Come giocare con ritmo e improvvisazione uscendone puliti: Dave Brubeck e il suo Time Out, ideale punto di incontro tra musica afroamericana e tradizione colta occidentale.

Avrò avuto o più o meno otto anni. Probabilmente qualcuno in più. Alla radio, su uno dei canali nazionali, passava una trasmissione di cui non ricordo né titolo né contenuti, ma che aveva la capacità di catalizzare l’attenzione di un bambino ancora all’oscuro di tutto, grazie alla sigla di apertura. Tutto partiva con due accordi di pianoforte ripetuti a oltranza su un tempo zoppicante, introduzione e accompagnamento per l’avanzata di un sax dal suono tanto intenso da muovere al pianto. Un riff sottile, notturno, erotico, appena sussurrato ma dalla potenza inaudita.
Dovevano passare quasi vent’anni prima che scoprissi che quella successione di note - chissà come, ancora lì dove l’avevo lasciata - altro non era che la Take Five di Dave Brubeck, musicista americano dall’aspetto ordinario e, per giunta, bianco. Uno che quel pezzo - bontà sua - lo aveva tradotto in un semplice esercizio di stile, un modo come un altro per applicare al jazz il fascino obliquo delle ritmiche dispari e ricavarne motivo di improvvisazione. A dire il vero tutto Time Out - opera in cui rientra anche il brano di cui si diceva - muove in questo senso, a partire dal titolo fino ad arrivare ai sette brani che compongono la scaletta: una successione di rondò, valzer, passacaglia, impressi nei fraseggi swinganti dei musicisti e trasfigurati in un ideale punto di incontro tra musica afroamericana e tradizione colta occidentale. Fin dal brano di apertura, in cui lo scapicollare ritmico del pianoforte di Brubeck toglie il fiato per due minuti per poi lasciar spazio alla quiete dell’improvvisazione, in un’alternanza di saliscendi che nel successivo Strange Meadow Lark diventa eleganza formale, gusto per la sfumatura, pacatezza di chi sa che il jazz è anche materia da classe medio-alta.
Per ascoltare Take Five è necessario aspettare la terza traccia, ma è un’attesa ripagata ampiamente dalla musica: spazzole, pianoforte, contrabbasso e sax entrano uno dopo l’altro, modellando minuti che sanno di notti piovose passate a bere in qualche bar e diventano un tappeto prezioso per le improvvisazioni della batteria di Joe Morello. Three To Get Ready e Kathy’s Waltz rappresentano i passaggi intermedi del disco, il primo organizzato su un tema leggero di sax e legittimo proprietario di uno degli assoli più significativi dello stesso Brubeck, il secondo giocato su una ritmica slow tempo “convenzionale” che muta improvvisamente in un valzer in piena regola.
Episodi che con il loro incedere scoppiettante portano dritti dritti alla chiusura dell’opera, sulle note di una Everybody’s Jumping solcata da scambi continui tra percussioni e piano e di una Pick Up The Sticks in cui a farla da padrone sono il 6/4 del basso di Eugene Wright e un lavoro corale sul proscenio dell’improvvisazione.