Caratteri: [Small] [Medium] [Large]

(Gi)AntSteps

una rubrica jazz a cura di Stefano Solventi e Fabrizio Zampighi
Il sax tenore ha i suoi eroi. Tra questi, non figura Joseph “Joe” Henderson, classe ’37 da Lima, Ohio. Ha pagato fino in fondo il ritardo rispetto a sua maestà Coltrane e al principe Rollins, riscuotendo stima e ammirazione tra i colleghi ma solo spiccioli di successo. Eppure, il suo lavoro in ambito hard bop – più o meno sperimentale – è quanto di più entusiasmante si possa riesumare di quel febbrile periodo.
  • Inner Urge
  • Isotope
  • El Barrio
  • You Know I Care
  • Night and Day

Joe Henderson – Inner Urge (Blue Note, 1964)

di Stefano Solventi

Ad emozionarmi nel jazz è l’energia con cui ogni voce – ogni tipo di voce - cerca se stessa. Con estatico trasporto, con scellerato entusiasmo, con ponderatissima frenesia. E l'incontro con una voce in piena ricerca di sé mi sembra - nel momento in cui avviene - tutto ciò che vorrei ascoltare. Il sax tenore di Joe Henderson, ad esempio. Anche se a dire il vero ci ho messo un po’ ad “incontrarlo”: colpa del mio stupido ego rockettaro, più incline alla trasandatezza irrequieta di un Bird o agli ineffabili copricapo di un Monk che alla sagoma di Joe, quell’aria da intellettuale vagamente snob, da professorino dinoccolato, saturo di urbanità più pensosa che tesa. Poi però, ho scoperto Inner Urge. Ovvero, ne sono stato travolto.

Un disco – il quarto per la Blue Note – generoso e impellente, un groviglio di sussulti e frenesia calcolata. Tra il sax e la scansione ritmica di Elvin Jones s’innesca un profondo gioco di sotterfugi, un’intesa elettrica e imprendibile che ti lascia secco. Il grande Elvin Jones, già: col suo sforbiciare frastagliato, gli schiaffi radenti sui piatti, la legnosa frenesia sul rullante. Considerato che al pianoforte siede McCoy Tyner, fanno due coltraniani in bilico sul capolavoro A Love Supreme, che sarebbe stato inciso di lì a pochi giorni. Dieci, per la precisione. Al basso invece troviamo Bob Cranshaw, quattro corde di sugosa agilità che vanno a completare un combo dinamico e scattante, capace di mimetizzarsi tra ombre duttili e bagliori metallici.

Poco avvezzo al misticismo di un Trane o allo slancio istrionico di un Sonny Rollins, Henderson sguazza tra le battute con splendido nervosismo, va dritto al centro del mood e lo viviseziona col suo fraseggio luminoso e febbrile, con la sua inflessibile fantasia. Sentitelo carezzare fluido la briosa Isotope, o strigliare una sciolta versione di Night And Day, o distillare incanto e disincanto col morbido pretesto di You Know I Care. Vetta del disco è però la formidabile title track, con ogni strumento impegnato ad estenuare hard-bop e slanci funk in una rincorsa tirata e lucidissima. Di un nulla inferiore – quindi ancora su livelli di eccellenza - è El Barrio, latin-jazz screziato di esotiche minacce e strisciante mistero.

Qui e in altri lavori di Henderson traspare una gioia estrema, anzi una gioia strana, colta al guado tra entusiasmo e professionalità. Più o meno quella ponderatissima frenesia di cui sopra: è il modo in cui Joe consegue la propria unicità. Non stupisce la quantità e qualità di titoli cui fu chiamato a partecipare (a firma di Andrew Hill, Freddie Hubbard, Bobby Hutcherson, Kenny Dorham, Larry Young…), lavori dei quali – altro che side man di lusso - fu spesso ingrediente fondamentale. Eppure, conobbe un certo successo solo a fine carriera, troppo tardi per far uscire la sua fama dalla cerchia dei jazzofili di stretta osservanza. Un cerchio che vale la pena di spezzare.