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(Gi)AntSteps

una rubrica jazz a cura di Stefano Solventi e Fabrizio Zampighi
La ricerca tormentata della più dolce malinconia, sulle tracce di una chimerica nota d’oro. Una vita che non conosce ragione, solo quel dilapidarsi febbrile dietro la maschera del trombettista brillante e dell’etereo crooner. La meravigliosa menzogna di Chet Baker.
  • Well, You Needn’t
  • These Foolish Things
  • Barbados
  • Star Eyes
  • Over The Rainbow
  • Pent Up House
  • Ballata In Forma Di Blues
  • Blues In The Closet
  • Chetty's Lullaby
  • So che ti perderò
  • Motivo su raggio di luna
  • Il mio domani

Chet Baker - Chet Is Back! (RCA, 1962)

di Stefano Solventi

Il volto di Chet racconta il prezzo pagato ad una ricerca spossante. Un segno tangibile. Ma anche una menzogna. Quei tratti lindi dei primi anni, levigati sui canoni di una virilità gentile - erano tempi da principino del cool, ragazzo dalla tromba d'oro che scambiava effusioni patinate sulle copertine degli album -, omettevano di raccontarti il malanimo profondo, il veleno sottile che venava anche il fraseggio più limpido e guizzante, il senso di malattia emotiva annidata nella voce. Così come il volto del tardo Chet, con gli zigomi sporgenti sulle gote scavate, la dentatura devastata, gli occhi come uccellini spersi in un nido di filo spinato, questa figura insomma da reduce pasoliniano, contraddice la morbida purezza di cui era ancora capace. Fin quasi all'ultimo, quando ancora concedeva versioni inappuntabili e flessuose di For Minors Only e la più setosa delle tristezze in Almost Bue (sentitevi - o vedetevi in DVD – lo stupendo Live In Tokyo del 1987). Cosa andava cercando, Chet Baker?

Il famoso assolo in My Funny Valentine con la band di Gerry Mulligan - siamo nel '52, sotto le stelle del cool - consegnò al mondo dei jazzofili un trombettista bianco senza il talento fantasmagorico di Clifford Brown (che si sarebbe tragicamente spento di lì a poco) né la tensione guizzante di Miles Davis, però conciso e fantasioso, capace di scintillante profondità. Un bianco dell'Oklahoma, californiano di adozione, dallo stile svelto però meditato, il lirismo intenso ma docile, l'impeto costantemente differito in una manifestazione vitalistica che non oltrepassava mai le sponde dell'urbanità. Era il suono che l'America attendeva. Il lato brillante di una medaglia che, naturalmente, celava l'altra faccia. Quella scura.

Sulla spinta del riconoscimento di Down Beat - miglior trombettista del 1954 -, la seconda metà dei fifties fu una frenesia di incisioni (oltre venti) e tour sulle due sponde dell'Atlantico. Era al top. Ed inguaribilmente eroinomane. Durante un soggiorno in Italia, dove godeva di larghissima fama (a parte i numerosi ed acclamati concerti, vi aveva infatti inciso alcuni album – tra cui l’ottimo Live In Milan del ’59 - e colonne sonore, tra cui quella de L'audace colpo dei soliti ignoti di Nanni Loy), svenne nel bagno di una stazione di servizio nei pressi di Lucca. Overdose, ça va sans dire. Era l'estate del 1960. Sopravvisse, ma venne arrestato e condannato a sedici mesi di reclusione. Si narra che in carcere non abbia mai smesso di cercare e cercare. Attraverso la tromba. Attraverso i muri.

Quando uscì, nel dicembre del '61, trovò ad attenderlo gli amici musicisti, tra cui Amedeo Tommasi, valente pianista, futuro compositore per le soundtrack di Pupi Avati e Tornatore. La sera stessa la sua tromba scintillava sul palco del Teatro Comunale di Lucca. Tutto come prima. Terribilmente immutato. L'uomo appariva spesso assente, la vita sempre più divorata. Ma il musicista proseguiva lungo una parabola di angelica baldanza. Che Chet Is Back!, disco inciso negli studi della RCA a Roma nel gennaio del '62, cattura al meglio. La band è configurata a sestetto, con Tommasi al piano, lo svizzero Daniel Humair alla batteria ed un trio belga, Benoit Quersin al contrabbasso, l'ottimo Bobby Jaspar (già al lavoro con J.J.Johnson) a sax e flauto ed il grande chitarrista Rene Thomas, non certo a caso pupillo di Jackie McLean e Sonny Rollins. Una vera e propria "european all star" capeggiata da questo americano tanto disinvolto quanto disincantato, nel cui sound non s'avverte traccia del duro periodo appena trascorso.

Sentite con che piglio affronta la monkiana Well You Needn't, tanto per chiarire subito il beat, quella frenesia compassata intanto che la sezione ritmica cuce una trama guizzante e fittissima. Un approccio flemmatico, da entusiasti adulti, che è ancora più evidente nella parkeriana Barbados, summa be bop dallo swingin' dinoccolato, dove un assolo pastoso di Jaspar apparecchia splendidamente ma è ancora Chet a spargere la luce decisiva, con agilità mai tanto concreta, chiosato dagli zampilli calligrafici di Thomas. Eleganza e tensione, il punto di convergenza di tradizioni e pulsioni moderniste, qualcosa di antico rinnovato nell'entusiasmo dell'accadere: nel momento in cui lo ascolti, ti sembra di non poter chiedere di più al jazz che questo.

Se una trepida These Foolish Thing celebra l'intesa tra Chet ed il chitarrista, se una elettrica Pent Up House - pezzo firmato Rollins con Jaspar al flauto al modo di un Dolphy inappuntabile - scopre assieme alla frenetica Blues In the Closet (di Oscar Pettiford) il nervo bop (quasi hard) della questione, e se una toccante Over The Rainbow è l'espediente geniale per passare al vaglio del fiabesco la vena malinconica del trombettista, il pezzo forte del programma è però Ballata in forma di blues, autografo di Tommasi dall'afflato hancockiano spalmato tra movenze calde e blasé, tutto un girare attorno ad ammiccamenti e apparizioni, un galleggiare nel siero nutritivo, uno starci con grazia e acume, un fare la propria parte senza pretendere altro che questa incommensurabile libertà.

Un disco bellissimo in sé, ma anche - appunto - una menzogna. Per come ti nasconde sotto una pellicola inappuntabile, intensa ed eccitante il tormento di un uomo impegnato a dilapidarsi. Una recente edizione gira ancor più il coltello nella piaga, aggiungendo al programma quattro tracce cantate - in italiano! -, registrate (dove? quando?) con accompagnamento orchestrale diretto da Ennio Morricone. Pezzi scritti durante la detenzione dallo stesso Chet, sdolcinati e lunari, cool pop per salotti inquieti che tornarono buoni per confezionare un paio di EP. Sollucchero per completisti, pane e companatico per appassionati, eppure qualcosa dentro si muove, una frattura, uno sfasamento dell'immagine. Uno sguardo che non smette di guardarti. Di suggerirti quello che c'è dietro.