Mingus fu un battitore libero nella storia del jazz. Troppo rude per scendere a patti, difficilmente governabile, affascinato dal suono delle big band come dalle stilettate del free, dall'impeto del be bop come dalla musica classica, comprimette in un jazz del tutto personale un'esistenza perennemente al limite. Trovando la via per una formula espressiva che ancora oggi rappresenta una tappa obbligata per i neofiti quanto per gli appassionati.

La musica di Charles Mingus è Charles Mingus.
Irrequieta, irascibile, carnale, capace di attimi di stasi come di esplosioni virulente, di decompressioni e ingorghi, di dissertazioni solitarie e crescendo corali, di brutali dichiarazioni di intenti e patologie incontrollabili, di urla sguaiate e malinconie urbane. Una musica figlia del be bop, coinquilina del free, risultato di un'infanzia difficile, violenta, vissuta costantemente nell'emarginazione e con l'incubo della discriminazione razziale. Pulsioni che trasformano il musicista dietro agli spartiti in un disadattato cronico, un innocuo Jeckyll in un Hyde dalla personalità riottosa e perennemente scissa, con in testa - soprattutto in gioventù - un girovagare confuso tra Duke Ellington, la polifonia, il cool.
E' il 1956 quando Pithecanthropus Erectus fa la sua comparsaed è con questo disco che Mingus aggiusta per la prima volta il blando peregrinare degli esordi in una registrazione stilisticamente matura e qualitativamente ineccepibile. Un'opera che omaggia il jungle sound di Ellington, trasponendolo da input musicale a ispirazione per un concept sulla modernità, con tanto di ritmi forsennati, rumore, luci e naturalmente, l'uomo, animale selvaggio confinato in una giungla metropolitana.
Il tutto in due brani, la title track e A Foggy Day, il primo un carteggio di sax composto da Mingus e infarcito di cambi di tempo e atmosfere cariche di fisicità - tratto che diventerà distintivo della poetica del contrabbassista dell'Arizona -, il secondo una passeggiata ironica tra i clacson assordanti di San Francisco sulle note di un brano di George e Ira Gershwin.
Due tracce che costituiscono l'alfa e l'omega del concept, dal momento che il lato B fa un po' storia a sé. Profile Of Jakie suona infatti come una tipica ballata notturna irretita da una pletora di ottoni ruffiani e solcata dal surfing del basso di Mingus e Love Chant si traveste da suite di quindici minuti buona per dar corda al pianoforte di Mal Waldron e consentire al titolare di mettere in mostra qualche derapata sul manico.