichetta El Saturn di proprietà del leader, proponeva nella tracklist originale sei tracce in nonetto “arkestriano”, di cui cinque standard e una composizione originale. Quest'ultima, la title track, è l'unica a giovarsi del basso e non è certo un caso, visto che assieme al pianoforte deve incaricarsi di tracciare un sentiero blues nell'informe fermento di ance, legni e percussioni, per poi avviarsi caracollante come un Mingus stregato tra perturbazioni febbrili e battiti arcani, tutta una tradizione penetrata di post-modernità cui il sax tenore dell'impagabile John Gilmore - antico sodale di Ra cui Trane nientemeno doveva più di uno spunto - concede un respiro di selvatica saggezza.

Il dualismo piano-sax tenore è la spina dorsale delle esecuzioni, che però colgono nel palpitare sgranato delle conga e nelle volute guizzanti e spasmodiche del corredo fiatistico (flauti, clarinetto basso, sax alto, tromba...) un'aureola di arcano, atavico disincanto. Vedi come in Tenderly il meraviglioso motivo sembri sgomitare per farsi luce nello sfaldamento poetico/strutturale, oppure come l'esotismo svampito e nostalgico di I'll Get By rammenti un Duke Ellington sul punto di collassare alla fine di chissà quale notte. Ancor più particolare il caso di una My Favorite Things che sciorina una tensione frastagliata orizzontale, in ideale antitesi con la verticalità spasmodica di Trane, cui il pezzo - che ve lo dico a fare - "appartiene".

Passando alle bonus track, quale unico spazio dedicato all’improvvisazione libera c’è un brano senza titolo nel quale viene fuori tutto l’avanguardismo di Sun Ra, quindi troviamo ben due ulteriori versioni di I'll Get By risalenti al '73, entrambe sorprendentemente in trio, ovvero nell'una un sax e nell'altra una tromba a girare disinvolte attorno all’organo caramelloso del leader ed al placido swing del contrabbasso.

Some Blues But Not The Kind That’s Blue è insomma soprattutto una simpatica divagazione verso i territori del jazz classico, poco indicato dunque per il novizio che volesse avvicinarsi per la prima volta all’arte del jazzista statunitense. Di cui è solo un riflesso frammentario, ma di quelli che avvince.